L'uomo, peraltro, non era ancora che un lungo bambino, il quale seguitava a baloccarsi per ore intere con tutti i giocattoli che gli eran rimasti dell'età infantile, coi fantocci, con le trottole, con le palline di vetro e perfino con le oche di carta. Per darmi questi spassi mi nascondevo, e quando mi coglieva sul fatto qualcuno della famiglia, riponevo ogni cosa in furia, vergognandomi, e fingendo d'aver tirato fuori quelle carabattole per curiosità di filosofo, amante di meditare sul proprio passato. Ma non mi vergogno ora che conosco il mondo e la vita, di dire che quell'amore dei trastulli fanciulleschi mi rinacque a quando a quando fin quasi ai trent'anni, che, già reo di parecchi libri, mi divertivo per delle mezz'ore a far saltare sul tavolino di quei ranocchi di legno, che hanno sotto il filo attorto e la bacchettina cerata, e che pure adesso, qualche volta, passando davanti a una bottega di giocattoli, sento delle tentazioni straordinarie. E perchè me ne dovrei vergognare? Gli uomini non sono che ragazzi invecchiati, che nascondono la loro fanciullaggine sotto un'apparenza di gravità, e che ogni qualvolta possono, di nascosto, ci si abbandonano con un piacere infinito. E in fondo, poi, il fantasticare, come tutti sogliono, delle cose strane e impossibili, ma ardentemente desiderate, non è che un baloccarsi con idee ed immagini; e lo scrittore di libri che tra un periodo e l'altro scarabocchia dei pupazzetti o fa delle greche sui margini, si balocca come un ragazzo; e si balocca il ministro di Stato che nei momenti d'ozio piega e ripiega in dieci forme un giornale o suona il tamburo sul banco col tagliacarte, come faceva il conte Cavour, durante i discorsi dei deputati seccatori. Io credo che a chiudere in una stanza nuda l'uomo più serio del mondo con una scatola di soldatini di piombo, viene il momento che li tira fuori, e li schiera, e li fa armeggiare come un bambino di sei anni. Quella passione persistente dei trastulli infantili giovò a divagarmi alquanto dagli amori, e fu per me un calmante salutare. Ah, se una di quelle molte signore a cui facevo gli occhi di triglia al teatro, pigliando delle impostature da trovatore, m'avesse visto far correre sul tavolino per tutta una mattinata delle file di noci, sulle quali avevo appiccicati dei pezzetti di carta dorata, per rappresentare gli stati maggiori degli eserciti combattenti in Lombardia, che bella risata argentina m'avrebbe data in faccia, e che bel colpo d'ombrellino, forse m'avrebbe assestato sulla nuca! Ma si guardino le mamme dal ridere e dal far vergogna ai figliuoli grandi quando li vedono occupati in trastulli che credono indegni della loro età, e indizio di poco cervello; chè quello è anzi segno d'una semplicità d'animo, d'una vivacità d'immaginazione, d'una facoltà di dar corpo a dei cari fantasmi e di vivere col pensiero in un mondo foggiato da loro, che saranno anche negli anni più tardi un grande conforto, un rifugio dello spirito oppresso dalle realtà dolorose, e quasi una fiammella inestinguibile di gioventù; la quale gioverà molto a tener vive in essi tutte quelle altre passioni e illusioni, senza di cui la vita non sarebbe per il più degli uomini che un desiderio continuo della morte.

