Un pericolo e un lutto.

Dopo la caduta di Gaeta, gli avvenimenti che più ci commossero furono la lettera famosa che scrisse il generale Cialdini a Garibaldi dopo la gran burrasca parlamentare dell'aprile, e la morte del conte di Cavour. Benchè anche la parte rivoluzionaria della scolaresca avesse in grazia il vincitore di Castelfidardo non meno per la prosa poetica dei suoi proclami che per le sue vittorie, pure quella lettera male ispirata, la quale svelava un sentimento acre di gelosia e sonava più che ammonimento d'avversario provocazione di nemico, ci mise il sangue in rimescolo. Credemmo tutti che ne seguisse un duello. Ricordo le dispute tempestose che avemmo nella scuola coi compagni devoti al Governo, e al caffè con gli amici bersaglieri, le botte e le risposte clamorose: — È una infamia. — È una lezione meritata. — Raccoglieremo il guanto! — Vi piglieremo a fucilate! — e le altre minaccie, gravide di guerra civile, che ci lanciammo in faccia per tutta una serata, picchiando i pugni sui tavolini, su cui ballavano i gelati e le chicchere; e ricordo pure il senso di viva soddisfazione che produsse in tutti la risposta pacata e nobile di Garibaldi, la quale troncò la lite e dissipò ogni pericolo. Quanto alla morte del conte di Cavour, son lieto di poter dire che anche la triade garibaldina, che aveva combattuto con tanto furore la sua politica, ne fu addolorata sinceramente. Già fin dal marzo ci eravamo alquanto riconciliati con lui per effetto dei discorsi stupendi ch'egli aveva pronunciati intorno alla questione di Roma: avevamo riconosciuto onestamente che non gli si poteva negare l'ingegno, e che forse, a modo suo, amava anche lui il suo paese. Non s'andava d'accordo; ma, da leali avversari, si ammetteva che avesse reso all'Italia dei servizi non dispregevoli, e che non c'era per il momento un altro uomo di pari levatura che gli potesse succedere: la passione di partito, dicevamo, non ci impedisce d'esser giusti. Ed era di questa opinione anche il professore d'italiano, quantunque per la sua rassomiglianza con Gustavo Modena egli si credesse in dovere di professare le idee della Sinistra estrema; ammirò egli pure — in morte — il gran ministro, e fu felice di provarcelo leggendoci in scuola, invece di far lezione, le più eloquenti necrologie che si pubblicarono in quei giorni dolorosi; non solo per rendere l'onore dovuto al grande morto — diceva — ma per farci imparar lo stile degli elogi funebri, che erano un genere a parte, come chi dicesse la musica sacra rispetto alla musica drammatica; al qual proposito citò lo Stabat Mater del Rossini, che lo condusse a discorrere del Barbiere di Siviglia....

Primi studi di lingua.

In quello stesso mese di giugno seguì nella mia vita di studente un piccolo avvenimento, che ebbe per me una importanza straordinaria, e che noto soltanto per i miei lettori di quindici anni; per i quali appunto mi par necessaria una breve prefazione.

Nelle scuole classiche, allora come ora, non s'insegnava, nel senso proprio della parola, la lingua italiana, come se per il solo fatto d'esser nati in Italia tutti i ragazzi dovessero naturalmente saperla, o come se bastassero a farla imparare quelle poche letture di scrittori italiani, disordinate, frammentarie e superficiali, che si facevano a scuola e in casa; delle quali, come d'ogni semplice lettura, resta tanto meno di lingua nella memoria quanto più è assorbita l'attenzione dal contenuto. I professori ci correggevano nei componimenti gli errori grossi, suggerendoci la frase e la parola da sostituire al modo errato, e consigliandoci ogni tanto di leggere i buoni autori: e questo era quanto facevano per insegnarci quella lingua, che da nessun'altra bocca fuorchè dalla loro noi potevamo imparare. E neppure dalla loro bocca non potevamo imparare gran cosa, perchè, essendo tutti piemontesi (e sarebbe stato lo stesso se fossero stati di qualunque altra regione, fuorchè toscani), essi non possedevano un vocabolario molto più ricco che non fosse il nostro; parlavano corretto e non altro. Che un ragazzo non nato in Toscana, e più se nato ai piedi delle Alpi, non potesse imparare in altro modo la lingua italiana, non parlata da alcuno intorno a lui, che studiandola come avrebbe fatto d'una lingua straniera, ossia formandosi a poco a poco, per via di ricerche e d'appunti, un corredo di vocaboli, di frasi e di costrutti, da imprimersi nella memoria a uno a uno, a modo di date e di sentenze, non passava per il capo a nessuno. Procedendo dunque di classe in classe, noi imparavamo a scansar gli spropositi; ma quanto a ricchezza di lingua non si faceva quasi nessun acquisto, e si continuava a rimpastare nel liceo, presso a poco, lo stesso materiale linguistico che s'era usato nelle prime scuole, a scrivere, cioè, un italiano misero, scolorito, rachitico, senza forza e senza finezza, e senz'alcun sentore di distinzione fra il linguaggio accademico e il familiare, come lo scriverebbe un francese o uno spagnuolo che avesse studiato la nostra lingua sui libri, quel tanto che è necessario per capire e farsi capire senza far ridere.

