Chiesa e Piazza di San Paolo.

Finalmente si vede sulla cima d’un colle la mole enorme del palazzo di cristallo, che mostra a tutta la contea di Kent la maestà delicata delle sue vôlte trasparenti.

Dentro, è una sola immensa sala, un piccolo mondo. A primo aspetto non si raccapezza nulla. Da un cortile si riesce in un caffè, da un caffè in un bazar, da un bazar in un giardino, da un giardino in un museo. In mezzo ai cipressi, agli allori, agli aloè, alle palme, a tutte le piante pompose della zona torrida, allungano il collo le giraffe e levan la testa le statue di Michelangelo. Fra le sfingi d’un cortile egiziano, si vede lontano una casa greca col gruppo di Laocoonte e la Venere di Milo. Dalla casa greca s’entra in una casa romana, di qui si sprofonda lo sguardo nelle stanzine misteriose dell’Alhambra, e dall’Alhambra si vede dentro il cortile d’una casetta di Pompei. S’esce, si passa in mezzo a gruppi di leoni e di tigri che s’addentano, fra due file di aquile e di pappagalli, e si riesce in un cortile bizantino, dal quale, per una sfilata di porte, si vede un cortile d’una casa del medio evo, la sala d’un palazzo del Rinascimento, la cappella d’una chiesa gotica. Si va oltre fra i monumenti sepolcrali, le fontane, le porte istoriate, e tutti i capolavori della scultura moderna, e si giunge in mezzo a una folla di gente alla porta d’un teatro dove si rappresenta il Trovatore. Un po’ più oltre, da un lato si vede un’orchestra capace di tre mila artisti, sotto una mezza cupola, larga due volte quella della cattedrale di San Paolo; e dal lato opposto un palco scenico dove un professore dà lezione di matematica. Si passa davanti a teatri di commedia, a camere oscure, a circhi, si entra in un labirinto di grandi bazar in forma di templi e di chioschi, nei quali sono esposti i più splendidi prodotti dell’industria di tutti i paesi, dal Cairo a Birmingham e da Parigi a Pekino. Si trascorre per corridoi di biblioteche, in mezzo a lunghe file di pianoforti, di carrozze, di mobili, di vasi di fiori, e si va a smarrirsi fra gli alberi e le caverne d’un bosco popolato di stivaggi d’Africa e d’Oceania, sparsi alla caccia delle fiere, o raccolti a famiglie intorno ai focolari, o appostati dietro i sassi nell’atto di pigliarci di mira colle freccie. Si va su per una scala: ci si allungano davanti gallerie a perdita d’occhio, dove si possono far delle miglia in mezzo ai quadri ad olio, agli acquerelli, alle fotografie, ai busti d’uomini celebri. E sopra queste, altre gallerie a mille giri, dalle quali, guardando fuori, si abbraccia con un colpo d’occhio la bella campagna della contea di Kent, e guardando giù, tutto quel fantastico giro di sale, di giardini, di cortili, di teatri, di trattorie; la gente che sale, scende, e s’affolla ai teatri, e sparisce e riappare in mezzo alle piante e alle statue; e su quella prodigiosa varietà di forme, di colori e di spettacoli, su quel compendio di mondo sul quale s’incurva un cielo di cristallo, la luce del sole che irrompe e saetta da tutte le parti, gettando iridi, lampi e sprazzi di scintille d’argento lungo le pareti e le vôlte azzurrine.

Tornando a Londra mi seguì un caso che mi fece rimpiangere amaramente di non sapere l’inglese. Nel vagone c’era un signore che fumava la pipa: io accesi l’ultimo sigaro virginia d’una reliquia di mazzo che avevo portato da Parigi. L’avevo appena acceso, quando entrò una signora. Io faccio un atto come per domandarle se il fumo le dà noia; essa mi risponde qualche parola in inglese, che dall’espressione del suo viso mi pare che significhi:—Sì, mi dà noia.—Raccolgo tutta la mia forza di sacrificio e butto via il sigaro dal finestrino. Non era ancora cascato in terra che l’uomo della pipa mi afferra il braccio e mi fa capire in francese che la signora aveva risposto che anzi il fumo le piaceva. Io guardai il finestrino, la mia mano vuota, la signora che rideva, e venni men così com’io morisse.

Arrivato a Londra, andai all’abbazia di Westminster, la Santa Croce dell’Inghilterra.

Entrando in quella chiesa, se si fosse soli, si chinerebbe la fronte sul lastrico.

Un Panteon di quella natura è un immenso argomento di marmo in favore dell’immortalità dell’anima.