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Ma in quell'anno scolastico dovevo avere una distrazione dagli studi ben più potente che non fossero gli amici bersaglieri e gli amori sospirosi. Come nel 1859 aveva dato un colpo mortale al latino Vittorio Emanuele, così fu Garibaldi nel 1860 il peggior nemico del greco; poichè in quell'anno appunto fu istituito nel Ginnasio lo studio del greco, riconosciuto di necessità urgente per affrettare la liberazione d'Italia. La partenza dei Mille da Quarto fu come un segnale convenuto fra Garibaldi e la scolaresca perchè smettessimo d'affaticarci troppo il cervello sui libri di testo. Partivano per la Sicilia, a frotte, giovani d'ogni condizione, e fin dei mostriciattoli, che erano lo zimbello pubblico: fra i quali ricordo un piccolo sarto gobbo, con le gambe arcate come due fette di popone, che fu salutato alla partenza da una tempesta di risa e d'applausi. Con la guerra del 1860 mi s'accese nella testa una nuova girandola: quella della politica. Ero stretto allora d'amicizia fraterna con due compagni di scuola, tutti e due di principî rivoluzionari: l'uno perchè figliuolo d'un mazziniano, l'altro perchè ribelle per istinto a ogni autorità, cominciando da Senofonte e venendo fino agli ultimi classici. Io ero figliuolo d'un monarchico, e non rivoluzionario per natura; ma tale m'aveva fatto a poco a poco la lettura quotidiana del Diritto, a cui mio padre s'era abbonato per simpatia letteraria. Tutti e tre, fanatici di Garibaldi, concertammo una fuga clandestina per “accorrere in suo aiuto„; la quale non ci riuscì, come raccontai altrove; e quel tentativo fallito esasperò la nostra passione patriottica. Diventammo nemici implacabili del conte di Cavour, che intralciava l'impresa di Garibaldi con “le arti subdole di una politica pusilla„: la frase ci piaceva immensamente. La cessione di Nizza e di Savoia alla Francia ci mise su tutte le furie. In tutte le nostre conversazioni facevamo dell'“infausto„ ministro uno strazio miserando. Leggevamo i suoi discorsi nei giornali con un sorriso di sarcasmo feroce. E conciammo secondo i suoi meriti anche Napoleone il piccolo, che conoscevamo a fondo, grazie al libro di Vittor Hugo. Attaccavamo intorno all'uno e all'altro delle discussioni furiose coi nostri compagni “moderati„ i quali ci accusavano di “metter dei bastoni fra le ruote alla politica del Governo„. — Sì, — rispondevamo in coro tutti e tre, — noi combatteremo il governo con tutte le nostre forze; non gli daremo tregua mai; noi non vogliamo la politica dell'asservimento allo straniero; chi non è con noi, è contro l'Italia. — Quando poi andò a armeggiare in Sicilia il La Farina, uscimmo addirittura dalla grazia di Dio: pigliammo la cosa come una sfida gettataci in faccia dal venditore di Nizza e Savoia, e parlammo di fondare un giornale per “demolirlo„. Ricordo che mi facevano fremere i giudizi che davan di Garibaldi certi vecchi impiegati, cavuriani marci, che frequentavano casa mia: uno fra gli altri, un ispettore di non so che cosa, un gigante canuto, con due grandi solini a vela, il quale parlava con una lentezza insopportabile, come se ad ogni parola che gli usciva dalla bocca gli scappasse uno scudo dalla borsa. Quando lo sentivo parlare di Garibaldi come d'un guastamestieri della politica di Torino, d'un perturbatore importuno del mondo, fortunato per disgrazia nostra, con quella solita chiusa sinistra, che faceva scrollar le spalle a mio padre: — Ci darà del filo da torcere, vedrete, vedrete! — io gli saettavo delle guardatacce da passarlo da parte a parte. Ah, come ho odiato quei due solini! E quella febbre garibaldina durò allo stato acuto fin al ritorno di Garibaldi a Caprera. Come siano andati gli studi negli ultimi mesi di quell'anno scolastico si può immaginare: come gli affari del re di Napoli, presso a poco. Ma per essere promossi, in quegli anni beati, credo che sarebbe bastato il gridare: “-Viva l'Italia!„ e fui promosso io pure. Pochi giorno dopo l'esame, passando per un vicolo vicino a casa mia, vidi molte donne affollate intorno a una merciaia, che stava seduta sullo sporto della sua botteguccia, coi gomiti sulle ginocchia e il capo fra le mani, piangendo dirottamente. Domandai perchè. Mi rispose una donna: — Gli hanno ammazzato il figliuolo a Milass. — Il mio primo senso fu di pietà, e il secondo (m'è grato ricordarlo) di vergogna. Sentii dentro una voce che mi disse: — Quello ha combattuto ed è morto, e tu da tre mesi in qua non hai fatto che sbraitare, buffone! — E da quel giorno feci un po' meno lo smargiasso contro il conte di Cavour.

Professori di liceo.

