Fu quella la classe in cui contrassi le prime amicizie durevoli, furon quelli gli amici che rividi sempre con maggior piacere per tutta la vita, poichè in quell'anno soltanto cominciarono a stringermi ai miei condiscepoli dei legami intellettuali. Per tutto un inverno ebbi vicino un futuro Conservatore delle ipoteche, un generale avvenire, un vescovo in erba e un rettore predestinato di quello stesso collegio, del quale era collegiale: altrettanto, buono allora coi compagni ed esemplare nell'osservanza della disciplina, quanto poi fu amorevole coi suoi sottoposti e saggio nell'esercizio dell'autorità. Il generale avvenire sedeva proprio nel mio banco, alla mia sinistra. Era uno dei più quieti e dei più amabili della classe, un giovinotto robusto, coi capelli neri arricciolati, con gli occhi bruni e dolci, sfavillanti di vita, con due guancie piene e floride che, quando rideva, formavano due fossettine rotonde, che davano al suo viso un'espressione di bontà infantile. Sento ancora nella mente, come se mi suonasse all'orecchio, il metallo della sua voce, che pareva quella d'un uomo raffreddato, e rivedo le sue grosse labbra vermiglie, un po' sporgenti come quelle dei mulatti, delle quali osservavo tutti i moti quando, ritto in piedi, recitava la lezione al professore, ed io gli facevo da suggeritore, com'egli faceva a me, quando ero io sotto i ferri. Accadeva spesso fra gli altri di bisticciarsi per un disparere letterario o per un libro buttato sotto il banco, e di barattarsi qualche parola acre; ma non seguiva mai con lui, tanto era d'indole mite e arrendevole, e giocondo d'umore, e affabile di maniere. Era alunno del convitto, e lo vedo ancora col suo cappello da bersagliere messo un po' di traverso, con un pennacchio azzurro e rosso, che gli ricascava sulla spalla già virile. Quante risate abbiamo fatte insieme, nascondendoci dietro i compagni del banco davanti, quando il professore di lettere italiane attaccava il ritornello solito del Barbiere e dello stipendio; di quelle risate deliziose, che hanno il gusto del frutto proibito, e di cui si perde la facoltà quando non si ha più in faccia qualcuno che ci possa gridare: — La smetta —! Mi rammento che un giorno il professore di lettere fece recitare a lui la poesia del Guidi, Alla Fortuna, della quale non ho più in mente che un verso:

Affrica trassi sul Tarpeo cattiva.

In quella parola “Affrica„ era segnato il destino del mio buon compagno, che si chiamava Giuseppe Arimondi.

Il bimbo del Consigliere.

Fu in quell'anno stesso che conobbi un altro, allora ancor bambino, predestinato alla fama in tutt'altro campo.

I prefetti regi, e con loro i consiglieri di prefettura, erano in quel periodo mutati spessissimo. Nei pochi anni che trascorsero dalla guerra di Crimea alla liberazione di Napoli ne passarono in quella piccola città non so quanti, che ho dimenticati, tranne il Bellati, governatore, il quale aveva fama di letterato per una bella traduzione del poema del Milton, e un Consigliere lombardo, il cui nome, che allora sapevo senza dubbio, m'uscì poi dalla mente, e non lo riseppi che dopo lunghissimo tempo. La consiglieressa — una giovane signora d'aspetto buono e di modi schietti e gentili — veniva qualche volta a casa nostra a render visita a mia madre, conducendo sempre con sè un figliuoletto di tre o quattr'anni, del quale mi son rimasti impressi nella memoria gli occhietti vivaci e la forma singolare del viso, dal mento fuggente a curva di mela, e, anche più del viso, una miniatura di cappotto color nocciola, che gli stava dipinto, e gli dava l'aria d'un ometto. È probabile ch'io abbia giocato più d'una volta con lui, con la condiscendenza d'un fratello maggiore, per liberarlo dalla noia che son sempre per i ragazzi le visite. Ma non rammento altro che la sua personcina e le feste che gli soleva fare mia madre, complimentandolo per quel cappottino prematuro di zerbinotto, che non dimenticò mai più neppur essa. Chi m'avesse profetato che cosa dovea diventare quel bambino, e quale influsso esercitar con la sua penna sul mio pensiero, e che ansie dolorose farmi provare per lui in un momento terribile della sua vita, gli avrei dato del matto da catena. E fu così. Quel figliuoletto d'un consigliere di prefettura, che poi fu prefetto, divenuto trent'anni dopo un pubblicista originale e potente, d'una arte dialettica maravigliosa, d'uno stile tutto punte e incavi, dal quale sprizzano le idee fitte e lucide come baleni da un'armatura a scaglie d'acciaio, ed escon mille suoni acuti e minacciosi come da un fascio di spade agitate, mi doveva prima e più d'ogni altro accendere e persuadere dell'Idea, alla quale egli dedicò tutto il suo ingegno e tutta la sua vita, e che lo condusse ammanettato davanti a un tribunale di guerra, e dal tribunale all'ergastolo, condannato a dodici anni di reclusione per un delitto politico, a cui ripugnavano con egual forza la sua ragione e la sua natura. Ma soltanto assai tempo dopo ch'io conoscevo l'uomo, seppi che erano una sola persona il direttore della Critica sociale e quel bambino; non lo seppi che il giorno in cui mia madre mi domandò: — Ma questo Turati che hanno condannato è forse figliuolo del Consigliere che abbiamo conosciuto nel 61? — Oh come sentii più forte l'affetto d'amico e di compagno di fede che mi stringeva a lui, quando si legarono nella mia mente quel cappottino color nocciola e la casacca grigia del galeotto!

