Il Cinquantanove.
Cessato il furore tenorile, ebbi un'altra e ben più potente distrazione dagli studi; la quale, per fortuna dell'Italia, durò assai più lungo tempo dell'altra. Il colpo più funesto al latino lo diede in quell'anno scolastico Vittorio Emanuele, e per l'appunto il primo di gennaio, col discorso memorabile del “grido di dolore„. Entrò da quel giorno nella scolaresca uno spirito di divagazione patriottica, che non riuscirono a frenare neppure i professori più autorevoli; chè anzi lo sovreccitarono spesso, anche facendo scuola, con allusioni agli avvenimenti, e con digressioni politiche, che scappavan loro di bocca come il vino spumante dalla bottiglia. Era come diffuso per l'aria un odor di polvere; il suono delle trombe dei bersaglieri, che passavano vicino al Ginnasio, ci faceva balenar gli occhi e fiorir sotto la penna agitata le sgrammaticature; anche i vecchi professori più sconquassati prendevan nell'andatura qualche cosa di belligero, e noi non ridevamo più per la strada nemmeno delle guardie nazionali panciute, che facevano tre passi sur un mattone. Crebbe ancora il fermento sulla fine di febbraio, quando nella nostra piccola città, fatta sede del maggior deposito dei Cacciatori delle Alpi, cominciarono ad arrivare a frotte i giovani emigrati, la più parte lombardi e veneti, di ogni condizione sociale; i quali portarono come un'onda di sangue ardente nella vita cittadina, e diedero quasi un nuovo aspetto alle strade, ai caffè, a tutti i luoghi di ritrovo pubblico, dove a ogni passo s'incontrava un viso sconosciuto e s'incrociava lo sguardo con due occhi scintillanti d'alterezza e di speranza. Molti di quei visi, parecchi dei quali erano predestinati all'onore del marmo e del bronzo, mi sono rimasti scolpiti nella memoria come visi d'amici intimi. C'erano fra quel migliaio e più di nuovi venuti dei campioni della guerra del '48 e della difesa di Roma; c'erano dei futuri pittori celebri, come l'Induno, il Pagliano, il De Albertis; c'erano il Cairoli e il Bertani, e il De Cristoforis, del quale dovevo legger poi con entusiasmo, alla scuola di Modena, il Trattato della guerra. Ma non ricordo d'aver inteso allora i loro nomi, che erano ancora fiori di gloria in boccio. Il solo nome che correva sulla bocca di tutti era quello del Cosenz, comandante, che rammento d'aver visto più volte in Piazza d'Armi, quando i volontari non vestivano ancora l'uniforme, comandare gli esercizi col tubino e col soprabito nero, come un capo di barricate: una figura svelta e dritta come uno stocco, con un viso grave di filosofo, che molti per le vie salutavano rispettosamente, ricordando le sue prodezze eroiche di Venezia. E anche rammento, quando scomparve sotto il cappotto bigio ogni apparente differenza di condizione sociale fra gli emigrati, lo strano effetto che faceva nel popolino il sentir dire dell'uno e dell'altro di quei soldati semplici: — Questo è un avvocato. — Quello è un medico. — Quello là è un professore. — Quello lì è un signorone. — Ciò che valeva più d'ogni discorso o articolo di giornale a dare alla gente incolta un'idea della grandezza degli avvenimenti che si preparavano, e faceva rivolgere dalle signorine a quei rozzi cappotti certi sguardi di curiosità romantica, dei quali prima d'allora non avevano onorato mai la “bassa forza„. Beati giorni, che risplendono come zaffiri nella corona delle nostre più care memorie.