Per passare dalla Rettorica al Liceo, che fu istituito quell'anno in luogo dei due corsi di filosofia, dovemmo fare un esame di greco in iscritto, il quale si ridusse alla declinazione di qualche sostantivo; ma parve che scrivessimo un greco, dirò così, garibaldino, poichè fummo quasi tutti rimandati; e fu la nostra salvezza l'essere in tanti, avendo deciso il Ministero, perchè il Liceo non restasse vuoto, d'insaccarvici tutti a ogni modo.

E qui sulla soglia liceale mi trovo davanti un esemplare così mirabile d'una razza particolare di professori di lettere che fu assai numerosa in quel periodo rivoluzionario, e non s'è punto perduta dopo l'unificazione della patria, un tipo così perfetto e così ameno di mangiapaga a tradimento e di spandichiacchiere scansafatiche, che non posso resistere alla tentazione di farne la fotografia. Era venuto nella nostra città, non so di dove, quell'anno stesso, con una gran pancia e una gran sicumera, accompagnate da una grandissima voglia di non far nulla. Era professore di letteratura italiana. Ma di questa non discorreva che per incidente. Parlava quasi sempre dell'Italia e dei fatti propri. A parlare di sè gli dava pretesto qualunque argomento. Partiva da un verso di Dante o da una sentenza del Machiavelli, e passo passo, legando un'idea all'altra, per salvare le apparenze, con ogni specie d'artifici birboni, veniva a dire il prezzo che aveva pagato i suoi stivali o a farci osservare la bellezza della propria mano; poichè, fra le altre fisime, aveva quella di credersi uno dei più begli uomini d'Italia, e si vantava di rassomigliare a Gustavo Modena. Quanto alla politica, per entrar nell'argomento non pigliava vie traverse: entrava addirittura nella scuola col Diritto spiegato fra le mani, e ci leggeva i rendiconti dei discorsi dei deputati; dichiarando peraltro che non ce li leggeva per il contenuto, che non aveva che far con la scuola, ma per la forma, per farci notare le frasi più efficaci e più eleganti; il che non gl'impediva poi di batter la campagna, tra l'una e l'altra frase, dicendo corna del Ministero, che gli aveva fatto un monte di torti, e del Municipio, che lasciava in cattivo stato i locali scolastici. Quando non parlava di sè e della patria, ci leggeva svogliatamente qualche cosa d'un suo sunto manoscritto della storia letteraria, nel quale affermava d'avere stretto tacitescamente “il molto in poco„ e aveva stretto tanto, infatti, che più d'un secolo v'era ridotto in quattro o cinque paginette: una vera quintessenza di rose; ed era comodissimo, perchè su quella traccia s'andava di carriera: si sarebbe corsa la storia universale in un trimestre. Tutto il suo lavoro era condensato a quel modo. Dopo averci annunciato per dei mesi che avrebbe fatto “una campagna giornalistica„ contro il Municipio, per costringerlo a trasferire il Liceo in un'altra sede, egli pubblicò nella gazzetta della città dieci povere righe non firmate; per le quali poi gridò tutto l'anno: — Ho scritto, ho combattuto, ho tempestato sui giornali.... — E il curioso era ch'egli si credeva sul serio un lavoratore infaticabile: con una voce che veniva proprio dal fondo della coscienza, e picchiando i pugni sul tavolo, ci gridava ogni momento che eravamo dei mostri d'ingratitudine a battere così la fiaccona con un professore che dava all'insegnamento tutta l'anima sua, che “sudava,„ che “vegliava,„ che “s'accorciava la vita„ per noi. Del rimanente, era d'indole gioviale, parlava quasi sempre di cose allegre, soventissimo di musica, perchè da giovane aveva suonato il violino, e del Barbiere di Siviglia in particolar modo, del quale era matto ammiratore; tanto che ogni volta che trovava in un testo italiano la parola “barba„ tirava in ballo quell'opera, raccontando invariabilmente le peripezie della prima rappresentazione di Roma; donde prendeva le mosse per ricorrere tutta la vita del Rossini, ch'era il suo dio. Di qualunque cosa parlasse, poi, o di sè, o di politica, o di musica, o di letteratura, i suoi discorsi finivano tutti a un modo come i salmi: in una querimonia amara per la miseria dello stipendio. — Siamo pagati come dei portinai! — urlava. — È un obbrobrio per uno Stato civile.... Ma non importa.... Noi facciamo egualmente il nostro dovere... — E rientrava nel dovere in questa forma, per esempio: — Io vi dicevo, dunque, che la serenata del conte d'Almaviva fu composta dal tenore Garcia. Ebbene....

