Come potesse insegnar la filosofia un professore che trattava la poesia in questa maniera, benchè non siano sorelle gemelle, non si capisce; eppure dicevano che non c'era gran male. Misteri della mente umana. Povero poeta dei sette colli in Bene! Ebbi l'ultime notizie di lui molti anni fa, a Torino, dove mi dissero che, avendo ricorso per non so che affare a certi falsi spiritisti birboni, costoro, per spillargli dei quattrini, lo avevan fatto bastonare dallo spirito che aveva evocato, e non già con un bastone spirituale, ma con un vero e nodoso ramo di frassino, che l'aveva messo a letto per una settimana.
Petitti guai della filosofia.
Attore drammatico.
La poesia patriottica aveva invaso quell'anno anche il teatro, dove, succeduta all'opera la commedia, non passava quasi settimana che non fosse declamata dal primo attore qualche lirica d'argomento nazionale, accolta sempre con applausi frenetici. E così m'entrò anche l'assillo della declamazione. Avevo creduto d'esser nato pittore, e poi tenore; credetti pure per un pezzo d'esser destinato alla carriera drammatica. Ero in questa illusione più scusabile perchè, se non avevo voce per cantare, per declamare n'avevo fin troppa, e non ne facevo risparmio. Fu anche questo un furore da far desiderare che fossi nato afono. Sceglievo i passi delle tragedie in cui occorresse un maggiore sforzo di mantice, e di preferenza quelli in cui il personaggio delira, come il soliloquio di Saul e quello di Aristodemo nell'ultim'atto, per poter tonare più forte. La mia specialità, come ora si dice, era il delirio dei re. Si sottintende che ero un cane. Ci accozzammo parecchi compagni, tutti malati della stessa febbre, e ululammo insieme tutto l'autunno, ora in casa dell'uno ora dell'altro, e spesso anche nel ghiareto del torrente e del fiume, dove le pietre, per nostra fortuna, non si potevano muovere. Ma il nostro teatro preferito, poichè ci potevamo sbraitare senz'essere uditi, era veramente degno dell'arte nostra: era una stalla in fondo al cortile di casa mia, dove i tabaccai dei villaggi riparavano durante il giorno i muli e i cavalli. Disgraziato Alfieri! E infelice Berchet! Poichè s'espettorava pure molta lirica. Ma proprio sul serio io mi credevo chiamato a una grande carriera tragica. E mi frullavano sotto i capelli le idee più temerarie: di dare un saggio di declamazione nel Teatro Civico, di smetter gli studi e di entrare in una compagnia drammatica, di formare io stesso una compagnia unisessuale coi miei quattro sbraitoni e di trovar dei “capitalisti„ per fabbricare un teatro apposito. E sarebbe stato strano che fra tante idee matte non mi fosse saltata anche quella di scrivere un dramma. L'idea mi saltò. Non ricordo bene quale soggetto avessi escogitato: ricordo soltanto che era un dramma cruento, e che la parte del protagonista l'avrei dovuta far io: condizione sine qua non, da imporsi al capocomico che avesse avuto l'onore di metterlo in scena. Caso senza esempio, credo, nella storia degli autori drammatici: anche prima di mettermi a scrivere il dramma io feci il cartellone — un annunzio in caratteri cubitali sopra un lenzuolo di carta — per avere un'idea dell'effetto che avrebbe fatto alle cantonate, e m'esercitai a emettere certe grida di disperazione e di terrore, che non sapevo ancor bene a che proposito, ma dovevan sonare assolutamente in certe scene, e (voglio esser sincero fino in fondo) feci molte prove del passo con cui mi sarei presentato alla ribalta e dell'atteggiamento modesto e dignitoso ad un tempo, col quale avrei ringraziato il pubblico strepitante dall'entusiasmo. Tutto era pronto, in fine: non restava che un accessorio: quello di scrivere il dramma. Dio m'assistè: non ne scrissi che la prima scena. Ma non cadde l'illusione dell'attore con la lena del drammaturgo: il mio vaneggiamento e il mio abbaio drammatico continuarono fino all'apertura del nuovo anno scolastico. I primi freddi e i primi pensi, non so come, mi levarono dal capo per sempre il ruzzo della recitazione, e salvarono così Ernesto Rossi e Tommaso Salvini da una vecchiaia avvilita.
Nuove amicizie e nuove grullerie.
Entrando nella classe di rettorica ebbi la prima mattina una sorpresa gradita. Nel far la chiamata degli alunni il professore lesse un nome che ci fece voltar tutti con viva curiosità verso il chiamato: — Angelo Brofferio. — Gli domandò il professore se fosse figliuolo del Brofferio deputato: rispose di sì. Fummo tutti colpiti dalla grande rassomiglianza che egli aveva col padre, che noi conoscevamo, più che dalle fotografie, dalle caricature frequentissime del Fischietto e del Pasquino: di profilo era tale e quale. Aveva una testa molto grossa, che pareva anche più grossa in confronto del corpo piccolino; un viso lungo, di lineamenti e d'espressione virili, rocchio bruno, la bocca arguta, un sorriso benevolmente canzonatorio. Egli si mostrò fin dai primi giorni d'ingegno aperto e pronto, e parlatore facile, con alcun che d'avvocatesco nell'intonazione e nel gesto, affabilissimo coi compagni, non punto orgoglioso della fama del padre, che era allora popolarissimo, in specie per le canzoni piemontesi; molte delle quali, cantate per i caffè e per le strade, noi sapevamo tutti a memoria. Finito quel corso, andò a compiere gli studi altrove, e io non n'ebbi più notizia che dopo circa trent'anni, quando, professore di filosofia a Milano, se non erro, egli pubblicò un libro dotto e brillante sullo Spiritismo, che fece molto rumore. Ricordo che, bravo in letteratura, egli aveva pure un'attitudine particolare alle matematiche. E m'illusi d'avercela anch'io in quell'anno, che era l'anno dell'algebra. Avendo avuto mio padre la buona idea di mandarmi durante le vacanze a prender lezioni d'algebra da un geometra suo conoscente, io ero entrato nel corso già infarinato della materia; in grazia di che avevo nei primi mesi riportato qualche successo onorevole alla prova della lavagna, salvandomi dai pizzicotti professorali. Questo era bastato a farmi credere che mi fosse dato fuori a un tratto il bernoccolo della matematica, e lo credetti tanto che ebbi l'audacia di fondare un periodico bisettimanale (di tiratura modesta, poichè n'usciva un numero solo, manoscritto), nel quale rifacevo le lezioni ad uso dei pizzicottati. Ma quest'illusione durò anche meno dell'altre perchè, non avendo studiato nelle vacanze che fino all'estrazione delle radici cubiche, quando si arrivò a questo punto del programma mi ritrovai da capo al livello degli altri.... e i pizzicotti ricominciarono. Ricominciando i pizzicotti, cessò il giornale. Ma non importa: consiglierò sempre ai padri di far preparare nell'estate i ragazzi agli studi più difficili del nuovo anno scolastico, perchè anche la più leggiera preparazione riesce loro di giovamento grandissimo, preservandoli dal danno grave di rimanere addietro al primo intoppo.
Ma, ahimè! anche dallo studio dell'algebra troppe cose mi dovevano distrarre quell'anno. Fatto già quasi un giovanotto, e tale parendo per la statura, che era d'un uomo, io andavo allargando di giorno in giorno il cerchio delle mie amicizie, e le nuove erano assai più pericolose delle altre, perchè eran fuori del giro della scuola. Le prime di queste, e le più care, furon le amicizie militari. C'erano allora fra i bersaglieri volontari, e anche fra quelli di leva, molti giovani di famiglia signorile: studenti smessi, laureati, artisti drammatici, pittori, tutti più o meno intinti di letteratura, e tutti caldi d'un entusiasmo patriottico, che dava un'impronta di nobiltà d'animo anche ai caratteri più leggieri. Stretta relazione con uno di essi, venivan gli altri come le ciliege. Con questi conobbi la prima volta il piacere e l'alterezza dell'amicizia virile. Nascondevo con loro i miei tredici anni; mi davo l'aria d'uno studente già esperto del mondo; ero tutto contento di farmi vedere alla passeggiata in loro compagnia, appoggiando il braccio sopra un braccio gallonato, con la tesa del cappello accarezzata dagli svolazzi d'un grande pennacchio, e mi pareva di fare una prodezza di brillante scapigliato trattenendomi mezz'ora con essi davanti a un caffè, all'uscita del teatro, come se tutti i passanti avessero dovuto dire: — Chi sa mai dove passerà la notte quel collorotto? — Di una di quelle sere mi ricordo in particolar modo perchè fui presentato da un sergente a un bel giovanotto, alto e elegante, impiegato al Commissariato militare; il quale si chiamava Ugo Iginio Tarchetti. Era il futuro autore dei Drammi della vita militare e di Tosca, il poeta forte e triste, che doveva morir nel fior dell'età, appena baciato dalla gloria. Chi m'avrebbe predetto allora ch'io avrei scritto dieci anni dopo un libro di spirito affatto opposto al suo, che saremmo stati citati mille volte come due antagonisti, e che, dopo averlo tenuto in conto d'un nemico mentr'era vivo, io l'avrei amato, morto, come un fratello!
