Ciò che non ho dimenticato è lo spettacolo dei frequenti Te Deum che si cantavano nel Duomo, e a cui intervenivano con grande solennità e in abito di gala tutte le autorità civili e militari; fra le quali spiccava la bella testa bruna del nuovo provveditore degli studi, venuto quell'anno, Domenico Carbone, che è rimasto una delle memorie più luminose e più care della mia adolescenza. Quanto bene, anche fuor dell'insegnamento diretto, può fare a una scolaresca un uomo d'intelligenza eletta e di alto carattere! La venuta di quel provveditore, coronato della doppia gloria di poeta e di combattente volontario del 1848, e preceduto dalla fama d'uomo integro e buono, ancor giovane, bello della persona, amorevole e severo ad un tempo, e pieno di nobiltà nelle parole e negli atti, aveva portato come un'onda d'aria pura e vivida in tutte le scuole. In ogni scuola dov'egli entrasse e discorresse, lasciava un ardore di buona volontà e di nobile ambizione, e quasi un profumo di gentilezza, che penetrava in fondo agli animi. Egli fece dei miracoli: convertì dei discoli che nessuno aveva mai domati, svegliò delle volontà che parevano addormentate per sempre. Tutti i poveri angariati, che sono in ogni scolaresca, tutte le vittime derise della prepotenza dei compagni e dall'antipatia dei maestri, anche prima d'aver esperimentato la sua bontà, si sentivano protetti dalla sola sua presenza, e prevenivano, pronunciando solo il suo nome, molte ingiustizie e molte bricconate. Tutti lo amavano e lo riverivano. Ci affollavamo sui pianerottoli per vederlo passare; per la strada, facevamo apposta delle corse e dei giri per passargli davanti e salutarlo; e quando nel Duomo, ai Te Deum, egli compariva primo nel banco dei professori e girava sugli scolari accalcati quei due grandi occhi austeri e leali, con quel buon sorriso che diceva: — Ecco i miei figliuoli — gli rispondeva il nostro cuore con un fremito di simpatia e d'alterezza. Se si potessero fabbricare degli uomini simili invece di rimpastar programmi e regolamenti!
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Racconto un fatterello che lo riguarda, non tanto per far onore a lui, quanto per far ridere a mie spese; chè ci provo piacere ormai, come i flagellanti d'un tempo a farsi frizzare la pelle.
Avevamo da anni un viceprovveditore prete, caldo più di morbin che di ardor cattolico, che portava la tonaca come una camicia di forza: non punto cattivo in fondo, ma assai piccoso, e invasato dalla smania di fare il terribile; ciò che otteneva più che altro con certe minaccie piene di mistero e con certe stralunature d'occhi da Luigi undecimo da arena. Contro costui aveva scritto una poesia satirica, che girava per le scuole, un alunno di filosofia, che io bazzicavo, essendo in relazione d'amicizia le nostre famiglie. Smanioso di legger la satira, il reverendo pensò di strapparla a me spaventandomi, e, mandatomi a chiamare in provveditoria, a un'ora che non c'era nessuno, m'ingiunse con parole solenni di portargli il corpo del reato, pena la bocciatura agli esami finali, prefiggendomi per giunta il giorno e l'ora della consegna, nell'ufficio stesso. Uscii dal colloquio con la tremarella in corpo, egualmente sgomentato dalla minaccia della vendetta e dall'idea dell'azione ignobile che mi sentivo inclinato a commettere, e passai la giornata intera in uno stato d'incertezza angosciosa. Ma il giorno dopo mi lampeggiò l'idea salvatrice: — Domenico Carbone! — Ero ben certo che egli avrebbe disapprovato l'atto del prete e non condannato la mia disobbedienza; nè avevo bisogno di far grave la cosa, ricorrendo a lui formalmente. Sapendo che all'ora fissata per la risposta egli era sempre in ufficio, col mio babau e col segretario, pensai che se avessi esposto il mio rifiuto con qualche frase oratoria, a voce scolpita, in modo da farmi sentire da lui e da costringerlo a domandare di che si trattasse, io sarei stato salvo e l'amico nelle peste. Eureka! In verità, per un ragazzo di tredici anni, non c'era male. E non solo mi sentii salvo da quel momento, ma, confondendo le carte nella mia coscienza, come fanno spesso gli uomini in tali casi, mi parve d'essere un'anima spartana, e preparai nella mente una risposta eroica, un “pistolotto„ da primo attore, che mettesse in luce gloriosa la nobiltà del mio carattere.
All'ora fissata entrai nell'ufficio, pestando i tacchi, come per far suonare gli sproni. Erano seduti a un grande tavolo, da una parte il Carbone e il segretario, che discorrevano fra di loro, dalla parte opposta lo spaventaragazzi, che in quel momento mi fece pietà. Questi mi fece cenno che m'avvicinassi, e mi domandò sotto voce “se avevo portato„.
M'impostai bene, e alzando la cresta e adocchiando dalla parte del provveditore, risposi con voce grossa: — Non ho portato; ho pensato che avrei commesso un'azione....
— Basta, basta — disse il prete, accennandomi con la mano che tacessi.
E io, alzando ancora la voce: — Ho pensato che avrei commesso un'azione.... un'azione....
— Ma basta, le ripeto; non occorre altro....
Ma io avevo l'abbrivo, e poichè il provveditore s'era voltato, volevo fare il colpo a ogni costo. E rincalzai: — Avrei commesso un'azione indegna.... tradito un amico....