Quella medesima sera, ripassai dinanzi alla Banca d’Inghilterra, vidi la borsa, mi trattenni un po’ in quel crocicchio di strade dove ferve il gran commercio di Londra: e poi, tutto compreso di quello spettacolo, tornai a casa agitato da una smania non mai provata di buttarmi agli affari e di ammassare ricchezze.—Ma che scrivere!—dicevo tra me.—Azione vuol essere! Cos’è questo passar la vita a spacciar parole? È una vita rettorica. Bisogna la vorar sul sodo. Grazie al cielo sono ancora in tempo. Ci son ben altri che si son dati al commercio più tardi di me, e sono ancora riusciti a farsi una fortuna. Tornato che sarò in Italia, mi darò moto, cercherò, farò qualche cosa. I miei amici rideranno? E ridano! Riderò io pure quando mi farò fabbricare una villa a Fiesole... Vediamo un po’ che ramo potrei tentare. Bisogna cominciare dal poco. Vini, liquori.... non direi; cotone....—In quel punto mi parve di vedere un ditino bianco appuntato verso di me, e d’udire una voce canzonatoria domandarmi:—Tu?—Allora risi e rinunziai al commercio.
St. James-Palast (Palazzo di S. Giacomo).
St. James-Palast (Palazzo di S. Giacomo).
IV.
Per veder bene i musei di Londra bisogna esser ricchi: poter cioè piantare comodamente le tende nella gran città per un anno. Se no, le visite ai musei non riescono altro che marcie forzate. Mi pare ancora di correre per le sale interminabili di quell’emporio universale che è il museo di South Kensington, sperando sempre, all’entrare in una nuova sala, che quella sia l’ultima, e lasciando sempre cader la braccia al vederne un’altra sfilata appena arrivato alla porta. È un gran che se mi ricordo dei famosi cartoni di Raffaello, e d’un meraviglioso Amleto del Lawrence che mi arrestò in un corridoio per propormi l’enimma tremendo. Non presenta però questo inconveniente il piccolo museo di pittura della piazza di Trafalgar, ed ho ancora vivi dinanzi agli occhi quegl’immortali sposi di Hogarth, che furon pagati a lui due mila lire e rivenduti per una somma venti volte maggiore cinquant’anni dopo; le fantastiche battaglie di luce di Turner; i quadri di Raffaello cercati per venticinque anni; e quelli dei quattro pittori prediletti dall’Inghilterra: Correggio, Poussin, Murillo, Claudio il Lore nese. Ma non feci che marcie forzate nel museo delle Indie, nel museo di Soane, nel museo marittimo, nel collegio dei chirurghi, dove si vede lo scheletro di Carolina Cracami, la famosa nana siciliana, che si poteva seppellire sotto un cappello cilindrico; e di Byrne, il gigante irlandese che passeggiando per le strade accendeva la pipa alla gente del primo piano.
Ma l’impressione che mi rimarrà più di tutte, è quella che mi fece la Camera dei Comuni. C’entrai senza saperlo,—era vuota;—guardai e riguardai e non mi passò nemmeno per la mente che fosse la Camera. Una sala, all’apparenza, piccina, decorata con una magnificenza piena di grazia aristocratica, che arieggia un coro di cattedrale da canonici eleganti, e che si presterebbe a meraviglia per un congresso di contessine coi capelli biondi e le vesti bianche. Quando seppi ch’era la Camera dei Comuni,—quella Camera dove suona la semplice e tranquilla eloquenza dei primi oratori del mondo, che echeggia poi, spizzicata in sentenze presuntuose e in citazioni pedantesche nei parlamenti latini,—feci un atto rispettoso, domandai il permesso di toccare lo scettro ( the Mace ) colla punta delle dita, colla speranza che mi trasfondesse la non latina virtù delle discussioni pacate.
Il castello di Windsor.
Il castello di Windsor.
Dalle visite faticose ai Musei e ai Palazzi, m’andavo a riposare nei parchi,—in quelle grandi oasi del popoloso deserto di Londra, dove l’anima si rallegra al vedere che il mondo non è tutto case e strade ferrate; dove centinaia di bellissime donne su bellissimi cavalli trascorrendo per viali di cui non si vede la fine, e migliaia di bimbi sparpagliati alla corsa per prati immensi e intorno a grandi laghi solcati da barchette innumerevoli, vi fanno pensare con piacere che la vita non è tutta traffico e fatica; dove il verde rigoglioso, l’ilarità dei volti e la melodia della musica italiana, vi ravvivano con un sentimento di tenero desiderio l’immagine della patria cara che rivedrete fra poco. O Hyde Park, Regent’s Park, parco del Vittoria, parco di Battersea, parco di Greenwich, parco di Southwark, parco di San Giacomo, parco d’Olanda,—benefici consolatori delle mie malinconie,—io vi ringrazio e vi saluto! E ripenso con gratitudine anche alla collina del castello di Windsor, ai boschetti di Eton, ai passeggi di Richmond e ai giardini di Kew e a tutti gli ameni dintorni di Londra, dove mi salvai dalla noia micidiale delle domeniche. Ah! chi non ha visto Londra la domenica, non sa che cos’è la noia. Le porte chiuse, le finestre sbarrate, le strade deserte, le piazze silenziose; intieri quartieri abbandonati, dove si potrebbe morir di fame senz’essere nè soccorsi nè visti; uno squallore di città disabitata; un tedio infinito su tutte le cose; si direbbe che le statue sonnecchiano e che le case s’annoiano, e vi si apre la bocca in così larghi e lunghi e violenti sbadigli, che subito vi vien fatto di tastarvi la faccia per vedere se c’è nulla di dislogato.
Londra mi pareva di giorno in giorno più grande. Per quanto camminassi con qualunque direzione, non riuscivo mai, non solo a vederne la fine, ma nemmeno una radura di case che l’annunziasse. Da certe parti, passandoci una seconda volta, scoprivo dei tratti di città grandi come Firenze, che la prima volta m’erano sfuggiti. Ogni giorno, anche solo nei quartieri della Westend che frequentavo, vedevo quasi per incanto aprirmisi dinanzi qualche strada immensa che non avevo neanche visto sulla carta. Mi mettevo in viaggio la mattina, ripassavo pei luoghi percorsi il giorno innanzi, senza riconoscerli; arrivavo in un parco dove mi fermavo a ripigliar fiato e coraggio; e poi daccapo nel labirinto infinito delle strade, ora a piedi, ora in diligenza, ora in cab, facendo un’esclamazione di stupore allo svolto d’ogni cantonata, come quando si arriva sulla cima d’un monte e si scopre tutt’a un tratto un nuovo paese. Ho ancora in capo mille immagini confuse di crocicchi pieni di popolo, di grandi spazii solitari e di lontananze nebbiose,—non so di che parte di Londra nè che giorno vedute,—che spesso mi si confondono con visioni di quelle città immaginarie che ci appariscon nei sogni.