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Entrai allora in quel breve periodo il quale corrisponde negli adolescenti a quello in cui le ragazze cominciano a stringersi il busto e a mettersi dei fiori nei capelli: il periodo in cui diventa il mobile più importante della casa lo specchio. Per quanto sia in vena di confessioni non oso di dire fino a quale altezza di grulleria io sia salito in quella fase di luna, quanto tempo ci mettessi a farmi il nodo della cravatta, quante volte tornassi indietro a raggiustarmi il cappello davanti alla specchiera prima d'uscire di casa, e quale sciupio abbia fatto delle pomate e delle acque d'odore delle mie sorelle, e quali torture abbia sofferto nella prigione di san Crispino per fare il piedino aristocratico. Molti padri e madri, quando i loro figliuoli piglian quella passione, credono di guarirli mettendoli in ridicolo e trattandoli dalla mattina alla sera d'imbecilli. È una sciocchezza, che i miei non commisero, comprendendo che era una malattia dell'età, come uno sfogo cutaneo: finsero invece di non badarvi, non scambiandosi che qualche sorriso discreto quando io chiedevo una cravatta nuova o un paio di scarpe di marocchino; sorriso che non mi sfuggiva. E li lodo ora di quella indulgenza, che non fu l'ultima delle cause per cui la malattia non fu lunga, perchè, umiliandomi, l'avrebbero inasprita. Certo, tutta quella ripicchiatura di paino e quei bagni quotidiani d'acqua di Colonia non miravano a guadagnarmi le grazie dei miei amici bersaglieri. Fu quello il secondo periodo degli innamoramenti platonici, spinti fino alle passeggiate sotto le finestre e alle “pedinature„ furtive e alla contemplazione estatica dei palchetti del teatro: amori repentini, languidi e mutevoli, anzi procedenti non di rado a coppie, e anche a triadi, facilissimi alle più insensate illusioni, pasciuti per settimane d'uno sguardo incontrato a caso o d'un sorriso forse più di canzonatura che di simpatia, e atteggiati di mestizie soavissime o di tetre tristezze, imparate nei libri. Ah, che bell'attore! Mi è uno spasso il ricordare le mie avventure d'immaginazione di quell'anno di bollori. Ebbi più amori io che don Juan Tenorio e Luis Mendía messi insieme. Il mio cuore ospitò più bellezze che il serraglio imperiale del Bosforo. E i miei sospiri amorosi si levavano a tutte le altezze: una settimana era la figliuola del prefetto, un'altra la moglie del professore; succedeva alla prima attrice la prima ballerina, all'istitutrice d'una casa nobile la vedova d'un colonnello. E con le adorazioni del passeggio e del teatro andavano di passo le adorazioni di casa. Quando veniva una bella signora a far visita a mia madre, non scappavo più in cortile, come per il passato, per sfuggire alla noia dei discorsi soliti: stavo lì ribadito sur una seggiola ad ascoltare il chiaccherìo della visitatrice con gli occhi come due lampioni, e con una immobilità di magnetizzato, di cui non sfuggiva il senso alle più accorte; le quali scansavano il mio sguardo indiscreto con un sorriso a fior di labbra, e, stringendomi la mano all'atto di andarsene, mi dicevano con una rapida occhiata indulgente: — Ho capito, piccolo impertinente; faresti meglio a studiare il latino. — Proprio, avevo un debole per le donne maritate, e più per quelle che portavano indosso una parte maggiore dello stipendio del marito. È incredibile il numero di mariti rispettabili che ho oltraggiati nel mio cuore. Se tutti i miei amori di fantasia avessero avuto effetto, e mi fossi dovuto battere, avrei avuto un duello ogni settimana, e a andar bene bene, mi sarei ridotto un crivello ambulante avanti d'aver finito il ginnasio. E non nel cuore, ma nel cervello, erano così vivi, benchè rapidissimi, questi amori, che n'avevo spesso la coscienza turbata, come di colpe vere; arrossivo fino ai capelli incontrando per la via certe coppie coniugali; mi pareva alle volte d'essere veramente un dissoluto senza freno nè legge, insidiatore di talami e scandalo della gente onesta, di reputazione perduta, e ne sentivo non di meno una vanagloria segreta, come se soltanto con una coscienza così fatta uno si potesse vantare d'esser uomo.
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