— Ma vada, le dico! — mi gridò il prete stizzito e rosso in viso. — Poichè le ho detto che non occorre altro, vada una buona volta....

Allora me n'andai, ma lentamente, e a passi maestosi, come dev'essere uscito Pier Capponi dalla presenza di Carlo ottavo, voltandomi ancora di sull'uscio a guardare il vinto, che mi lanciò un'occhiata da darmi il fuoco.

Non seppi poi mai se il provveditore avesse chiesto e avuto spiegazione della cosa; ma non c'è dubbio che l'altro aveva capito la mia politica. Il fatto è che non ebbi più molestie per quella faccenda, e che agli esami, benchè a scappellotto, come al solito, fui promosso. Ed ecco come fra tante altre buone azioni l'autore del Re Tentenna, senza saperlo, fece anche quella di non lasciarmi commettere una birbonata.

*

Cavalier che hai bianca fede

Come bianca è la tua croce,

Tu d'eroi gagliardo erede,

Tu all'oppresso amica voce,

Tu sgomento all'oppressor....

Ricordo questi versi d'una bella poesia a Vittorio Emanuele che pubblicò il Carbone in quell'anno, e che tutti gli scolari impararono a memoria. La guerra aveva dato la stura, anche in quella piccola città subalpina, a un torrente di lirica patriottica. Professori, impiegati della prefettura, avvocati, ufficiali dei bersaglieri, tutti sfornavano rime guerresche. Non si raccoglievano venti cittadini intorno a un risotto alla milanese senza che qualcuno trombettasse una filastrocca di strofe, che poi andavano attorno manoscritte o stampate, a rinfiammar in molti l'odio contro l'Austria, in alcuni l'odio contro le Muse. Ma, dopo il Carbone, uno solo di quel vespaio di poeti m'è rimasto nella memoria. Lasciate che io ve lo presenti, ve ne prego, perchè il ricordo di lui, che è un conforto della mia vita, potrà mettere qualche dolcezza anche nella vostra. Era il professore di filosofia, uno dei più ameni originali che abbiano mai rallegrato le scuole del Regno, un cinquantenne zazzeruto, con mezzo il capo sempre insaccato in una tubaccia rugosa, che gli pareva inchiodata sul cranio, e vestito tutto l'anno d'un certo biracchio nero che gli dava alle ginocchia e mostrava l'ordito; un uomo che sarebbe divenuto famoso nella città non per altro che per un suo gesto abituale comicissimo, che era di ripiegare un braccio in alto col pugno chiuso, e di battersi dei gran colpi sul gomito con l'altra mano, come.... se volesse sculacciare la propria immagine; un curioso professore e educatore, il quale, sul serio, domandava ai suoi alunni più sodi dei pareri amichevoli intorno al modo di regolarsi con una vedova ch'egli corteggiava, e che non sapeva decidersi a sposare, perchè aveva un orario di pasti che non s'accordava col suo; il più clamoroso dei filosofi, come lo chiamavano i suoi colleghi, perchè urlava la filosofia con una tal potenza di polmoni da coprir la voce di tutti i professori delle classi vicine. Ma non son nulla tutte queste stranezze appetto all'originalità inimmaginabile dei suoi versi, che tutti i suoi scolari recitavano, facendoci delle risate da slogarsi le mascelle. Che peccato non averne più copia! Ma non li ho tutti dimenticati, grazie al cielo. Ricordo una strofa d'un inno al generale Petitti, che diceva: