A mezzogiorno salivo, vicino alla Torre di Londra, sur un bastimento a vapore che partiva per Anversa.

La favolosa grandezza di Londra non si vede intera che scendendo e rimontando il Tamigi; il London-Bridge e la City scompariscono al paragone del porto; tutta la città di Londra rimpicciolisce.

Quando il bastimento partì splendeva il sole e l’aria era limpida. Si entrò in mezzo a due file di grandi bastimenti, si oltrepassò in pochi minuti quel dock di Santa Caterina, che abbraccia lo spazio occupato una volta da dodici mila abitanti, e serve di porto ai bastimenti che vengono dalla Germania, dai Paesi Bassi, dalla Francia e dalla Scozia; si lasciarono addietro quei London-Docks che contengono nei loro bacini trecento bastimenti di alto bordo e nei loro magazzini duecento mila tonnellate di mercanzia, e danno lavoro a tre mila operai di tutti i paesi del mondo; e si andò innanzi rapidamente, rasentando i bastimenti, i piroscafi di rimorchio, i barconi, le navi d’ogni forma che vanno e vengono per il largo fiume. Per un po’ di tempo, lo spettacolo non è straordinario. Mucchi enormi e file sterminate di sacchi, di botti, di casse, di balle che ingombran le rive, le dighe, i ponti, le imboccature delle strade; lunghissimi muri di cinta, infinite case nere, e per tutto fumo di officine, moto di macchine, e affaccendarsi d’operai e di marinai; il movimento, più fitto e più svariato, che si vede in tutti i grandi porti. Senonchè, quando si è giunti al grande svolto del Tamigi, si comincia a osservare che prima d’allora non s’era mai percorso un così lungo spazio in mezzo ai bastimenti, e appena svoltati, vedendo ancora nella nuova dirittura alberi e vele a perdita d’occhio, si prova una viva maraviglia. Ma è ben altra cosa quando ci s’accorge che di là da questi alberi e da queste vele, oltre i muri altissimi che si stendono lungo le due rive, vi sono altre foreste di bastimenti, fitte, profonde, confuse; a sinistra i grandi bacini dei docks delle Indie occidentali, che coprono la superficie di cento ettari; a destra i cinque grandi docks «Commerciali» e i docks di Surrey, che si estendono per parecchie miglia dentro terra. Non si naviga più fra due file di navi, ma fra due file di porti; e lo sguardo non può abbracciare tutto lo spettacolo. Oltrepassati i docks commerciali, si va innanzi per qualche miglio in mezzo a docks minori; ma sempre tra foreste di bastimenti, muri neri di magazzeni grandi come città, e monti di mercanzie. Si passa dinanzi al glorioso ospedale di Greenwich, e si svolta intorno all’isola dei Cani. Son già due ore di navigazione, i bastimenti diradano, e benchè i magazzeni, gli opifici, le case si succedano senza interruzione sulle due rive, il porto pare che sia per finire. Si tira un respiro, si aveva bisogno di un po’ di riposo, si era stanchi di meravigliarsi. Così si va innanzi per un’altr’ora, pensando già a Londra come a una città lontana, e al movimento e allo strepito del porto come uno spettacolo del giorno innanzi. Quand’ecco, a una svoltata del fiume, nuove file lunghissime di bastimenti, nuove foreste lontane di alberi e d’antenne, nuovi docks immensi, un altro porto, un altro spettacolo grandioso. Qui l’ammirazione si cangia in stupore, e sembra di sognare. Si direbbe che si sta per entrare in un’altra Londra. Si passa accanto ai docks delle Indie orientali, si rasentano gli arsenali di Woolwich, si trascorre lungo i docks Vittoria, che si stendono per tre miglia lungo la riva sinistra, e via sempre in mezzo a muri senza fine, navi senza numero, merci, macchine, fumo, fischi, partenze, arrivi, bandiere di tutti i popoli della terra, faccie di tutti i colori, parole di lingue ignote, che vi giungono all’orecchio dai legni vicini, vestimenta strane, grida selvaggie che fan balenare alla fantasia mari e lidi remoti. E son tre ore che quello spettacolo dura! Per quanto il senso dell’ammirazione sia stanco, bisogna ricominciare ad ammirare. La mente si esalta, non si prova più quel sentimento quasi di umiliazione che si provava da principio, paragonando quel paese al proprio; non si paragona più; ci si sente diventare cosmopolita; l’orgoglio nazionale muore in un sentimento d’orgoglio umano; non si vede più il porto di Londra, ma il porto di tutti i paesi, il centro del commercio della terra, il luogo di convegno dei popoli d’ogni razza e d’ogni zona; e mentre gli occhi guardan lì, il pensiero attraversa i continenti e si rappresenta le im mense curve descritte sul globo da quella miriade di navi che s’incontrano e si salutano; le fatiche e i pericoli infiniti, il via vai perpetuo per le terre e pei mari, il lavoro eterno dell’umanità instancabile, e par di comprendere per la prima volta le leggi della vita del mondo. E intanto il bastimento vola, il Tamigi s’allarga, le foreste di navi non appariscono più che come vasti cannetti sull’orizzonte leggermente dorato dal sole che cade; ma ai docks succedono ancora i docks, i bacini ai bacini, i magazzeni ai magazzeni, gli arsenali agli arsenali; Londra, la grande Londra è sempre là; Londra, dopo quattr’ore di navigazione, ci segue ancora; a destra, a sinistra, davanti, fin dove arriva lo sguardo, si vede ancora con un misto quasi di dubbio e di spavento la città mostruosa che lavora e s’avanza.

Palazzo Lambeth.

Palazzo Lambeth.

UN’ESCURSIONE
NEI
QUARTIERI POVERI DI LONDRA

DI L. SIMONIN

I.

Come mi trovassi a Londra. Progetto di un’escursione nei quartieri poveri.— Seven Dials. L’ispettore di polizia, signor Price.—Una sfilata di pezzenti.

Era il mese di luglio 1862. Io mi trovava a Londra col mio amico M. D. B., pittore ed un suo allievo. Ritornavamo dalle miniere di Cornovaglia e dai distretti industriali tanto curiosi del paese di Galles.