Così morì ammazzato il nostro amore. Ma non con la correzione dei peccatori, appunto perchè Ezzelino, secondo l'uso suo e di molti altri, ci volle fare un delitto d'una fanciullaggine in cui non era nulla d'ignobile. S'egli ci avesse dato anche una brava polpetta, ma contentandosi di dimostrarci la grave sconvenienza d'andar a posteggiare ai canti due ragazzine oneste e sole, come due birichine vagabonde, noi ci saremmo certamente persuasi e pentiti. Trattati invece in quella maniera, passata che fu la prima paura, ci invanimmo quasi d'aver avuto la temerità di calpestare a quel modo tutte le leggi umane e divine, e poi, quando ad animo quieto valutammo giusto il piccolo fallo e la riprensione enorme, questa ci parve una buffonata, e il riprensore un inetto e uno sciocco.
Non di meno, da quel giorno in poi, pigliammo un'altra strada per tornare a casa, e per consolarci dell'amore andato a picco, ci demmo con furore alla palla di gomma elastica.
Sulla mala via.
Fu in quel giro di tempo che, stando una sera nel giardino, ebbi un quarto d'ora terribile, del quale ho risentito gli effetti funesti per tutta la vita. Quasi all'improvviso mi girarono attorno gli alberi e i muri, la terra mi vacillò sotto i piedi, mi si velarono gli occhi, mi si oscurò la mente, e preso da un senso di stanchezza infinita, non potendo più reggermi ritto, mi distesi per terra ed aspettai la morte. Poi, rialzatomi con un grande sforzo, barcollando come un ferito, mi trascinai a casa, dove mi buttai sul letto e confessai la verità a mia madre; che, spaventata, mi spruzzò d'acqua la fronte e mi fece fiutare dell'aceto, esclamando: — Ah, benedetto ragazzo! Anche tu! E così presto!... Ah, non ci ricadere mai più, per l'amor del cielo!
E io ci ricaddi, pur troppo.
Ah, se quel giorno, nel punto che mi mettevo alla prima prova, avessi potuto prevedere a quale ignobile schiavitù essa m'avrebbe condotto, a che padrone tirannico, brutale e stupido dato in potere per sempre; se avessi potuto prevedere di quale enorme disperdimento di forze del corpo e dell'intelletto, di quanti turbamenti maligni della salute, di quante ore di stanchezza inquieta e triste e notti d'insonnia tormentosa o agitate da sogni spaurevoli mi sarebbe stato cagione l'abito malaugurato che stavo per contrarre; se avessi preveduto ch'io sarei stato un giorno certissimo, come ora sono, che infinite ineguaglianze e fiacchezze del mio stile di scrittore, e radure e garbugli del tessuto sottile delle idee, e mancanze improvvise dell'acume critico e della flessibilità del pensiero e della facoltà d'abbracciar con la mente vasti spazi, non sarebbero state che un effetto di quell'abito; se avessi previsto nell'avvenire quante volte avrei fuggito villanamente delle compagnie gentili o rinunziato a spettacoli d'arte desiderati e a trattenimenti intellettuali fecondi, non per altro che per soddisfare il bisogno volgare che stavo per imporre irrimediabilmente alla mia gola e al mio cervello, condannandomi per tutta la vita a respirare un'aria impura e a legger libri e a vestir panni e a mandar pel mondo dei fogli impregnati dell'odore del mio vizio; se avessi potuto antivedere, infine, quante dure lotte, dalla giovinezza fino all'età matura, avrei dovuto sostenere per liberarmi da quel vizio, destinate a finir tutte quante, dopo giorni e mesi di sforzi penosi, con una vile dedizione al nemico, non lasciandomi altro conforto che quello di veder immuni dalla mia tabe i miei figliuoli, e amareggiato anche quello dal rimorso d'ammorbar loro la casa e dalla vergogna di stampar sulle loro guance dei baci attossicati; ah, se avessi presagito allora tutto questo, con che ribrezzo avrei buttato via quello sciagurato mozzicone di sigaro che stavo per cacciarmi fra i denti, e che, dopo quarant'anni, mi brucia ancora la bocca e la coscienza!
