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Riandando col pensiero quei primi anni, sono sempre ricondotto, per ciò che riguarda l'educazione dei figliuoli, alle stesse conclusioni; non nuove per certo, ma, a mio avviso, non mai abbastanza stampate. Son persuaso che c'è meno pericolo a lasciare ai ragazzi una certa libertà, ed anche una libertà larga, che a tenerli a catena, perchè riconobbi che gl'incatenati, che son come anime compresse, non solo non riescon migliori, ma peggiori dei liberi, non foss'altro per l'arte più fine della simulazione, che suole poi essere cagione ai parenti di grandi disinganni. Son persuaso che è fatica perduta affatto quella gran cura che metton molti a mantenerli nell'ignoranza di certe cose, delle quali essi acquistano in ogni modo, per mille vie impossibili a precludersi, la cognizione precoce; e che, ciò essendo, è perniciosissimo e stupido il tenere in presenza loro certi discorsi, come quasi tutti fanno, con parole coperte, nella fiducia che essi non li intendano, poichè o li intendono, o capiscono se non altro che i loro parenti tengono dei discorsi che non dovrebbero, ma da cui non sanno astenersi, perchè ci trovan piacere; onde questi scadono nella loro stima, facendo per giunta davanti a loro una figura ridicola. Son persuaso che non ci sia nulla di più dannoso all'intelligenza e alla fibra dei ragazzi che il costringerli, per mandarli avanti presto, a studi prematuri, perchè, se anche ci reggono da principio, scontano immancabilmente lo sforzo più tardi, uscendone con le facoltà fiaccate e spuntate, compresi d'una sorda avversione per la scuola, e non più sospinti dal bisogno di leggere e di studiare da sè, per curiosità e per diletto. Son persuaso che lo spettacolo più nocivo all'educazione loro, il più funesto per il loro cuore e il loro carattere sia quello della discordia, degli urti anche più leggieri tra padre e madre, nei quali si sbriciola l'autorità di tutti e due, ledendo nel ragazzo il concetto della santità della famiglia, e lasciandogli dei ricordi incancellabili che gli offuscano più tardi nel cuore le loro immagini, e vi diventan radici inestirpabili di scetticismo. Son persuaso che è sacrosanta verità la sentenza del Capponi, che le cose udite, non le insegnate, formano l'animo dei fanciulli, ossia tutto ciò che di buono e di gentile essi intendono, che è detto in presenza loro spontaneamente, senza pensare a loro, per impulso d'istinto e di coscienza; e che perciò ammonimenti, consigli, prediche, e anche castighi, tutto è fiato e rigore sprecato se essi non vedono che nei loro parenti corrispondano perfettamente ai precetti il carattere, la vita, lo spirito dei discorsi impremeditati e abituali. Ho visto mia madre intesa tutta e sempre alle cure della famiglia, scevra d'ogni vanità femminile, aborrente dai pettegolezzi, impietosita d'ogni sventura altrui, caritatevole ai poveri, facile al perdono con tutti; ho visto mio padre lavorar dalla mattina alla sera con uno zelo d'impiegato esemplare, occuparsi in tutti i ritagli di tempo dei suoi figliuoli, e studiare, quanto gli era concesso, tutta la vita per coltivare il proprio spirito; ho intuito sin da bambino che mia madre era una donna buona e onesta e che mio padre era un uomo retto e generoso: questi sono stati gl'insegnamenti più efficaci ch'io abbia avuto da loro. Fu l'esempio che mi diedero che mi ritenne sulla buona via ogni volta che fui sul punto d'uscirne; fu il ricordo delle loro opere che mi fece sempre ripentire e ravvedere d'ogni atto insensato e ignobile. Tutto il resto, nel campo dell'educazione, è vuota ciancia e vessazione inutile. Non serve fingere coi figliuoli, e far due parti, l'una per loro e l'altra secondo il comodo proprio; è anzi meno peggio il lasciarsi vedere come si è, coi nostri difetti e con le nostre debolezze; chè, se non altro, così mostrandoci, siamo stimati sinceri. V'è un modo solo di educare: vivere degnamente. Ma è difficile, si capisce.

