La grandezza e la ricchezza di Londra mi facevano ogni momento una impressione diversa. Alle volte sentivo il mio amor proprio d’italiano, schiacciato; ricordavo con dispetto le meschine vanterie a cui ci lasciamo andare in casa nostra, paragonandoci soltanto con noi medesimi; mi proponevo, quando fossi in Italia, di rintuzzarlo con sarcasmo; avrei voluto esser nato inglese, per aver diritto di guardare dall’alto in basso i latini. Altre volte invece, lo spettacolo della superiorità di quel paese mi faceva sentire pel mio un affetto più vivo, misto di pietà gentile. Forse che un figliuolo, pensavo, deve amar meno sua madre perchè è povera e malata? Spesso poi, neppure quella grandezza mi pareva invidiabile. Vanità, dicevo; vanità. A che tende, come domanda il pastore del Leopardi, tutto questo gran moto, questo immenso agitarsi d’uomini e di cose? Sono più contenti di noi costoro? Hanno la ricchezza! Ebbene, noi non abbiamo la nebbia, e un povero diavolo al sole gode forse più la vita che un ricco al buio. E forse che non ci sono anche qui miserie e dolori infiniti?—E anche questa povera Italia qualche volta mi dava delle soddisfazioni d’amor proprio. Quando qualche cortese compagno di diligenza, sentendo ch’ero italiano, mi volgeva uno sguardo tra benevolo e curioso, come per cercare sul mio viso qualcosa che rispondesse a quella vaga immagine di cose belle e di vita lieta che desta in ogni straniero il nome d’Italia, sentivo un piacere vivo, e vedevo nel cristallo del finestrino di rimpetto, che i miei occhi brillavano e le mie guancie erano diventate color di rosa.
Ma che lezione di modestia è questo viaggiare! Come par ristretto a chi viaggia il giro delle cognizioni e delle idee, in cui vive abitualmente, e che pure, a casa sua, fra i suoi amici, e i suoi libri, gli pare già così vasto! Veder che una metà almeno di quello che forma «il tesoro d’istruzione» che abbiamo raccolto in tanti anni di studio e d’osservazione, non ha quasi punto valore nel paese straniero dove ci troviamo! Toccar con mano che a casa nostra, mentre credevamo di leggere il libro del mondo, non ne leggevamo veramente che una pagina, che mille cose che ci parevano grandi, importanti, e tali da riempire di sè mezzo il mondo, non sono che robetta di casa, che non conta il bellissimo nulla un passo fuori dell’uscio! A ogni passo che si fa in un paese straniero, ci si apre sotto gli occhi come una crepa, per la quale vediamo giù gli abissi della nostra ignoranza, e ci giunge d’in fondo una risata di compassione. Ma v’hanno dei momenti, per contro, nei quali il movimento delle idee ci si fa così rapido, e vediamo, indoviniamo, comprendiamo in un lampo tante cose che ci erano ignote od oscure prima d’allora, che se quella febbrile attività della mente potesse durare continua, si sarebbe uomini straordinarii. Che grandi disegni si fanno allora, che sfumano alla prima svoltata di strada!
Quello che mi meravigliò di più a Londra, dopo la grandezza e la ricchezza, è l’ordine. Quella città enorme è assestata come un villaggio olandese. Le funzioni della sua immensa vita si compiono a rigor di orologio. Uno straniero che appena capisca il francese, si cava da solo d’ogni impaccio e senza perdere un minuto di tempo. I muri e le diligenze, coperte d’infinite iscrizioni, lo guidano costantemente, e a ogni passo; qualcuno gli mette in mano un foglio stampato che gli dà un consiglio o una notizia utile. In qualunque parte di Londra uno si smarrisca, non ha che da andare nel senso del primo treno che vede passare sui tetti; il treno lo conduce a una stazione; i muri della stazione gl’insegnano la strada per tornar a casa. Un giorno salii sur una diligenza senza saper dove andasse; fui condotto parecchie miglia fuor di Londra; discesi a una trattoria di campagna, rimasi solo. Nessuno di quei ch’eran là capiva una parola di francese, non potei nemmeno sapere dov’ero, nè quando la diligenza sarebbe ripassata. Mi prese un po’ d’inquietudine. Girai per un villaggio, tutto casette lustre e giardinetti leccati, dove non incontrai che qualche ragazzo aristocratico a cavallo, e non vidi che qualche bionda testa di miss dietro i vetri delle finestre: e v’era un silenzio di camposanto. Che fare? Dove andare? A un tratto sentii un soffio che mi andò al cuore come una voce d’un amico; corsi da quella parte e in quindici minuti fui a Londra.
Il nuovo ponte di Londra.
Il nuovo ponte di Londra.
