Credo che avevo fatto poco meno d’un miglio quando arrivai all’opposta imboccatura sulla sinistra del Tamigi; salii per una scala gemella di quell’altra, e riuscii davanti alla torre di Londra.
Questi monumenti esecrabili della crudeltà e della sventura umana mi ispirarono sempre una ripulsione più forte della curiosità; ma ricordando i nomi di coloro che morirono fra quelle mura, mi sentii forzato ad entrare. Appena passato il primo recinto, le memorie terribili si affollano. Il castello, costrutto in forma di pentagono, è sormontato da otto torri, ognuna delle quali rammenta un prigioniero famoso e una morte miseranda. In una furono assassinati i figli di Edoardo IV, in un’altra assassinato Enrico VI, in una terza annegato dentro una botte il duca di Clarence, fratello di Edoardo VI. Nella torre delle campane fu chiusa la regina Elisabetta; in quella di Beauchamp passò gli ultimi giorni della sua vita Anna Bolena; in quella dei Mattoni, Giovanna Grey. Fatti pochi passi, si giunge nella piazzetta dei supplizi segreti, dove, fra le molte altre vittime, Giovanna Grey fu decapitata. Poco distante è la piccola chiesa dove sono sepolti Anna Bolena, Roberto Devereux, Caterina Howard, e altri che furono avvelenati o pugnalati o strozzati nelle segrete. Il castello, nudo e lugubre di fuori, è anche più triste dentro. Le scale, strette e schiacciate dalle vôlte, conducono in grandi sale squallide, in lunghi corridoi semi-oscuri, in celle sinistre, in quei sepolcri di gente viva dove si stracciarono i capelli e batterono il capo nelle pareti tanti infelici impazziti dalla disperazione. La mente si distrae per poco da quei pensieri in mezzo alle splendide armature dei re e dei principi, raccolte nelle sale a terreno; e poi vi ricade, al veder l’orrenda segreta dove Walter Raleigh, il favorito di Elisabetta, languì dodici anni; la scure e il ceppo ancora macchiato di sangue, dove fu troncata la testa a centinaia di prigionieri della Torre; gli strumenti ancora intatti, coi quali si straziavano le carni e si stritolavan le ossa, senza dare la morte. Grida che sfuggono ad una creatura umana soltanto insieme alla vita, gemiti che fanno inorridire, atteggiamenti, parole supplichevoli che lacerano il cuore, e resistenze sovrumane di gente che non vuol morire, si sentono e si vedono col pensiero, vivissimamente, girando pei recessi di quell’edifizio maledetto.
In una sala appartata, sotto una grande custodia di vetro, difesa da una rete di ferro, si vede un mucchio di scettri, di diademi e di braccialetti che abbarbagliano come un raggio di luce elettrica: sono i diamanti della Corona d’Inghilterra, che presentano tutti insieme il valore di settantacinque milioni di lire.
All’uscire della Torre di Londra, vidi per la prima volta in una birreria un ubbriaco di gin. Mi fece orrore. Non credevo che l’ubbriachezza potesse trasfigurare un uomo in quella maniera. I nostri ubbriachi di vino, o smodatamente allegri o cascanti di sonno, sto per dire che sono gradevoli a vedere in confronto di quegli uomini colla faccia stravolta e convulsa, coperta di un pallore mortale, con un’espressione di malato e di pazzo, e gli occhi spalancati e fissi come occhi di cadaveri. E si vedono quei disgraziati, così ridotti, bere ancora a gorgate quel liquore tremendo, stramazzare come gente fulminata, picchiare sconciamente il capo nei muri e nei tavoli, e insanguinarsi il viso; e i presenti assistere alla scena ridendo.
La Torre di Londra.
La Torre di Londra.
Ma una vista che per le strade e nei parchi di Londra mi compensava del brutto spettacolo degli ubbriachi, era la vista dei bambini, quei cari bambini inglesi che godono meritamente la fama di essere i più gentili e i più freschi del mondo. Dal color d’oro della lira sterlina fino al biondo cinereo della seta più chiara e della fresca barba d’una pannocchia di gran turco, si vedon capelli di tutte le sfumature di biondo, cascanti in larghe onde lucide che mettono la tentazione di darci una forbicciata passando. Guancine poi di tutte le gradazioni del color di rosa, dalle foglie pallide che vestono il fiore alle piccine voluttuose che fanno all’amore col pistillo; boccuccie purpuree da far meravigliare che gli uccelli non se le becchino; pupille celesti e candori da metter vergogna ai putti che svolazzano intorno alle Concezioni del Murillo. Se non ho portato via una bracciata di questi bimbi, è proprio perchè non li sapevo dove mettere. Ma non ebbi la forza di resistere a un’altra tentazione. Un giorno, nel Green-Park, ne agguantai uno che mi passò a tiro, gli schioccai tanti baci da levargli il fiato, e rendendolo alla bambinaia che era accorsa per salvarlo, feci un atto supplichevole come per dire:—Mi scusi, ne avevo bisogno.
