Fisica e storia.

C'è quasi sempre nella nostra giovinezza un anno straordinario, che, quando ripensiamo a quel tempo nell'età matura, ci si presenta alla mente come all'occhio dell'oratore pubblico uno di quei volti singolari, i quali attirano la sua attenzione fra gli altri mille dell'uditorio e lo costringono a riguardarli cento volte, come se s'innalzassero al di sopra di tutti e fossero rischiarati d'una luce più viva. Tale è per me il secondo anno di liceo, che incominciò nel novembre del 1861.

Principiò bene in grazia di due nuovi professori, che m'è sempre grato ricordare, e che nomino per sentimento di gratitudine e per dovere di cittadino, perchè nel campo ristretto del loro ufficio fecero tanto bene a tanta gioventù da meritare che chiunque possa, anche dopo mezzo secolo, li onori pubblicamente. Erano molto giovani tutti e due; l'uno professore di fisica, l'altro di storia.

Il primo, Giovanni Cossavella, un bel biondo sanguigno, forte e sano come una pianta di montagna, d'un viso aperto e simpatico, che diceva a primo aspetto l'animo e l'ingegno, era un insegnante impareggiabile, nato fatto, come direbbe Tito Livio Cianchettini, per travasare idee dalla propria “nell'altrui recipiente testa.„ Il far lezione era per lui un vero godimento dell'intelletto e dell'animo, che gli faceva scintillar gli occhi, vibrar la voce e scattare il gesto come a un oratore di tribuna. Aveva nell'esposizione un ordine matematico e una chiarezza cristallina, sentiva la poesia della sua scienza e ne trasfondeva il sentimento nella scolaresca, ci rendeva amena la fisica, quanto la letteratura, con un'eloquenza viva, colorita, ondulata, direi, per esprimere la varietà piacevole delle sue intonazioni; eloquenza, per altro, che anche quando scoppiettava in motti arguti, non usciva mai un momento dal suo soggetto. Ed era modesto senz'affettazione, indulgente senza debolezza, familiare con noi, senza incoraggiarci alla licenza, buono e fermo, sempre sereno ad un modo, tutti i giorni dell'anno, come se, salendo sulla cattedra, gli fuggisse dalla mente ogni pensiero e dall'animo ogni sentimento che non fosse quello della sua scienza e del suo dovere.

L'altro, una figura smilza e pallida di abatino patrizio, era meno vivace nell'insegnamento; ma anch'egli, in forma diversa, efficacissimo. Faceva lezione come avrebbe celebrato la messa, con una dignità sacerdotale che c'imponeva rispetto e c'ingrandiva mirabilmente il concetto dell'importanza della storia. Quando ci esponeva le condizioni d'un grande trattato di pace o d'alleanza, lo faceva con una tale gravità di viso e d'accento, che stavamo tutti ad ascoltarlo raccolti e silenziosi, come compresi della solennità del momento storico, come se avessimo visto in mezzo alla scuola i principi e gli ambasciatori dei vari Stati, seduti intorno al tappeto verde, a discutere le sorti dell'Europa. Annunziava le dichiarazioni di guerra in maniera che ci faceva battere il cuore come alla lettura della scena dell'Adelchi, dove il messo di re Carlo lancia il guanto a Desiderio, e quasi esclamare in cuor nostro: — Che necessità tremenda! Quanto sangue umano si sta per versare! — In fine, trasportava così bene la nostra immaginazione nei luoghi e nei tempi remoti, che, dopo la scuola, discutevamo sui grandi avvenimenti di dieci secoli fa come su fatti di storia contemporanea, accalorandoci per Federico Barbarossa e per Giovanni delle Bande Nere come per Napoleone III e per Garibaldi. Non scherzava mai; teneva lo sguardo raccolto come un prete all'altare, parlava sotto voce come se ci confidasse dei gelosissimi segreti politici, e non lodava mai chi sapeva, restringendosi a fare col capo un atto lento d'approvazione, come per dire: — Non spetta a me di lodarla; ella ha aggiustato gli affari d'Europa; i popoli gliene saranno riconoscenti. — E non c'è da riderne, perchè era un'arte che ci teneva attenti e ci faceva studiare. Si chiamava Bartolomeo Fontana. Non ne ho più saputo nulla dopo quell'anno; ma non ho mai aperto un libro di storia senza che mi sorgesse davanti l'immagine di lui, col viso grave e con gli occhi bassi, nell'atto di “celebrar„ la lezione. Posso dire in tutta coscienza che se non son diventato uno storico illustre la colpa è d'un altro; non sua.

