Erano dieci anni che non vedevo più un asilo infantile. Mi ricevette la direttrice, una monaca sui quarant'anni, di persona esile, col viso scolorito e gli occhi chiari, d'una espressione giovanile e dolcissima. Mi fece entrare in una vasta scuola, dov'eran raccolti trecento fra bambine e bambini in lunghi ordini di banchi, messi a gradinata, in modo che s'abbracciavano tutti con uno sguardo. Avevan tutti un grembiule bianco, pulitissimo; erano quasi tutti biondi. Entrava una luce viva per tre grandi porte vetrate. Era una bellezza da innamorare l'aspetto di quelle trecento piccole creature, strette le une alle altre come gli uccelletti sulle bacchette delle gabbie, e disposte come i fiori nei tepidari, a file sopra file, ciascuna delle quali presentava come tre striscie di colori, il bianco dei grembiulini, il rosa dei visi e l'oro dei capelli. Si capiva, davanti a quel quadro, come la mente umana non abbia potuto raffigurarsi il paradiso senza bimbi. A un certo momento, la direttrice disse uno scherzo, e io vidi aprirsi trecento bocciuoli di fiori rossi e brillarvi dentro migliaia di perle bianche.

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Ero arrivato poco prima dell'ora della colazione. Uscirono tutti a due a due, guidati da tre maestre monache e da una laica, ed entrarono in tre stanze nude; una delle quali, la più ampia, fu occupata dalle “signorine„ l'altre dai “giovanotti„. Tutt'intorno erano appesi alle pareti i canestrini rotondi, che avevan portati da casa col loro becchime per la mattina, e fui maravigliato della rapidità con cui le monache li distribuirono, senza leggere i nomi sulle piastrine, e senza fare uno sbaglio, come se fosse dipinto sopra ogni canestro il ritratto del proprietario. In pochi secondi furono tutti serviti. E allora cominciò lo spettacolo sempre nuovo e sempre bello dei mangia panini a tradimento.

Si misero a sedere, parte su panchettine, lungo le pareti, parte sull'impiantito, a file e a cerchi, che davan l'immagine di corone e di spalliere fiorite d'un'aiuola. Ma non tutti: c'eran dei piccoli “Taddei„ che, volendo fare il loro manducamento in santa pace, si cercavano un posto solitario; ed era ameno il vedere gli apparecchi minuziosi e lenti che facevano alcuni, con la serietà di vecchi gastronomi, come per un pasto che dovesse durare tre ore. Altri, spiriti contemplativi, stavano col canestrino chiuso fra le ginocchia, guardando per aria, col pensiero chi sa dove, e bisognava che le maestre li eccitassero a mangiare, agitando il bocconcino davanti alla bocca ritrosa, come si fa coi passerotti di nido. Le femmine, mangiando, cinguettavano; i maschi, più placidi, sgranocchiavano in silenzio: in una delle stanze occupate da questi sgranocchiatori non si sentiva una voce, tanto che, stando all'uscio, credevo che non ci fosse nessuno, e mi stupii, voltandomi, di veder là dentro quaranta ganascine al lavoro. Tutti quelli che avevan nel canestro qualche cosa di dolce, mangiavano prima tutto il dolce, rimanendo poi a pane asciutto; come fanno spesso, in altre cose della vita, anche i grandi. Le maestre vigilavano perchè questi privilegiati non facessero dei contratti birboni coi loro compagni, poichè accadeva sovente, mi dissero, che per un pezzettino minuscolo di cioccolata o di confetto alcuni dessero allegramente tutte le loro provvigioni, con la giunta d'un bacio di gratitudine. Parecchi, invece di mangiare, si facevano del cibo un balocco. Una bimba, che aveva un bocconcino di carne in salsa dentro una ciotola, pestò nella salsa il formaggio, il biscottino e le ciliege, e ne fece con molta cura una pasta d'un solo colore, che poi si mise a leccare col raccoglimento di chi assapora una ghiottoneria sopraffina, dando ogni tanto in una esclamazione di piacere. Vedendo un bambino che faceva correre sull'impiantito una pallottola, domandai a una maestra se fossero permessi i giocattoli: quella guardò ed accorse subito, esclamando: — Ah! che porcellino! — La pallottola era un rosso d'ovo sodo, annerito dalla polvere: il bimbo si scusò, dicendo che l'avrebbe mangiato dopo. Ammirai la prodigalità con cui le bambine che avevano una colazione abbondante ne facevan parte alle compagne mal provvedute: ad alcune le monache dovevano far riprendere quello che avevan dato perchè non rimanessero affatto digiune. Di tratto in tratto se n'alzava una e correva ad offrire un pinocchio o un acino d'uva secca o una ciliegia alla direttrice; la quale accettava ogni cosa ringraziando, ma per render tutto un minuto dopo; e le donatrici accettavano la roba resa con una compiacenza così manifesta da far capire che avevan fatto il regalo pro forma, con la certezza di rientrar nel proprio. Una bambina stava mangiando un pezzetto di carne in umido: una monaca le domandò: — Con che cosa è fatta codesta carne? — Quella intese che domandasse di che cosa fosse fatta, e dopo un momento di riflessione rispose: — La carne è fatta di sangue. — A un'altra che aveva un pezzetto di frittata, la direttrice domandò: — Chi t'ha fatto quella frittata? — E la bimba, come avrebbe nominato una persona celebre, che tutti dovessero conoscere, rispose: — Pinota (Giuseppina). — Chi sarà stata questa Pinota? Non ci fu modo di farglielo dire: parve che fosse offesa dalla nostra ignoranza nel suo sentimento d'alterezza di famiglia. C'era una sola bimba, alla quale si permetteva di portare all'asilo una piccola boccetta di vino annacquato, perchè era convalescente. Io la colsi sul fatto mentre ne dava da bere un sorso, di nascosto, a una compagna più piccina di lei, dicendole con gravità materna: — Tira giù, che ti rinforza.