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L'agitazione della scolaresca giunse al colmo nel marzo, quando, richiamati alle armi i contingenti, si videro arrivare i bersaglieri delle classi congedate, uomini fatti, anneriti dal sole dei campi, con le tuniche logore, coi cappelli spelati, con le scarpe contadinesche, molti con le medaglie di Crimea dai nastri sbiaditi: d'aspetto così grave la più parte, che parevano i padri dei soldati in servizio, di cui venivano a ingrossare le file. E qui mi ricordo d'un fatto, che mi fece un gran senso, e che prova come neanche in Piemonte, e neppure per le guerre più popolari, ci sia mai stato un grande ardore guerresco nei vecchi soldati che erano strappati ai figliuoli e ai loro campi e mandati a farsi ammazzare; quantunque poi, per sentimento del dovere, si portassero così bravamente che l'entusiasmo non avrebbe potuto fare di più. Era una sera di domenica. Un gran numero di quei richiamati, ancora senz'armi, passeggiavano a coppie e a drappelli per la strada principale, affollata di gente. A un certo puto vidi sventolare una bandiera, aprirsi la folla e venire avanti un folto stuolo di cittadini, ordinati in quattro file, che cantavano l'inno del Mameli; tutti signori in cilindro e in pastrano, fra i quali riconobbi con piacere alcuni dei professori del Ginnasio: quello di matematica il primo. Mentre mi passavano davanti, da un gruppo di vecchi bersaglieri che mi stava accanto uscì qualche apostrofe a voce alta, in tuono di sarcasmo: — Già, è comodo di cantare! — Loro cantano e noi andiamo a dare la pelle. — Vengano con noi a battersi invece di far del baccano. — Il drappello s'arrestò, disordinandosi; i dimostranti risposero; s'attaccarono vari battibecchi vivaci. Alcuni dei signori, risentiti, rinfacciavano ai soldati di mancar d'amor di patria; altri, più pacati, cercavano di rabbonirli, persuadendoli che non tutti avevano il dovere, che non a tutti era possibile d'andare alla guerra, e qualcuno diceva loro che s'era battuto anche lui nel '48 e nel '49. Ma i soldati parevano poco persuasi, rispondevano brontolando e alzando le spalle. Ciò che mi fece più maraviglia in quel contrasto doloroso fu la bella disinvoltura con cui alcuni dimostranti brizzolati e panciuti assicuravano, picchiandosi la mano sul petto, che sarebbero andati alla guerra essi pure, mentre si capiva dai loro faccioni pacifici che non si sognavano neppure una mattata compagna. E ripetevano con calore: — Ci rivedremo al campo! Ci rivedremo al campo! — Vedo ancora gli sguardi di diffidenza coi quali i soldati misuravano le loro rotondità, come se domandassero a sè stessi in quale campo avrebbero mai potuto rivederli, non stimando che fossero pance da arrolarsi nei bersaglieri. Il litigio durò finchè si avvicinarono due tenenti, alla vista dei quali i bersaglieri si sbandarono. Povera gente, chi sa che alcuni di loro non siano caduti i primi sotto le palle austriache all'assalto di San Martino! Quella scena mi lasciò addolorato e turbato da molti pensieri confusi; da questo fra gli altri: che, perchè una guerra fosse veramente nazionale, si dovrebbe andare a battere molta gente la quale rimane a casa, e che, in ogni modo, sarebbe delicatezza e prudenza che quelli che rimangono non cantassero troppo forte passando davanti a quelli che partono.
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Un altro mio ricordo vivissimo è quello della venuta di Garibaldi; ma mescolato d'un forte amaro. Venne un giorno d'aprile a passare in rivista i Cacciatori delle Alpi; ma quasi di nascosto, avendo pregato prima che non si annunciasse la sua venuta, e non si trattenne tra noi che poche ore. Da noi scolari non si seppe ch'era in città che quando aveva già fatto la rivista e smesso la divisa di generale. Ero con un compagno sur un viale della Piazza d'Armi quando alcuni ragazzi, accennando una carrozza che passava di corsa, si misero a strillare: — Garibaldi! Garibaldi! — e noi dietro a tutte gambe.
.... Come s'andava un lo poi rede'.