Un rimorso.

Bravo era il professore di matematica, una figura rotonda di buon fratoccio; il quale, peraltro, avrebbe potuto con qualche piccolo intermezzo renderci assai più piacevole il suo insegnamento, poichè si diceva che avesse una bellissima voce di tenore, e che cantasse con garbo; eccellente il professore di lettere latine, un coso risecchito, ma pien di vita, che parlava con una correttezza e con una precisione, da parer che recitasse a memoria delle lezioni scritte con cura diligentissima; e migliore di tutti il professore di filosofia. Il cantore del generale Petitti aveva portato la sua lira a Torino: il nuovo venuto era l'opposto di quello, un uomo grave e compassato, d'ingegno acuto e di parola scolpita e lucida, che faceva il miracolo di renderci facile la scienza più contraria alla natura umana, e in specie alla natura giovanile: la logica. Il professore di storia lo rammento per infliggermi pubblicamente un castigo. Era un giovine mingherlino, di viso fine e pallido, un professore improvvisato, credo, come eran molti in quegli anni, il quale studiava forse giorno per giorno la storia che c'insegnava, e aveva la parola fioca e restia, e una timidità fanciullesca, che gli raddoppiava la fatica; ma faceva ogni suo sforzo per far bene, era buono, ci trattava come compagni, e avrebbe certo insegnato molto meglio se lo avessimo incoraggiato dimostrandogli rispetto e simpatia. Noi invece ci facevamo beffe di lui e gli rendevamo la scuola una berlina e un supplizio con ogni specie di scherzi villani e d'insolenze vigliacche. E io fui uno dei più vigliacchi. Il perchè non me lo so spiegare nemmen ora; non comprendo come potessi esser malvagio con lui, e sentire ad un tempo un grande affetto, una reverenza proprio filiale, che m'è un conforto il ricordare, oltre che per altri, per il preside del liceo: un degno prete, veramente, di ottimo cuore e d'educazione squisita; ma che con noi non aveva punto che fare, e a me non aveva dato nessun segno particolare di benevolenza; ciò che prova che animo affatto cattivo non avevo. Ma c'è in ogni animo, come in ogni casa, il canto della spazzatura. Bisogna dire che avessi dentro una certa dose di malvagità che voleva a ogni costo il suo sfogo, e io la sfogavo bassamente contro un giovane mite e debole, che sapevo incapace di farmela ringozzare. Ma posso ben dire d'averla scontata, perchè tra le molte nequizie giovanili, di cui mi rimorde la coscienza, la condotta ch'io tenni con quel buon professore è una di quelle che mi fecero soffrire di più. Riveggo ogni tanto l'espressione di stupore e di rammarico che gli passò sul viso una volta che gli feci in piena scuola un atto irriverente, per il quale non mi disse neppure una parola di rimprovero, e al sorger di quell'immagine sento sempre uno strizzone al cuore e un moto d'indignazione contro me medesimo: oggi ancora, dopo tanto tempo, e benchè dal modo come mi salutò l'ultima volta ch'io lo vidi abbia compreso che m'aveva perdonato. Egli fu trasferito in un'altra città l'anno dopo, e non seppi più nulla di lui. Spero che sia ancora in vita. Se per caso egli leggerà questa pagina, sappia che l'ho scritta con gli occhi inumiditi, e che nei quarant'anni che son trascorsi, da quello in cui l'ebbi maestro, non l'ho dimenticato mai, e gli ho voluto sempre bene.

I liceisti.

La scolaresca di quel primo corso liceale, molto numerosa, era composta in gran parte di alunni venuti di fuori; alcuni dei quali pezzi di giovanotti che avrebbero potuto portar sulle spalle i professori. Molti erano convittori d'un Collegio Civico, separato dal Liceo, che venivano a scuola con un berretto militare, e portavano i giorni di festa una divisa somigliante a quella dei bersaglieri. Mi ricordo che i più tenacemente studiosi eran quelli di famiglia meno agiata, figliuoli di piccoli bottegai e di piccoli proprietari rurali, che facevano duri sacrifici per avviarli alle professioni liberali; il che prova che anche nel campo scolastico, come nel campo sociale, ha più ardore e più lena chi combatte per salire che chi lotta soltanto per non discendere.