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Via via che finivan di mangiare venivano intorno alla direttrice, che rivolgeva a tutte delle interrogazioni, con molto acume e molto garbo, per esercitarle a discorrere. Ma era oppressa dalle loro carezze. Si vedeva che l'adoravano. Sei o sette bimbe le stavano appiccicate ai panni, con le guancie strette alla sua vita, facendole così una cintura di testine bionde, che confondevano le capigliature, e la costringevano a tener le braccia levate, e le impedivano di muoversi; e tutte le altre tendevano verso di lei le manine aperte somiglianti a grandi margherite agitate dal vento. Un quadro incantevole quella monaca dal viso pallido e dal vestito nero, baciata da tutta quella fanciullezza rosata e bianca, che le faceva salire al viso la fiamma dell'amor materno, più vermiglia e più bella che non possa apparire in viso a una mamma vera. Una delle più graziose bambine che l'abbracciavano mi parve, dal rossore della palpebra, che avesse un occhio malato: seppi poi che quell'occhio era di vetro; ma che in un anno da che essa veniva all'asilo nessuna delle sue compagne se n'era accorta, e che le maestre badavano attentamente a prevenire tra lei e l'altre ogni gioco che potesse far scoprire il segreto. Vidi un bambino bellissimo, di famiglia povera, che aveva una grande capigliatura dorata e arricciolata, e domandai perchè facesse eccezione quello solo alla regola dei capelli corti per i maschi. Mi rispose la direttrice che quando aveva detto alla mamma di farlo rapare, questa s'era battuta la mano sulla fronte e aveva esclamato: — Oh povera me! — con un accento di così profondo dolore, che a lei era mancato il coraggio d'insistere. Poi mi furono presentate tre sorelline brune e pallide, dall'aria triste: una di cinque anni, le altre due gemelle, di tre anni e mezzo. Avevan perduto la madre da pochi mesi. A tutte tre s'era fatto credere ch'essa era partita per un lungo viaggio; ma che sarebbe ritornata. Un mese dopo, vedendo la bambina maggiore sempre addolorata, la direttrice le aveva detto: — Fatti animo: vedi le tue sorelline, che giuocano con le compagne. — Ed essa aveva risposto: — Ma è perchè le mie sorelle, che son piccole, non capiscono ancora che cosa vuol dire aver la mamma lontana. — Lei, poveretta, credeva di capire, e l'aspettava!

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Uscirono tutti a due a due, prima i più grandi e poi i più piccoli, e fecero parecchi giri per il cortile, in processione. Mi fermai in uno dei punti dove svoltavano, per vederli sfilare. Quante forme diverse di testine e di pettinature, quante espressioni variate di sguardo e di sorriso! Alcuni mi sorridevano con un'aria di famigliarità scherzosa, come se fossimo stretti amici da un anno. I bimbi salutavano mettendo la mano tesa contro la fronte, le bimbe facendo un piccolo inchino brusco del capo, come se ricevessero l'una dopo l'altra da una mano invisibile una pacchina sulla nuca. Quando carezzavo il capo o prendevo la mano ad uno, cinque o sei mi porgevano la manina o la zucchetta, e tutti gli accarezzati, quando mi ripassavano davanti dopo fatto il giro, domandavano la carezza un'altra volta. Qualcuno usciva dalle file per venirmi ad afferrare la mano o il braccio, e vi posava su il viso, e non si voleva più staccare. A momenti ne passava come un'ondata, tutti belli e biondi della stessa sfumatura, come se fossero stati scelti e messi insieme per far bellezza. Molti portavano il nome trapunto in grandi caratteri sulla cintura o inciso sui fermagli metallici, come colli viventi da spedirsi per la strada ferrata; e mi fu detto che alcuni di questi, dimandati del loro nome, per non darsi la noia di rispondere, indicavano col dito la propria pancia. Le bimbe, per la maggior parte, eran più pulite: alcune s'arrestavano qua e là per spolverarsi il grembiule o il vestito: cosa che i maschietti non facevano mai. Fra le une e gli altri notai molti visi seri, ma d'una serietà singolare, come di persone grandi occupate da pensieri gravi. Alle volte ne passavano parecchi in un gruppo, che mi guardavan tutti con la coda dell'occhio, senza alzar la testa, sorridendo furtivamente, come per farmi un segno d'intelligenza di nascosto alla direttrice. Uno dei bimbi più piccoli usci correndo dalla schiera, mi si venne a piantar dinanzi, si tirò su a due mani il grembiale e il vestito, come davanti a un medico, e stette guardandomi: io non capivo: la direttrice m'illuminò: voleva che guardassi le sue calze nuove. Eran due giorni che, per quella vanità, ogni momento, senza badare al sesso degli spettatori, alzava il sipario.

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La processione si sciolse sotto un porticato, dove cominciò la “ricreazione„. Chiudendo gli occhi, avrei creduto di trovarmi in un bosco dove cantassero mille uccelli e mille fontane. Dalla parte delle bimbe c'era meno rimescolìo e meno strepito; dall'altra si vedevano girare e saltare le teste come le palline di midollo di sambuco nella danza elettrica. Nacque qualche litigio, subito sedato. Domandai a una monaca se si picchiassero spesso. Dopo una breve esitazione, mi rispose di sì, sorridendo, e soggiunse: — I bimbi, per solito, danno dei pugni; le bimbe usano già le unghie. — Che fine sale satirico in quel già, detto da una monaca!