Si fece non so quanta strada battendoci le mele coi tacchi, finchè ci mancarono le forze e cascammo sulla proda d'un fosso, anelando, come due levrieri sfiancati. Quando ripigliammo la corsa, il Generale era già all'albergo a desinare, e il desinare chiamava a casa anche noi: egli partì la sera stessa. Ci pigliammo un'arrabbiatura da morderci i gomiti. Il giorno dopo ripassammo per tutte le strade dov'egli era passato, come per fiutare le sue tracce. Ci fu detto che era andato a visitare una rivenditrice di commestibili, soprannominata la Pasqualina, che aveva bottega sotto i portici; un pezzo di donna tarchiata e fiera, che tutta la città conosceva e rispettava perchè uno dei suoi figliuoli, Paolo Ramorino, era stato commilitone e amico di Garibaldi in America, ed era morto eroicamente alla difesa di Roma, combattendo al fianco di Luciano Manara. Arrivammo subito dalla Pasqualina, e la trovammo là davanti alla bottega, attorniata da molti curiosi, ai quali accennava un sacco di riso sul quale s'era seduto Garibaldi il giorno avanti, discorrendo con lei. Ah, fortunata Pasqualina! Come ci parve bella e gloriosa! Stemmo là un pezzo a contemplar lei e il suo sacco, e poichè avevo qualche soldo in tasca, mi balenò l'idea di comprare un etto di quel riso memorando, che aveva avuto l'onore di far da cuscino all'Eroe di Sant'Antonio. Ma il mio compagno, che conosceva l'umore della brava donna, me ne distolse, osservando che ella avrebbe potuto pigliare la cosa come una canzonatura e risponderci con una ceffata, che non sarebbe stata di natura femminile. E così, miseramente, terminò la nostra spedizione; la quale fu anche più sventurata ch'io non potessi allora pensare, perchè non mi si doveva offrir modo mai più d'appagare il mio ardente desiderio. Parrà incredibile, ma è così: per una serie di accidenti e di contrattempi maledetti, qualche volta per il ritardo d'un minuto, qualche altra volta per un impedimento materiale futilissimo, quella sfortuna si ripetè dieci volte nella mia vita. Ho un rimpianto nel cuore e lo confesso con un sentimento di vergogna, come una colpa: non vidi mai Garibaldi!
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Mi stupisce come non mi sia rimasto alcun ricordo della forte impressione che mi fecero certamente le descrizioni dell'arrivo dei Francesi a Torino e le prime notizie delle battaglie di Montebello, di Palestro, di San Martino. Su questi ricordi, che debbo aver serbati vivi per un pezzo, s'è distesa, non so quando nè come, una nuvola fitta, che non m'è riuscito mai di diradare. Mi rammento solo del primo annunzio della vittoria di Magenta, che mi fu dato da mio padre, su per la scala, con una esclamazione enfatica, tendendo un braccio in alto, e sclamando: — Siamo a Milano! — Ma non c'è da meravigliarsi, chi ci rifletta, di queste eclissi di certi grandi avvenimenti nella nostra memoria, perchè è una illusione quella per cui pensiamo che noi risentissimo allora al loro annuncio, noi, come tutta l'altra gente, una commozione infinitamente maggiore di quella che ci desta il loro ricordo, e che dovessimo quasi non viver d'altro, in quel periodo di tempo, che di quelle commozioni. Come, guardando una fuga di colonne da un capo della via, non vediamo gl'intervalli che separano quelle lontane, che ci appaiono congiunte, così non vediamo più fra quegli avvenimenti passati i larghi spazi di tempo, durante i quali eravamo tutti assorti, come nei tempi ordinari, nelle nostre faccende e nei nostri piaceri, che avevano pur sempre in noi il sopravvento sui nostri pensieri e affetti di cittadini; e neppure consideriamo, d'altra parte, che la lunga aspettazione e la frequenza stessa di quei grandi fatti ci avevano come stancata la facoltà sensitiva, e reso l'animo in certo grado indifferente anche alle cose più straordinarie.