Avvocato!

A quel professore di storia debbo le mie prime soddisfazioni di vendiparole. Egli ci aveva esortati a far di quando in quando dei “lavori di diligenza„ che dovevano essere sunti narrativi di un periodo storico, chiusi da qualche considerazione generale. L'ambizione d'entrargli in grazia era così viva in tutti che i “lavori di diligenza„ piovevano ogni settimana a dozzine sul suo tavolino, e gareggiando fra di noi a chi scrivesse più roba, c'era chi gli rovesciava addosso delle mezze risme di carta, ch'egli mandava a prendere dal bidello; il quale usciva qualche volta carico come un somaro. L'aria del tempo voleva che ogni scritto scolaresco terminasse con una sonata patriottica. Io feci al primo di quei lavori una chiusa di questo genere, che ebbe qualche fortuna. Ciò bastò perchè vari compagni ricorressero a me abitualmente per farsi fare la tirata finale del loro “sunto„. Le richieste mi titillarono l'amor proprio, divenni un fabbricante di chiuse: chiuse rimbombanti d'amor di patria, tirate con le mani e coi piedi, code di frasoni cucite ai lavori non con filo bianco, ma con spago da imballatura, veri petardi di rettorica, furfanterie letterarie da non averne un'idea. Con l'esercizio continuo acquistai in questo mestiere indegno una destrezza spaventevole: avrei potuto aprir bottega e guadagnarmi il pane. Ne insuperbii. Ma è strano che da questo buon successo non nacquero punto in me la speranza e il proposito di diventare uno scrittore; ma sorse invece l'idea d'aver la vocazione dell'avvocatura.

Infatti, lo stile di quella prosaccia era più da improvvisatore che da letterato, apparteneva esclusivamente al genere oratorio, e al più basso. L'idea, a poco a poco, mise radici, e vegetò rigogliosa. Sì, ero nato per tuonare alla sbarra, per grandeggiare nel foro; nessun dubbio oramai; mi maravigliavo d'aver sentito così tardi la voce della natura. Era quella, dunque, la mia nona incarnazione: prima bandito, poi soldato, pittore, prete, tenore, matematico, commediante, direttore di circo equestre.... avvocato! E abbracciai la nuova illusione con lo stesso ardore con cui avevo abbracciato le altre otto. Ricordandomi il gran colpo che m'aveva fatto il discorso in difesa del generale Ramorino dell'avvocato Brofferio, mi diedi a leggere i Miei tempi (che si pubblicavano allora a fascicoli), il cui stile oratorio mi pareva giustamente il meglio atto a formar l'eloquenza d'un aspirante alla toga, e studiai a memoria tutti i frammenti di discorsi parlamentari che l'autore riferisce in quell'opera, e li andai recitando nel giardino e nel cortile, con una gran mimica curialesca, fingendo che fossero arringhe in difesa di accusati, e vedendo, dico vedendo proprio la gabbia, i giudici, l'uditorio, i carabinieri, tutti rintontiti dalla mia parola. Mi diedi a frequentare la Corte d'Assise, e marinai una volta la scuola per andar a sentire il vecchio avvocato Sineo, venuto da Torino, che mi avvampò d'entusiasmo. Poi presi a fare delle arringhe per conto mio, in difesa di mascalzoni immaginari e di Ramorini ideali. M'infervorai a tal segno, in fine, che un giorno dichiarai il mio pensiero a mio padre: avevo scelto la mia carriera, non avevo più bisogno che del suo consenso. Egli sorrise, e dopo esser stato un po' sopra pensiero, acconsentì, dicendomi che agli studi universitari, in ogni modo, io ero destinato, che potevo studiar leggi, se tale era mio desiderio. — Va bene — concluse — sarai avvocato. — Mi parve di esser laureato in quel punto, e che dovesse cominciare il giorno dopo ad affluir la clientela. Diedi l'annunzio ai miei compagni, come d'una cosa fatta, e cominciai, nel discuter con loro, a fare i gesti avvocateschi di sciogliere il braccio dalla toga e di aggiustarmi sul petto le facciuole, e in casa, nei momenti d'ozio, a palpare con amorevole familiarità i codici di mio fratello. Oh, finalmente, avevo trovato la mia strada! E intanto, per esercitarmi sempre più all'improvvisazione, giù “chiuse„ a rifascio.