I bimbi mi fanno ricordare della celebre esposizione di figure della signora Tussaud. Non mi pentii d’esserci stato; ma n’ebbi un’impressione quasi più penosa che gradita. Appena entrato, mi trovai dinanzi al cadavere di Napoleone III, steso sul letto in grande uniforme, di maresciallo, così mirabilmente imitato, che provai repugnanza ad avvicinarmi. Mentre lo guardavo, vidi colla coda dell’occhio un signore accanto a me che faceva un atto di dolore; mi voltai, lo guardai fisso, e detti indietro con raccapriccio: era il Pietri—di cera—vestito di nero, ritto in mezzo alla gente come uno spettro. Nella gran sala principesca dove son centinaia di re, di regine, di generali, corti intere d’Inghilterra e di Spagna, cogli splendidi costumi dei tempi, respirai più libero. Girando intorno al trono d’un re d’Aragona, m’imbattei nel ciuffetto del Thiers; poi scivolai fra l’imperatore Guglielmo e il principe Federico Carlo, e passai dinanzi a Giulio Favre e a Bismarck che discorrevano con molto calore in un angolo appartato. Nella sala dove son raccolti i più famosi malfattori dell’Inghilterra passai di volo. Quelle faccie di cretini feroci, quegli atteggiamenti circospetti, quei panni macchiati di sangue, in quella mezza oscurità che non lascia quasi avvertire la finzione, mi fecero orrore. Se qualcuno in quel momento avesse gettato un grido dietro una cortina, avrei creduto che uno di quegli assassini gli avesse piantato un coltello nel cuore.
Andai un giorno a vedere quella famosa Banca d’Inghilterra che ha la bagatella di novecento impiegati, ai quali dà la povertà di sei milioni di stipendio, e possiede nelle sue casse la bellezza di quattrocento milioni in oro e in argento, e conserva sotto una campanella di vetro un biglietto che vale la giuggiola di venticinque milioni. Entrai nella grande sala dove si fanno i pagamenti. Cento impiegati, affacciati a cento finestrini, distribuiscono con una rapidità da prestigiatori argento ed oro a rotoli, a manate, a palettate, e i creditori empiono in furia tasche e sacchetti e scappano come ladri gettando intorno delle occhiate di diffidenza. Bisogna vedere i lampi, i barlumi di sorriso, le contrazioni leggerissime delle sopracciglia e delle labbra, e i mille moti espressivissimi ma inesprimibili dei volti della gente, alla vista di quell’oro. E bisogna vedere quell’oro come sguiscia, scappa, sfolgora, e manda dei tintinni che sembran risa di allegrezza, e fa ogni sorta di civetterie, che sembra animato e maligno. Anch’io, dinanzi a quello spettacolo, provai per la prima volta un turbamento colpevole, e feci una faccia che un che m’avesse veduto in quel punto, avrebbe gridato:—Arrestatelo!—Quel sentimento, a diciott’anni, non l’avrei provato! A quell’età non si dà pensiero di non esser ricchi. La gioventù, come disse un grande poeta, è un aspettare misterioso, e fra le mille cose che si aspettano nell’avvenire indeterminato e lontano, vi è anche quella di diventar ricchi. Si spera ancora vagamente nelle eredità di parenti ignoti e nei fasci dei biglietti di Banca trovati sul tavolino da notte, una sera dopo il teatro, mandati non si sa da chi. Ma ogni anno che passa, cancella una parola di queste promesse fantastiche del nostro buon Genio, e allora la vista dell’oro fa pensare, e desta dei desiderii malinconici: non per amor dell’ozio, ma di quella cara indi pendenza che il lavoro obbligato ci toglie, ma per poter lavorare dieci anni intorno a un libro, per tenerci in casa quattro maestri di lingue, per fare un viaggio in Africa, per poter offrire insieme all’amore un diadema di rubini e un palazzo di granito.
Andai lo stesso giorno a vedere quella rinomata birreria di Barklay, che paga allo Stato un’imposta di quattro milioni e mezzo di lire, e consuma anno per anno trecento mila ettolitri d’orzo. Dopo aver girato un pezzo per le strade d’un quartiere di Southwark in cerca della porta, domandai, e mi fu fatto capire, con mia gran meraviglia, che mi trovavo già nella birreria, e che fin allora non avevo fatto che passeggiare fra le sue mura.—Ma chiamatela città di Barklay!—dissi poi al custode che m’accompagnava. Il flemmatico inglese sorrise, e si diffuse per gratitudine in minute spiegazioni, facendomi girare per gl’interminabili labirinti di quegli edifizi, intorno a laghi di spuma, in mezzo a botti titaniche, e a fragorose cascate di birra; e quando infine domandai un po’ di tregua per le mie gambe, mi condusse a riposare sur un alto terrazzo, di dove accennando col braccio teso, come fa un generale l’accampamento, quell’ampio giro di case, di magazzini, di scuderie, di granai e di cortili, che formano la birreria Barklay:—Ecco,—disse alteramente—la più grande birreria della terra!