La sera, a Londra, per uno straniero è molto trista. Ebbi degli spleen feroci. Abituato al fantastico splendore dei boulevards di Parigi, e a quel gran movimento festivo, le strade di Londra mi parevan buie e melanconiche. Rimpiangevo i caffè affollati, le botteghe sfarzose, e persino i quadri dissolventi del boulevard Montmartre; dimenticando l’indignazione che mi destava lo spettacolo della prostituzione sfrontata, trionfante e sfolgorante, che pullula in ogni parte. Ma che mistero son questi scoraggiamenti, queste tristezze profonde che ci assalgono la sera in una città che non si conosce! e tanto profonde che alle volte s’ha una faccia che mette compassione alla gente che passa! Ma perchè?—uno si domanda; stai bene, non ti mancano i denari, hai buone notizie di casa, sei libero, domani mattina ti divertirai, fra dieci giorni ti ritroverai nel tuo paese; ma dunque perchè quel cipiglio da suicida?—Chi lo sa! Anch’io, come il leb broso del De Maistre, quando vedevo passare una coppia coniugale, con ragazzi, balia e bambino, tutti contenti e ridenti, sentivo un’invidia amara e torcevo il viso da un’altra parte.
Si può a Londra, per via di raccomandazioni, ottenere il permesso di accompagnare la ronda notturna della polizia in quei luridi quartieri, dove formicola la popolaglia dei mattatori e dei pezzenti; e penetrare nei covi dove quei miserabili con pochi centesimi, passan la notte. Girai per quei quartieri soltanto di giorno, in mezzo alle case dove vanno a istupidirsi i bevitori d’oppio, dove si fanno i balli osceni a un soldo l’entrata, dove il dilettante di box va a veder vibrare i pugni formidabili che schiacciano gli occhi e spezzano i denti; dove si rinvengono le donne col cranio spaccato dai mariti ubbriachi; dove la meretrice consunta riceve gli amplessi del ladro macchiato di sangue; dove la prostituzione comincia colla fanciullezza e continua colla vecchiaia; dove la ferocia, la lascivia, la miseria si dan la posta nelle tenebre, come mostri schifosi, e s’accoppiano, per mandar vittime al Tamigi, agli ospedali ed al patibolo; dove fermenta, infine, il putridume della grande città, e dove Carlo Dickens andava a bere la birra col suo servitore.
La più bella mattinata che passai a Londra fu l’ultima, chiusa dalla più cara colezione cosmopolita che abbia fatta finora. Ero salito sulla torre di Wren,—quella torre famosa che ricorda un incendio di quattrocentosessanta strade e quattordici mila case;—dalla cima della quale si abbraccia con un colpo d’occhio il grande movimento del ponte di Londra e di tutte le strade che vi fan capo sulla sinistra del Tamigi. Trovai lassù cinque giovanotti simpa tici, che chiacchieravano allegramente, strapazzando la lingua francese (uno eccettuato) con una disinvoltura da garzoni di barbiere; attaccai discorso; e dopo qualche parola, seppi con mio grande piacere che uno era di Colonia, uno di Manchester, uno di Harlem, uno di Guadalajara e il quinto di Lione; così che, me compreso, il gruppo rappresentava sei stati: Germania, Inghilterra, Francia, Italia, Spagna ed Olanda,—tre popoli latini e tre popoli nordici,—quattro monarchie sane e due repubbliche malate. Ridemmo del curioso incontro, poichè il tedesco e l’olandese eran capitati là anch’essi per caso qualche minuto prima; e gli altri tre s’eran combinati nella stessa maniera il giorno innanzi; e dandoci una cert’aria grave di commissione internazionale per un arbitrato qualunque, andammo insieme a far colezione. Eccettuato lo spagnuolo, e un po’ l’italiano, gli altri erano spugne da birra; la tavola fu presto coperta di bicchieri vuoti; e la conversazione si fece animatissima. I vapori della birra avevano assopito gli odii e i dispetti politici, e destato invece in tutti e sei un sentimento d’amore universale, che prorompeva in brindisi clamorosi alla prosperità e alla gloria di tutte le nazioni rappresentate, quoique indignement, come diceva il lionese, in quell’allegro convegno, che avrebbe dovuto servir d’exemple aux gouvernements. Prima che giungesse l’ottava bottiglia, l’Alsazia era restituita, ogni ombra di timore di guerra per la quistion di Roma, dissipata, tutti i Carlisti sparsi sulla frontiera francese, ammanettati, il Lussemburgo assicurato per sempre dalle pretensioni della Germania. Poi cominciarono a ballar sulla tavola Guttemberg, Coster, Michelangelo, Mendoza, Newton, il principe d’Orange, Victor Hugo, e su di loro una pioggia di quegli aggettivi da dessèrt rinforzati da una gorgata: divino, immenso, sublime, sovrumano. Poi, via via che cresceva la dimestichezza, ciascuno a parlare dei fatti suoi:—io sono negoziante—io giornalista—io pittore—io ho... qualche cosa,—e l’uno domandare all’altro l’età, e dirsi reciprocamente:—Lei è un bel tipo tedesco—e—Lei è un bel tipo italiano—e assassinare l’uno la lingua dell’altro, e di tratto in tratto una voce che gridava:—Ma qui non si beve!—E poi, i grandi progetti e gli appuntamenti convenuti per l’anno venturo a Parigi, ad Amsterdam e a Costantinopoli, tal strada, tal giorno, tal ora; e—badi che io ci sarò:—Lei mi scriva—vada franco—e poi un ultimo cozzo di bicchieri straboccanti, al grido di:—Viva la civiltà!
Gravesend.
Gravesend.