*
Ma già anche prima del sigaro io ero da un po' di tempo sur un brutto sdrucciolo. Proprio, venivo pigliando la piega del cattivo soggetto. Che era stato? Cattivi germi, assorbiti qua e là, ammucchiandosi a poco a poco e andando in fermento, cominciavano a dar fuori; di quei germi che son come nell'aria e che tutti i ragazzi assorbiscono, salvo che sien tenuti sott'olio come le sardelle. Scatti di ribellione, bugiarderia, secchezza d'animo, volgarità di linguaggio, predilezione pei compagni sbarazzini, e propositi, più che altro, di bricconate; ma anche qualche piccola bricconata che, sebbene commessa in casa, avrebbe meritato qualche settimana di carcere correzionale, furono le prime manifestazioni del serpentello maligno che m'era entrato in corpo. Fors'anche perchè quell'anno era stato per me un anno di cresciuta straordinaria, quasi maravigliosa, prevaleva alla virtù dello spirito l'animalità imbaldanzita. Ma il male non era veramente profondo, poichè, anche nei giorni peggiori, sebbene rispondessi duro e arrogante anche a mia madre, pure i suoi rimproveri m'entravano sempre nel cuore; e più che i rimproveri suoi mi turbava il contegno di mio padre, che s'era mutato con me: il suo aspetto severo e freddo, il proposito manifesto ch'egli metteva in atto di non rivolgermi la parola e di non incontrare il mio sguardo mi facevano soffrire così nel vivo, che mangiavo in furia molte volte e scappavo da tavola il più presto possibile, col cuore serrato. Non ebbi nessun castigo, e credo che sia stato meglio. Credo che tutti i ragazzi passino per crisi somiglianti, le quali son per l'animo ciò che la tosse asinina e i bachi per il corpo, e che i parenti non se ne debbano spaventare, nè ricorrere ai grandi mezzi di correzione, lasciando invece che il male, fatto il suo sfogo, se ne vada da sè; che è ciò che segue sempre, quando la natura del figliuolo non è trista affatto; nel qual caso valgon poco o punto i castighi. Quello che mantenne vivo e cocente in me per tutta la vita il rimorso d'aver amareggiato mio padre e mia madre in quel periodo fu appunto il fatto di non esser stato punito da loro come meritavo. A poco a poco lo stato violento di coscienza in cui vivevo mi divenne insopportabile. Ero già preparato a un pieno ravvedimento: non occorreva più che una spinta, e il caso me la diede. Mia madre fu presa una notte da un grave malore, si mandò per il medico, la casa fu sottosopra; io la intesi gridare dalla mia camera con accento di dolore disperato: — Ah mio Dio, morire! Lasciare quel figliuolo ancora così ragazzo! — Quel grido mi snodò il cuore, scoppiai in pianto, m'inginocchiai sul letto, ridissi la preghiera che non dicevo più da un pezzo, supplicando Iddio che non mi togliesse la mamma, — e quando essa fu fuor di pericolo, io era uscito di malattia.
*
Erano incominciate le vacanze. Mi invase allora, come accade prima o poi a ogni ragazzo, il furore delle letture romanzesche; se pure si può chiamar “leggere„ il divorar l'un sull'altro decine di romanzi, dalla mattina alla sera, senz'un'ora di respiro, fino ad averne la mente e la vista offuscate, fino a passar più giorni di fila, come a me accadeva, senza veder nè le Alpi nè il cielo, sempre coi pugni sul libro, col mento sui pugni e con gli occhi sul foglio. Cascai prima sui romanzi del Dumas padre, e il primo di questi fu il Conte di Montecristo, che rimase sempre il mio preferito, non solo perchè mi parve e mi pare ancora il più maraviglioso per la favola e il più attraente per l'arte del racconto, ma anche per il fatto che mia madre mi aveva dato pensatamente il nome di battesimo del protagonista, per aver letto con molto piacere quel romanzo mentre stava aspettando ch'io venissi al mondo. Seguirono a quello non so quanti altri, che poi mi si confusero tutti nella mente in un solo romanzo enorme di migliaia di personaggi e di avventure d'ogni tempo e d'ogni paese. Ma questa furia s'arrestò ad un tratto, fortunatamente, per effetto della lettura d'un libro, che doveva aver poi un influsso straordinario sul mio pensiero e sul mio cuore, per tutta la vita. Non avevo letto sino allora dei Promessi Sposi che poche pagine sparse per le Antologie scolastiche. Non ricordo che alcun professore delle prime scuole ce ne consigliasse con insistenza la lettura. Misi un giorno la mano sul romanzo, un'edizione di Vincenzo Batelli di Firenze, del 1827, in tre volumi, che conservo ancora. Incominciai a leggere. L'effetto fu maraviglioso. Mi sentii come preso da mille uncini e da mille lacci sottilissimi, che mi avvolsero e mi strinsero, penetrandomi fin nel più profondo dell'anima. Fu un diletto continuo e vivissimo, non interrotto punto, nè quasi scemato dalle digressioni storiche e dalle descrizioni minute che soglion seccare i ragazzi, rotto spesso da commozioni violente, che mi strappavano il pianto, accompagnato dal principio alla fine da un consenso pieno e dolcissimo di tutti i sentimenti e di tutti i pensieri. Non distinguevo l'un dall'altro, mi ricordo bene, ma sentivo confusi tutti insieme gli effetti di quell'arte profonda e semplice, dell'armonia delle facoltà, della misura sapiente, della logica finissima, della trasparenza cristallina dello stile, di quella musica grave e delicata, e quasi segreta, che par che venga più dal pensiero che dalla parola, e suoni nell'anima senza che l'orecchio la senta. Non poteva essere compiuta la mia ammirazione; ma la simpatia fu tale da non poter più crescere. Presentii fin dalla prima lettura che avrei riletto quel libro mille volte, anche da uomo. Una quantità d'immagini, di sentenze e di frasi mi s'impressero subito e per sempre nella memoria. Mi rimase nell'animo una serenità, una pace, quasi una compostezza, che m'era prima sconosciuta; quasi un'armonia sommessa, alla quale s'intonò per un pezzo la voce di tutto il mio essere. Mi parve che entrasse nella mia vita un amico, un maestro aspettato da lungo tempo, e il cuore mi diceva che non ne sarebbe uscito mai più. Posso dire che la lettura di quel libro segnò per me il passaggio dalla fanciullezza all'adolescenza.