In Umanità.

Mi parve di aver fatto un gran salto in su nella gerarchia scolastica quando invece di alunno di Grammatica potei dire: — Sono alunno d'Umanità, — benchè non capissi punto in quale significato fosse usata quella parola; anzi appunto perchè non lo capivo: cosa frequente anche fra i grandi.

Era entrata quell'anno nelle scuole un'infornata di nuovi professori, la più parte giovani e bravi; tre dei quali nella mia classe, che corrispondeva alla quarta del Ginnasio attuale. Il solo professore di lettere italiane e latine non era nè giovane nè bravo, sebbene non mancasse nè di coltura nè di buon volere; era uno di quei molti insegnanti a cui manca l'arte specialissima dell'insegnamento, rara a trovarsi perfetta, anche fra gli uomini di gran levatura, come le voci di tenore; tanto ch'io dubito che Dante sarebbe stato un buon professore di Liceo. A quello poi non mancava soltanto l'ispirazione, ma addirittura il calorico animale; una tinca fredda, l'avrebbero chiamato in Toscana. Per questo rispetto era un vero originale, e perciò ne faccio lo schizzo. Egli insegnava letteratura come avrebbe insegnato computisteria; nessuna quistione d'arte o di storia letteraria, nessuna bellezza poetica lo faceva mai uscire neppure un momento dalla sua quiete beata, nè alterava la grave monotonia della sua voce che rassomigliava al rumore d'una macchina da cucire, nè la placidità immobile del suo buon faccione di padre guardiano. E in questa maniera otteneva effetti maravigliosi. Pareva che con la sua voce si espandesse nella scuola un'esalazione continua di cloroformio, che assopiva gli spiriti più vivaci, domava a poco a poco i temperamenti più irrequieti e otteneva una disciplina di convento. In anni posteriori conobbi parecchi altri insegnanti della stessa natura; ma nessuno dotato d'una tal potenza addormentatrice. Era contento di noi, diceva che eravamo una scolaresca tranquilla. E sfido: egli ci recideva ogni forza di ribellione come per virtù di magia. Ma lascio immaginare che buon pro facessero la letteratura italiana e la latina servite in una tal salsa di papavero.

C'era per altro chi ci svegliava. Era il professore d'aritmetica, un omino tutto nervi, con una bella testa riccioluta, elegantissimo, pieno d'ingegno e d'argento vivo; il quale si fece poi un nome nelle matematiche. Questi insegnava mirabilmente; ma era impaziente come un poledro stallino e rabbioso come un gallo andaluso. Inclinato per la sua natura violenta a picchiare, ma rattenuto dalla prudenza, ed anche dalla buona educazione, aveva trovato, per sfogarsi, qualche cosa di mezzo tra la percossa, che era proibita, e gli epiteti forti, che non gli bastavano: il pizzicotto; ma non quello semplice, che sarebbe stato una bazza: una specie di pizzicotto rotatorio. Quando lo scolaro chiamato alla lavagna non capiva le sue spiegazioni, egli s'alzava, gli afferrava il braccio sotto alla spalla con l'indice e il pollice, e stringeva e torceva fin che quegli capisse. In quell'esercizio, ch'egli faceva certo da parecchi anni, le sue dita avevano acquistato una forza di tanaglie. Era un'idea sua che la matematica si dovesse inoculare in quella maniera, come il vaccino. Dopo due mesi di scuola eravamo quasi tutti segnati, tanto che ai primi calori, quando ci andavamo a bagnare nel torrente, i suoi alunni si riconoscevano fra quelli delle altre classi, alla bollatura, come i giumenti delle mandre argentine, e si poteva anche distinguere fra di essi, alla maggiore o minore estensione e intensità di colore dei lividi, il diverso grado di disposizione che avevan per la scienza. E ciò non ostante, gli volevan tutti bene perchè del suo insegnamento tutti s'avvantaggiavano. Egli ci faceva veder le stelle, ma anche capir l'aritmetica, ed era anche giusto, perchè pizzicottava signori e poveri diavoli con egual vigoria. Per nulla al mondo l'avremmo voluto cambiare con un professore di mano più dolce, ma di metodo didattico meno efficace; tanto è grata la gioventù scolastica a chi le agevola lo studio, anche martirizzandole le carni.