I profughi Polacchi.

“Chiudevo„ qualche volta con un'invocazione all'Europa in pro della Polonia, dov'era scoppiata nel gennaio quella disperata insurrezione, che si protrasse fino all'inverno del 1864, e fu poi soffocata, come le tre precedenti, in un mare di sangue eroico. Eccitava la mia eloquenza la vista quotidiana di molti giovani polacchi, allievi d'una Scuola militare di Varsavia, i quali, dopo una rivolta, s'eran rifugiati in Italia e venuti a stabilire nella nostra città, per aspettarvi l'occasione e il modo di ritornare a combattere per il loro popolo. Eran tutti di famiglia signorile, bei biondi robusti, di viso ardito e grave, su cui si leggeva il pensiero assiduo della patria lontana e della morte prossima: pochi mesi dopo, infatti, caddero la più parte sotto il piombo russo, in un combattimento memorabile. La cittadinanza, a cui ciascuno di essi richiamava al pensiero i molti Polacchi morti generosamente per l'Italia, e che sapeva come quasi tutti avessero nella loro famiglia o fra i loro amici una vittima di quella caccia feroce data ai colpiti dalla nuova leva, onde l'insurrezione era stata provocata, li circondava di rispetto e li colmava di cortesie. E alle cortesie essi rispondevano con viva gratitudine; della quale diedero una prova gentile, in occasione della morte del sindaco, portando con le proprie braccia il feretro al camposanto. Di molti di quei giovani votati alla morte ho ancora nella mente l'immagine, che mi si presenta sempre accompagnata dal suono armonioso della loro lingua, di cui raccoglievo curiosamente qualche parola passando accanto ai loro crocchi, mentre commentavano le notizie giornaliere della guerra santa che li aspettava. Di uno in special modo mi ricordo, che nessuna mia concittadina di quel tempo può aver dimenticato: la figura più bella e più poetica che abbia mai sognato una fanciulla amorosa: un viso che pareva uscito da un quadro di frate Angelico, coronato d'una maravigliosa capigliatura bionda, d'un'espressione triste e dolcissima, non mai rischiarata da un sorriso; al quale corrispondeva la grazia del corpo alto e snello, un po' curvo, come per effetto d'una cresciuta troppo rapida: perchè aveva appena diciassett'anni, dicevano: un fiore di bellezza e d'eleganza femminea, austero non di meno, che pareva anche più delicato appetto alle altre forti piante della Vistola, in mezzo alle quali finiva allora di crescere in terra d'esiglio. Lo vidi una sera al teatro, in sedia chiusa, solo, tutto intento alla commedia, di cui forse non capiva una parola: alcune giovani signore, che gli stavan sedute intorno, facevan di tutto per attirar la sua attenzione, e altre lo guardavano col cannocchiale dai palchi: egli non diede segno d'avvedersene, nè durante la recita, nè fra un atto e l'altro; stette sempre seduto con gli occhi fissi sugli attori o sul telone, come assorto in un pensiero doloroso. Qualche cosa di tragico, certo, doveva esser seguito nella sua famiglia lontana. Egli pensava forse a suo padre che si trascinava in catene per le vie della Siberia, o a un fratello, soldato forzato, che si struggeva dall'ira tra le rupi del Caucaso, o a sua madre impazzita dal dolore in quella notte tremenda, in cui le soldatesche del governatore Wielopolski, sguinzagliate come branchi di briganti, avevano strappato alla Polonia il fiore dei suoi figli. E forse egli vedeva nell'oscurità delle selve, che la guerra insanguinava, il suo bel corpo giovanile disteso immobile sull'erba, lacerato dalla mitraglia dell'Imperatore.