La mattina, assai prima del levar del sole, uscii, e mi diressi verso il Tamigi. Ero a pochi passi dal ponte-di-Londra, nel cuore della City. Si vedeva pochissima gente, regnava un gran silenzio, il cielo era grigio, faceva freddo, una nebbia leggera velava tutte le cose senza nasconderle. Andai verso il ponte a passi rapidi, sapendo che di là si godeva il più gran colpo d’occhio di Londra.
Arrivato in mezzo al ponte, guardai intorno, provai un istantaneo senso di freddo dal capo alle piante e rimasi immobile.
Subito dopo mi balenò dinanzi l’immagine di Parigi vista dal Ponte Nuovo, e mi parve straordinariamente piccina.
Poi mi appoggiai alle spallette e dissi coll’accento di chi vuol mettere un po’ d’ordine nella sua testa:—Vediamo.
Sotto, il Tamigi larghissimo; da un lato bastimenti a perdita d’occhio, dall’altro una successione di ponti giganteschi; lungo le due rive, vicino al ponte, case robuste e nere, come vecchie fortezze, affollate disordinatamente, e pendenti a filo sull’acqua. Un po’ più oltre, grandi moli di edifizi d’aspetto sinistro, smisurate tettoie a vôlta di stazioni di strada ferrata, lunghe linee diritte come d’enormi bastioni; e di là da questi, una confusione di contorni spezzati e di forme vaghe via via digradanti in leggere sfumature cineree, fino a non presentar più che un grandioso disordine di profili nebbiosi di comignoli, di camini, di torri, di cupole, di campanili; e più oltre ancora, prospettive misteriose quasi di altre città lontane, che s’indovinano, più che non si vedano, da una linea dentellata leggerissima che si disegna sull’orizzonte grigio. Su tutti gli edifizi vicini, poi, sui ponti, sulle rive, un color cupo d’officina, un’aria di città logora, un aspetto di forza e di fatica, un non so che di viscoso e di lugubre, come d’una città desolata da un incendio;—uno spettacolo immenso e triste.
Che strani giochi ci fa il cervello! Dinanzi a questi spettacoli che ci dovrebbero, almeno per la prima volta, assorbire tutti interi, noi scappiamo col pensiero, tutt’a un tratto, mille miglia lontano, dietro alla più futile minuzia, che non ha nessunissima relazione con quello che vediamo, e a cui sdegneremmo di pensare nella nostra vita ordinaria. Io vedevo Londra per la prima volta, e pensavo a un volume dalle opere del Voltaire che avevo imprestato e non riavuto prima di partire da Torino.
Poi scordai il libro, e mi vennero a galla nella testa, come sempre succede in una città sconosciuta, mille immagini disparate di persone e di cose che per l’addietro solevo rappresentarmi in quella città, come sopra un fondo di quadro: certi negozianti panciuti dei romanzi del Dickens, la regina Elisabetta, una famiglia inglese vista un giorno davanti alle porte del Ghiberti a Firenze, un gesto che fece una volta mio padre dicendo:—Quanto darei per veder Londra!—e il ritratto dell’attore Garrik che avevo visto in un giornale illustrato.
Poi daccapo una distrazione inesplicabile, come quella di accorgermi che avevo la barba lunga e di dimandarmi dove avrei fatto colazione.
Poi un senso vivissimo di stupore di trovarmi là, come se ci fossi piovuto dal cielo; e dopo un minuto, tutt’a un tratto, una glaciale indifferenza, come se ci fossi sempre stato; e poi daccapo la meraviglia fresca del primo momento. Proprio vero, come dice Sant’Agostino, che quasi non mette conto di viaggiare, tanto è più meraviglioso quello che segue nella nostra testa, di tutto quello che si può vedere di fuori!
Passai il ponte, giunsi sulla piazzetta che si apre sulla riva sinistra, mi affacciai ad una delle strade che conducono verso la cattedrale di San Paolo:—erano deserte; voltai a destra, e mi trovai dopo due o tre giravolte nel mercato dei pesci, in una strada stretta, umida, nera, piena di carri e di gente da poterci appena passare; andai oltre, in mezzo a un così acuto odore di aringa, che in capo a pochi minuti avrei potuto far colezione fregandomi il pane sui panni; giunsi alla Torre famosa, la Bastiglia di Londra; le girai intorno, guardando con sospetto le sue mura sinistre: ed entrai frettolosamente nella città dei docks, col proposito di farvi un largo giro per non averci più da tornare. Strade lunghe, tortuose, fiancheggiate da muri altissimi di color fosco, senza porte e senza finestre, come mura di prigioni; gruppi di centinaia di operai immobili alle cantonate; altri gruppi che sparivano in silenzio nei vicoli oscuri: per una mezz’ora non vidi altro. Andavo innanzi per quelle strade monotone, come per i meandri d’una fortezza antica, annoiato e melanconico, senza sapere dove sarei riuscito. A un certo punto, dopo un lungo girare, mi accorsi che tornavo indietro; e dovetti far nuovi e lunghi giri per mettermi sulla buona strada. M’ero lasciato addietro il dock di Santa Caterina, mi pareva d’esser vicino all’estremità del dock di Londra, e m’ero proposto di andare fino al dock delle Indie. Avevo infilato una strada di cui non vedovo la fine, chiusa a destra dalle mura dei docks, a sinistra da piccole case in mezzo alle quali si allungavano altre strade strette e lunghissime, fiancheggiate da torri di officine, da muri di magazzini, da mucchi di casaccie affumicate; e via via che andavo innanzi, non che mi paresse d’allontanarmi da Londra, mi pareva d’avvicinarmi al centro. Ma pieno di fiducia nelle mie gambe, e incoraggito dall’esperienza di Parigi dove, con grande meraviglia dei miei amici, avevo sempre fatto di meno della carrozza, continuavo a camminare senza paura. Giunse però un momento che mi parve non sarebbe stato inutile sapere dov’ero. Passando accanto a un gruppo d’operai, ne udii uno che parlava francese; mi fermai e gli domandai se quello lì accanto era il dock delle Indie.