Appena entrati, si alzano gli occhi agli altissimi archi acuti delle vôlte, poi si girano sul popolo di statue che ne circonda. Là gli uomini grandi sono accalcati, si pigiano, si nascondono. Fatti i primi passi, s’incontra Pitt, Palmerston, Robert Peel: avanguardia degna della legione. In un canto, Pasquale Paoli. I simulacri delle glorie supreme sono frammisti a quei delle glorie minori, e invece di oscurarle, le irradiano. È un Panteon divinamente democratico. I grandi principi dormono accanto ai grandi poeti. Vicino a Shakespeare v’è un pedagogo: Andrea Bell. Vicino a Newton, un portabandiere. Fra due ammiragli vittoriosi, Garrick, l’attore, che si presenta fra le cortine del palco scenico col sorriso sulle labbra. Fra una folla di ciambellani, di abati e di ministri, fra i quali si passa indifferenti, s’incontrano le immagini care e gloriose che fanno battere il cuore, come amici ritrovati in un paese sconosciuto: Gray, Milton, Goldsmith, Thomson, Thackeray, Addison, e l’ultimo, amato e compianto come i più grandi, Carlo Dickens. In mezzo ai capitani famosi che insanguinarono il mare e la terra, splende la gloria intatta e serena dei grandi benefattori: gli apostoli dell’abolizione della schiavitù; Hanway, il filantropo; Wintringham, il medico; James Watt, l’inventore della macchina a vapore. Accanto alla grandezza sfolgorante del genio, la grandezza austera delle anime integre, dei caratteri indomabili, delle lunghe vite spese in lavori pazienti e in sacrifizi ignorati. Ma che diversi pensieri in quelle cappelle rivestite di meravigliosi ricami di pietra, dove si cammina fra i sepolcri dei principi, fra i ricordi della potenza e delle sventure di sette schiatte di re! Se tutto il sangue che fece spicciare il pugnale o la scure dalle vene della gente sepolta fra la tomba di Enrico VII e quella di Edoardo il Confessore, si spandesse tutto a un tratto nel santuario, non rimarrebbe un palmo di marmo senza macchia. Maria Stuarda, Lord Stafford, il marito di Anna, duchessa di Somerset, decapitati; Tommaso Tyrme, assassinato; Aymer di Valenza, conte di Pembroc, assassinato; Tommaso di Woodstock, duca di Salisbury, assassinato; Riccardo II, assassinato; Edoardo V e il fratello duca di York, gli sventurati figli di Edoardo, assassinati; il duca di Buckingam, assassinato: Spencer Perceval, cancelliere del tesoro, assassinato; Nicola Bagenall, soffocato nella culla dalla nutrice. Dopo fatto il giro delle cappelle, colsi un momento che il custode guardava da un’altra parte, per sedermi sul vecchio trono dei re di Scozia; e poi battei la mano sulla pietra dove il patriarca Giacobbe posò la testa quand’ebbe la visione divina.

Chi non ha visto piovere a Londra, non ha visto Londra; ed io ebbi questo piacere la mattina che andai a vedere il tunnel sotto il Tamigi. Capii allora come con quel tempo, si possa esser presi dalla tentazione di tirarsi una pistolettata. Le case sgocciolano, come se sudassero; l’acqua non par che scenda soltanto dal cielo, ma che trapeli dai muri e dalla terra; i colori cupi delle case diventan più cupi, e pigliano un’apparenza oleosa; le imboccature dei vicoli sembrano imboccature di grotte; tutto par sucido, logoro, muffoso, sinistro; l’occhio non sa dove rivolgersi, che non incontri qualcosa di sgradevole; si senton dei brividi che fan l’effetto dell’assalto improvviso d’un malanno; si prova un senso molesto di stanchezza, un’uggia d’ogni cosa, una voglia inesprimibile di sparire come un lampo da questo mondo noioso.

Mentre pensavo queste cose, sparii davvero dal mondo, scendendo per una scala a chiocciola illuminata, che si sprofonda nella terra, sulla riva destra del Tamigi, di fronte alla Torre di Londra. Discesi, discesi, fra due pareti fosche, fin che mi trovai dinanzi all’apertura rotonda del gigantesco tubo di ferro, che ondeggia come un gran budello nel ventre enorme del fiume. L’interno di questo tubo si presenta come un corridoio sotterraneo, del quale non si vede la fine. È rischiarato da una fila di lumi a perdita d’occhio che mandano una luce velata, come lampade sepolcrali; vi è un’aria nebbiosa; vi si va per lunghi tratti senza incontrar nessuno; le pareti sgocciolano come i muri d’un acquedotto; l’intavolato si move sotto i piedi come il palco d’un bastimento; il passo e le voci della gente che viene incontro, mandano un suono cavernoso, e si sentono prima che la gente si veda; le persone, da lontano, paiono grandi ombre; v’è in fine non so che di misterioso che senza far paura mette in cuore una vaga inquietudine. Quando poi si è giunti nel mezzo, e non si vede più fondo nè di qua nè di là, e regna un silenzio di catacomba, e non si sa quanta strada rimanga da fare, e si pensa che s’è giù nell’acqua, nella profondità oscura del fiume dove spirano i suicidi, e che sul nostro capo passano i bastimenti, e che se s’aprisse una crepa nella parete, non si avrebbe più il tempo di raccomandar l’anima a Dio, in quel momento, oh come par bello il sole!