Un altro professore valentissimo, anzi perfetto, era quello di storia; il quale provava mirabilmente col fatto come il miglior mezzo di tener la disciplina sia la fermezza del carattere e la dignità delle maniere. Egli aveva tutti i giorni lo stesso viso e lo stesso umore, come un uomo in cui non potesse alcuna passione; non pizzicava, non gridava, quasi non rimproverava neppure: e non di meno, credo che se ci avesse fatto lezione il re d'Italia in persona non avrebbe ottenuto maggior silenzio e maggior rispetto. Entrato lui nella scuola, non rifiatava più nessuno; un suo sguardo severo bastava a rimettere a dovere i più audaci; non lo udimmo dire in tutto l'anno una parola più forte dell'altre. E le sue lezioni eran piacevoli, benchè leggermente colorite di rettorica e fatte con intonazione un po' predicatoria. A renderlo autorevole e simpatico giovava molto anche il suo aspetto, poichè era il più prestante professore della famiglia, un giovane bellissimo, di statura alta e di portamento maestoso, vestito sempre con grande eleganza, e privilegiato d'una capigliatura e d'una barba d'un biondo d'oro, che eran l'ammirazione di tutto il bel sesso e l'invidia di tutta la gioventù brillante della città; e non lasciava trasparire per questo il menomo segno di compiacenza vanitosa o d'orgoglio, chè anzi, s'egli aveva un difetto, era quello di non rallegrar mai la scuola con un sorriso, e di dire anche gli scherzi, rarissimi, e sempre relativi alla sua storia, con una gravità di magistrato. Lo temevamo ed eravamo tutti pieni d'entusiasmo per lui, tanto che una sua parola di lode, un semplice bene o anche solo un cenno approvativo del capo davano pure ai più apatici una soddisfazione grandissima. Mi ricordo che fui veramente afflitto e morso dalla vergogna una volta ch'egli rispose a mio padre, che gli chiedeva informazioni: — Potrebbe fare; ma, Dio buono, è tanto distratto! — e che da quel giorno stetti in iscuola come una statua.

Proprio l'opposto di lui era una povera anima di professor di francese, un'effigie di fattor di campagna cinquantenne, tarchiato e sanguigno, che non riusciva a farci chetare un minuto, e che noi tormentavamo barbaramente, andando alle volte otto o dieci intorno al suo tavolino, con la grammatica in mano, col pretesto scellerato di chiedergli spiegazioni, che chiedevamo apposta tutti insieme ad alta voce. Quando capiva il gioco, perdeva i lumi, scattava in piedi, e si metteva a sprangar calci da tutte le parti e a inseguir l'uno dopo l'altro per darci il resto, saltando in giro per la scuola come un mulo infuriato, fin che andava a ricader sulla sua seggiola sfinito e convulso, trattandoci di vigliacchi e di banditi. Povero professore! E portava per nostra meritata disgrazia degli scarponi di montanaro, che ci sollevavano da terra come palle di gomma, lasciandoci le traccie dell'inchiodatura nei dintorni dell'osso sacro. Ma non ci faceva entrare il francese da nessuna parte. Colpa meno sua che della consuetudine stupida, non ancora smessa affatto, di non dare nelle scuole la grande importanza dovuta allo studio di quella lingua necessaria a tutti; la quale moltissimi debbono studiare in furia più tardi sotto la stretta del bisogno, imparandola male per sempre, e dopo aver fatto una lunga serie di figure ridicole.