La resa di Gaeta.

La resa di Gaeta, avvenuta nel febbraio di quell'anno, ridestò i nostri bollori patriottici, dati giù da qualche tempo, senza però farci andare di miglior voglia agli esercizi militari, che erano stati istituiti di fresco per tutte le scolaresche del Regno: esercizi che noi ci ostinavamo a non prender sul serio, benchè studiassimo logica e ci dichiarassimo pronti a combattere per la patria; come se per ammazzare gli Austriaci non fosse necessario prima di tutto di saper caricare il fucile. Ebbi la notizia del grande fatto in un modo e in un momento comico, di cui si rise nella scuola per un pezzo. C'era un professore d'istituto privato, noto a tutti, un vecchio gamberone che pareva un palo del telegrafo, codino fino al punto da lamentare la caduta dei Borboni; ma generalmente ben visto dalla gioventù delle scuole, perchè usava accompagnarsi per la strada con qualunque ragazzo o giovine, che avesse aspetto di scolaro, e di chiacchierare con lui in tono familiare, raccontandogli aneddoti morali e dandogli consigli filosofici. Eravamo quattro o cinque liceisti con lui davanti a un caffè, un dopo pranzo, e si discorreva di Gaeta, di cui durava l'assedio da tre mesi. — Gaeta — ci diceva egli con un sorriso compassionevole — non cadrà. Gaeta non fu mai presa, dovete sapere. Ricorriamo la storia, signorini miei. Noi vediamo che ci si ruppero le corna i Barbari, che l'assalirono invano i Longobardi e i Saraceni. Poi se ne impossessarono i Francesi e gli Spagnuoli, ma non con la forza delle armi. Vi resistette per sei mesi, sul principio del secolo, il principe Hesse-Philippsthal contro tutto l'esercito del Massena. E ci vogliono altri denti che quelli del generale Cialdini per romper quell'osso. Per anni l'aspetterete, figliuoli cari; son io che ve lo dico: per anni! — Proprio in quel punto passò di corsa un giovane impiegato della prefettura, che ci gridò senza arrestarsi, col viso radiante: — Gaeta è presa! — Ci voltammo tutti verso il professore, mettendo fuori in coro un ah! di trionfo, per godere della sua confusione. Egli fu maraviglioso. Non mutò viso, non scosse neanche un muscolo, come se non avesse inteso nulla. Cavò di tasca il suo pezzolone turchino intabaccato, si soffiò il naso adagio adagio, guardò in giro per aria come per vedere che tempo facesse, poi disse con la bonarietà solita: — A rivederci, ragazzi, — e voltataci la schiena, se n'andò via tranquillamente, con una mano nell'altra sulle reni. Doveva esser quello il suo modo di “far fronte„ agli avvenimenti avversi. Noi rimanemmo mal soddisfatti, si capisce. Ma fummo compensati la sera al teatro, dove si rappresentava la Gemma di Vergy, con illuminazione “a giorno„ per festeggiare la vittoria. Nel primo atto il tenore negro fece al pubblico una lieta sorpresa. Al momento di cantar l'a solo

Mi toglieste al sole ardente,

Ai deserti, alle foreste,