Prima di sera, volli ancora fare una corsa in strada ferrata aerea, e pigliai un biglietto d’andata e ritorno per un punto qualunque della città. È un piacere tutto diverso, ma non meno vivo di quello della gita sottoterra. Si corre in mezzo ai tetti, nella regione del fumo e delle rondini, a traverso una foresta sconfinata di rocche di camino, di tubi, di banderuole, di abbaini, di comignoli; si vedono mille piccoli recessi sconosciuti di quella informe, capricciosa, solitaria architettura, che pullula come la vegetazione selvaggia d’un immenso terreno pensile sull’ultimo piano della grande città; si scoprono mille piccoli misteri di finestrine, di covi umani, di gabbie di case che paiono sospese fra il cielo e la terra, e nelle quali pure si annidano delle famiglie numerose, coi loro giardinetti aerei: si vede giù in fondo nelle strade la folla nera, alla quale si passa sopra come a un torrente, udendone appena lo strepito; e tutto intorno si spazia coll’occhio fino a una grande lontananza, scorgendo a volta a volta il Tamigi, gli alberi dei bastimenti del porto, il verde dei parchi immensi, le torri delle officine dei sobborghi, e ogni cosa fuorchè i confini del meraviglioso panorama.

Ma rimaneva ancora da fare un po’ di strada in omnibus; m’arrampicai sul tetto del primo che vidi, mi lasciai condurre fino al termine della corsa e poi tornai al punto di dov’era partito. Strada facendo, ebbi più volte occasione di meravigliarmi della famigliarissima disinvoltura colla quale uno qualunque dei miei vicini, per passare da una parte all’altra dei sedili, si serviva della mia spalla come punto d’appoggio, facendomi per un momento sentire il peso di tutta la sua persona, e dandomi poi nell’atto di levare la mano una scossa vigorosa, come un ginnastico che butta via l’asta dopo aver saltato la corda. Il primo che mi rese questo servizio, siccome mi colse all’improvviso, mi fece rimanere mezzo stroncato. Come di ragione, mi voltai, almeno per avere il compenso d’un sorriso che volesse dire:—Scusi.—Che! M’aveva voltate le spalle senza darsi l’incomodo di guardare quant’ero lungo. Visto che s’usava così, presi le mie precauzioni, e ogni volta che vidi un vicino stender la mano, gli porsi la spalla, dicendo:—Si serva—; e così tenendo duro fin che si fosse servito, restai un po’ meno sconquassato. Ma fui poi compensato, su quello stesso omnibus, dal piacere che provai persuadendomi che si può benissimo fare una piacevole conversazione senza capirsi. Un giovanotto accanto a me, che pareva molto allegro, mi rivolse la parola in inglese. Io risposi in francese:—non capisco. Egli non capì che non capivo, e tirò innanzi ridendo. Feci cenno col capo di no, di no, che non s’incomodasse, che era fiato perduto. Il caso volle forse che quel no cadesse a proposito a una domanda che m’aveva fatta, e continuò più infervorato che mai. Allora, poichè parlava con tanto piacere, finsi di capire, facendo dei mezzi sorrisi e dei cenni indeterminati, che non potessero discordare recisamente da nessuna cosa che mi dicesse. Poi, cominciando ad annoiarmi di far quella parte, pensai che s’egli mi parlava una lingua che io non capivo, io potevo bene parlargli una lingua che non capisse lui; e mi misi a discorrere in italiano. Era buio pesto; nondimeno rise, mi battè la mano sul ginocchio, stette a sentire con un’aria di curiosità come se gli avessi canterellato un’arietta; o poi da capo a parlare inglese, e così si continuò per un pezzo, con reciproca soddisfazione, fin che l’omnibus si fermò, scendemmo, mi diede un Orario d’una Società di navigazione a vapore, della quale m’immagino che fosse un agente; e ci separammo, stringendoci la mano come due persone che si fosser trovate completamente d’accordo su tutte le quistioni del giorno.

La sera non ebbi il coraggio di sfidare lo spleen, e lo fuggii riparando per tempo all’albergo. Oh se avessi avuto là qualcuno da pagare perchè mi stesse a sentire, gli avrei dato volentieri una mezza lira sterlina, tale era il bisogno che provavo di sfogarmi a chiacchere, dopo aver visto tante cose senza poterne dir una! Non sapendo che far altro, mi misi a preparare i paragoni e le immagini di cui mi sarei servito, a casa, per dare un’idea della grandezza di Londra; e poichè da molti giorni non facevo che sfogliettar Guide e domandare ragguagli a quanti incontravo, così non mi mancava la materia.

Sappi dunque,—dicevo a una seggiola incaricata di rappresentare un amico intimo,—che Londra è lunga sedici miglia e ne riquadra trentacinque; che i borghi che via via le si aggregano, contano la popolazione di Firenze, come Greenwich, o la popolazione di Roma, come Chelsea, o la popolazione di Marsiglia, come Hackney; che solo coi servitori che sono a Londra si fa un esercito più numeroso che l’esercito italiano in tempo di pace; che colle fiammelle a gaz che illuminano le sue dieci mila strade si rischiara una strada lunga la quarta parte della circonferenza della terra; che contando che ci vogliono dieci litri di birra per ubbriacare un tedesco, colla birra che si beve in un anno a Londra c’è da ubbriacare due volte tutto l’e sercito germanico sul piede di guerra; che mettendo l’una dietro l’altra tutte le bestie da macello che si mangiano in un anno a Londra, si fa una fila continua che attraversa tutta l’Europa dallo stretto di Gibilterra fino all’estremità settentrionale della Russia; che colle ostriche che s’inghiottiscono in un anno a Londra, si copre tutto il campo di Marte di Parigi, col ponte di Jena e la piazza del Trocadero; e che sul Ponte-di-Londra passano giorno per giorno venti mila carrozze.

La mattina seguente andai a vedere il Palazzo di Cristallo.

Il Monumento.

Il Monumento.

III.

Il breve tragitto dalla stazione di Vittoria al palazzo di Cristallo offre la varietà d’un lungo viaggio. Si passa prima in mezzo ad altri treni rapidissimi sur un largo ponte, che è come una piazza sospesa sul Tamigi, sulla quale le rotaie s’incrociano tanto fitte da presentare una superficie quasi continua di ferro. Si passa accanto al grande parco di Battersea. Poi è un seguito di stazioni, di gallerie, di opifici circondati da centinaia di case d’operai, che formano come dei villaggi dentro la città: tutte le case d’una sola forma e d’un solo colore, ciascuna col suo piccolo orto, e sciami di bambini da ogni parte. Poi altri parchi, ossature di edifici enormi, abbozzi di piccole città che saranno finite e popolate fra mesi, magazzini, giardini, castelli, cimiteri, e fin dove arriva la vista, grandi mucchi di materiali da costruzione che predicono altre città di là da venire. Sotto i tunnel, sulle travi delle tettoie, fin sui comignoli, fin sugli alberi, fin sulle prode della via, una prodigiosa diffusione di annunzi ciarlataneschi, che fanno a soverchiarsi l’un l’altro come grida di venditori in un mercato, e danno al luogo l’aspetto fantastico d’un bazar che copra una intera provincia.

Chiesa e Piazza di San Paolo.