Tenorino fallito.

Dallo studio mi distrasse disgraziatamente in quell'inverno l'illusione risuscitata d'avere una bella voce di tenore, in grazia della quale avrei dovuto fra due anni lasciar la filosofia per darmi alla musica; e l'idea del cambiamento non mi atterriva. È quello l'episodio della mia adolescenza che, a ricordarlo ora, mi fa ridere più saporitamente d'ogni altro alle mie proprie spalle. Illusione “risuscitata„ ho detto, perchè l'avevo avuta già tempo prima, essendomi inteso dire fin da piccino che avevo una bella voce, in special modo da mia madre, che spesso mi faceva cantare; ma non m'ero mai curato gran fatto di quel supposto dono della natura. Mi nacque la passione del canto e la speranza di poter far fortuna con l'ugola soltanto in quell'inverno, nel quale mio padre mi condusse varie volte a sentir l'opera in musica; e fu una frenesia vera, come quella dei soldati e della pittura, e che durò dei mesi. Solfeggiavo per tutta la giornata, in casa e per la strada, e per le scale della scuola, e perfino nel teatro, mentre cantavano i miei maestri, e in tutti i luoghi e i momenti in cui potessi non essere udito cantavo con quanta voce avevo in canna, come se mi fossero già pagate le note un marengo l'una. Una vocina passabile l'avevo; ma una miseria, e mancavo d'orecchio: stonavo come un ubbriaco. E capivo bene che, così come era, la mia voce non meritava nemmeno di esser coltivata per spasso, nè per metallo, nè per estensione. Ma con la maravigliosa facoltà che ebbi sempre d'ingannar me stesso mi persuadevo che da una settimana all'altra, per effetto di cause diverse, la voce mi sarebbe venuta come la volevo. Dicevo: — Mi verrà quando smetterò di fumare; — poi: — quando non berrò più che acqua; — poi: — quando non mangerò più dolci, che son quelli che mi rovinano, non altro, — e quantunque dopo ciascuna prova seguitassi a strillare come un uccello spennato vivo, pure persistevo a sperare, accagionando il difetto ora a un raffreddore, ora a una infiammazione di gola, ora all'aver troppo forzato il soffietto. E questa passione tirava con sè un corteo di altre piccole ridicolaggini. Non solo facevo dei gargarismi dalla mattina alla sera, ma imitavo il passo e il gesto dei cantanti; non solo imparavo a memoria, ma mi copiavo in bella calligrafia i libretti d'opera; e non cantavo soltanto in città, ma per sfogare più sfrenatamente le mie forze vocali facevo apposta delle corse in campagna, dove abbaiavo agli alberi per dei quarti d'ora, e mettevo in fuga uccelli da tutte le parti. Ma, ahi! (l'interiezione è imitativa) non ci guadagnavano nulla nè la trachea, nè l'orecchio; mi s'andava anzi sciupando sempre peggio quel filo di voce, che non era al tutto sgradevole prima ch'io fissassi il chiodo di fare il tenore. Infine, mi sentii tanto trattare dai miei compagni di chiavistello arrugginito e di galletto strozzato, e vidi anche nella mia famiglia dei così manifesti segni di sazietà di quel diluvio di stecche false di cui empivo la casa, che mi persuasi di dover rinunziare alla “carriera lirica„ e smontai l'organetto. Ma se perdetti ogni illusione riguardo alla voce, mi rimase sempre un gusto così vivo, anzi una passione così calda per il canto, che anche ora una nota dolce e potente mi fa impallidire dalla commozione, e una voce bella udita di sera per la strada mi fa pedinare il cantante anche per un miglio, ed è quello il dono di natura che, dopo il dono dell'ingegno, invidio di più a chi lo possiede, e ritengo il canto uno dei mezzi più efficaci di educazione dell'animo, e l'ho per uno dei più dolci conforti della vita.