Mi trovavo a questi termini quando mio fratello maggiore mi mise sotto gli occhi le Poesie del Giusti — un'edizione di Capolago, che aveva in capo una prefazione del Correnti e in coda un dizionarietto di modi toscani — e mi disse: — Leggi questo, se vuoi imparare la lingua. — Del Giusti non avevo ancora letto che due o tre poesie, sparse per le Crestomazie scolastiche. Le lessi per la prima volta dalla prima all'ultima. Fu come una festa. Non saprei paragonare il piacere che n'ebbi se non a quello che si prova da fanciulli quando ci è messa in mano la prima scatola di colori o il primo strumento di musica; un piacere puramente artistico, e questo quasi tutto filologico, nel quale non entrava che in minima parte il pensiero satirico e politico del poeta, che in molti punti mi riusciva oscuro. Quella grande ricchezza di modi nuovi per me, familiari ed efficacissimi, quella varietà di scorci e di rilievi di lingua, di costrutti arditi e di legature eleganti e flessibili fra idea e idea, quella profusione di gemme e di perle fini, infilate l'una sull'altra, incastonate nel verso con quel garbo, fatte come saltar nelle mani con quella lestezza e con quella grazia; che esprimevano mirabilmente mille cose ch'io non avrei saputo neppure adombrare con la parola, e ch'erano come risposte inaspettate a mille domande curiose accumulate da un pezzo nella mia mente, mi misero il cervello in ebollizione. Quelle parole, quelle frasi mi risplendevano agli occhi come fuochi di mille colori, mi suonavano all'orecchio come le note d'un coro di voci argentine, mi si imprimevano nella memoria, e quasi nell'animo, come sguardi e lineamenti di creature umane; me le volgevo e rivolgevo nel pensiero a una a una, come per cercarne la virtù segreta; godevo a staccarle dalla strofa e ad assaporarle pure, come a spiccare dei fiori da una pianta e a odorarli l'un dopo l'altro a occhi chiusi. Il mio amore per la lingua nacque da quella lettura. E fu un amore non punto eccitato dalla coscienza d'aver delle facoltà di scrittore o dalla speranza d'acquistarle, chè a questo allora non pensavo punto: fu come la passione di chi raccoglie monete preziose o conchiglie rare per il solo piacere di osservarle e di palparle, senza neppur pensare di mostrarle agli amici. Mi comprai un grosso quaderno legato, e vi cominciai a far delle note; feci lo spoglio di tutte le poesie, trascrissi quasi tutto il dizionario; in pochi giorni il quaderno fu pieno. Mi passavano le ore come minuti in quel lavoro piacevolissimo, come a studiare una lingua nuova e maravigliosa, di cui non avessi avuto fino allora che una nozione confusa. Mi pareva d'imparare ad un tempo lingua, musica, e pittura, e di diventare da un giorno all'altro, per effetto di quello studio, più intimamente, più patriotticamente italiano. E tanta parte aveva in quella passione questo sentimento, benchè non ne avessi allora una ben chiara coscienza, che sentii la prima volta in quei giorni il bisogno di correggere la mia pronunzia, giovandomi della conversazione d'un bersagliere, nativo di Siena, poeta improvvisatore e caporale: altra piccola miseria, questa della pronunzia italiana, di cui non si davano alcun pensiero gl'insegnanti di lettere; ai quali si poteva leggere un verso del Petrarca nel seguente modo, per citare un esempio:

Giuvine dona soto un frasco louro,

senza che se ne dessero per intesi. E naturalmente, poichè la passione della lingua era mossa, il mio lavoro non s'arrestò all'ultima poesia del Giusti. Cercai altre miniere, e m'abbattei per mia ventura sul Guerrazzi, del quale avevo già letto bensì vari libri, ma soltanto con l'occhio del patriotta, non inteso ad altro che a pescarvi delle invettive contro i tiranni da innestare nei componimenti d'effetto. Ma dal Guerrazzi, preso all'amo del suo stile immaginoso e forte, non mi bastò più levar le parole e le frasi; tirando forte, portavo via il pezzo, e oltre al trascrivere, mandavo a memoria pagine intere, che recitavo poi a un mio compagno di scuola, allora guerrazziano nell'anima, ora sindaco della città da ventitrè anni; il quale in quell'esercizio gareggiava con me, e mi vinceva, perchè sapeva a menadito tutti i più bei passi dell'Assedio di Firenze, e li diceva con un garbo squisito. Poi feci nella passione della lingua delle volate come quelle che facevo nell'amore. Passai dal Guerrazzi al Guadagnoli....

Furori ginnastici.

Ma che mosca senza capo è mai un uomo di quindici anni. Figurarsi che quella gran passione filologica fu troncata di colpo, a metà delle vacanze, dall'apparizione dei fratelli Guillaume. Non era mai venuta nella città una grande Compagnia equestre: tutto quell'apparato spettacoloso di cavalli, di attrezzi, di maglie e di vestiti variopinti m'infiammò d'entusiasmo per l'acrobatica, e mi fece ricadere in piena fanciullezza. Il mio buon padre, che mi contentava in ogni cosa, mi fece fare un trampolino, e mi comperò corde, anelli, trapezi e cerchi, come s'io avessi dovuto rizzar baracca di saltimbanco. E questo feci, a un di presso. Chiamai a raccolta tutti i miei compagni che avevano tendenze d'acrobati, e mi diedi con loro allo sport circense con una passione sfrenata. Furono esercizi e camiciate da pazzi, con conseguenti capitomboli, ammaccature, torsioni e rotture di testa e scalmane da cavalli. Ma era anche quello “furor di gloria,„ poichè, facendo le mie prodezze, m'immaginavo sempre di “agire„ davanti a una moltitudine spettatrice, che io vedevo e di cui sentivo gli applausi, come un allucinato. Sul serio, covai per qualche tempo l'ambizione di diventare un direttore di circo equestre. Mio padre mi rimproverava d'andare all'eccesso. Io gli rispondevo: — Mens sana in corpore sano; — al che egli ribatteva argutamente che, intanto, era un principio bell'e buono d'insania di mente il rompersi la testa per sanificare il resto del corpo. E il corpo, infatti, salvo le enfiagioni e le sbucciature, era sano: crescevo come un girasole, ero un lupo a tavola, un ghiro a letto, e gareggiavo coi facchini del Banco, per bravata, a portar dei sacchi di sale di dieci miriagrammi, che avrebbero stroncato il mio professore di filosofia. Ma quanto a nutrir la mente sana di studi, era un altro discorso: non mi ricordo d'aver mai avuto in tanta avversione la carta stampata quanto in quel periodo: ero sulla via di diventare un fortissimo e agilissimo cretino. Ma è proprio vero che le malattie della vanità guariscono da sè stesse: poichè non era altro, per tre quarti, quella mia smania di ballar per aria. Ed ecco come guarii, con molta soddisfazione di mia madre, che stava sempre col batticuore di vedermi portare in casa a quattro braccia. Il mio esercizio prediletto era quello del salto col trampolino; la mia ambizione suprema, quella di riuscire a saltare una diligenza, come avevo visto fare a un pagliaccio del circolo Guillaume (un semidio). Ma per arrivare a tanto bisognava imparare a far il salto mortale, come il semidio lo faceva, ed io smaniavo di farlo: smaniavo, ma non mi ci provavo, perchè non c'era da scherzare: era troppo facile di rompersi il nodo del collo. Un giorno, nella compagnia solita dei miei fratelli d'arte, fra i quali m'arrogavo il primato, che m'era concesso, come a proprietario degli attrezzi, s'imbrancò un mio condiscepolo, assai più svelto e più ardito di me, che si provò a fare quel salto. Ci riuscì alla prima, fra l'ammirazione di tutti; io fui ricacciato fra gli artisti di second'ordine, e n'ebbi una gelosia mortale. Cento volte, da me solo, mi decisi a tentare la prova, e stetti ritto per dei quarti d'ora sull'alto del trampolino, coi pugni chiusi e con gli occhi fissi sulla sabbia sottostante, nell'atteggiamento d'una Saffo in calzoni sul punto di fare il gran tonfo, aspettando l'impulso del coraggio, e dandomi delle spronate vocali: — Andiamo! — Animo! — Su! — Ma l'impulso non venne mai. Tutto ben considerato, avevo una sola spina dorsale, e non conveniva arrischiarne l'integrità. E allora mi persi d'animo, e smisi. Smisi le gare con gli amici e le ambizioni di gloria ginnica; ma non perdetti l'amore degli esercizi fisici; i quali accompagnai sempre, non di meno, con l'immagine del circo e della folla plaudente, composta specialmente di signore e di signorine. E quell'amore mi durò per tutta la prima giovinezza, pigliando molte forme diverse, fra le quali quella del gioco del pallone, della palla e delle boccie; del che fui così soddisfatto da benedire anche quelle prime pazzie, perchè son fermamente persuaso di dover in gran parte alla ginnastica la salute vigorosa che ebbi fino all'età matura, e quindi la rara serenità di spirito, la maravigliosa facilità di godere d'ogni più piccola cosa e di pigliare la vita lietamente, e d'esser contento di vivere in qualunque stato: serenità che non mi lasciò mai, se non a rarissimi e brevissimi intervalli, finchè non fui colpito da quelle grandi sventure che sconvolgono anche i temperamenti più sani, come gli uragani atterrano anche gli alberi più forti.