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Ma visitando l'interno del piccolo teatro, o piccolo lettore, avresti anche molte delusioni; le quali, per altro, ti sarebbero compensate da una più viva ammirazione dell'ingegno e dell'arte con cui le illusioni ti sono prodotte. Vedi, per esempio: quei cavalieri e quelle dame in gran gala che nel Napoleone a Mosca ballano con ebbrezza spensierata in fondo a un salone del Kremlino già morso ai fianchi dall'incendio, e che ti fecero un effetto così fantastico, non ballano: sono fantocci tutti d'un pezzo confitti in un disco invisibile che gira come la ruota d'un arcolaio. Quelle contraddanze così intricate e precise di zingarelle e di moretti, che ti paiono richieder l'opera di cento mani, non sono che il movimento d'una delle così dette scalette, un apparecchio contrattile di regoli di legno, su cui è piantato il corpo di ballo, maneggiato da due mani sole. Quelle ballerine innumerevoli che ne La coda del gatto scendono sul palco come un'onda umana inesauribile, e che ti strapparono un grido d'ammirazione, non son che una cinquantina di bambole infitte in un tamburo rotante, il quale te le ripresenta continuamente, come uno scrittore povero le medesime frasi e le medesime immagini da un capo all'altro del libro. E anche quella calata dei mille lumi dell'esercito abissino sopra Amba-Alagi, che ti scosse quasi come la vista della realtà, non è che l'effetto di un moccolo acceso fatto passare dietro a uno scenario bucherellato come un crivello. E non son più vere le belle cascate d'acqua, che ti fanno batter le mani dall'allegrezza: sono cascate di sabbia bianca mista con pezzetti di cristallo, che un apparecchio raccoglie e rimanda in secchielli alla sorgente, senza disperderne un grano. E quel tuono così bene imitato che par che venga dal cielo e t'incute quasi sgomento, ahimè! non è che un rumore di ciottoli cascanti dentro a un cassone, mossi dalla stessa mano che produce il sibilo del vento nella foresta per mezzo d'una confricazione di grossi fili di ferro. E quel mare azzurro, in fine, quel bel mare ondeggiante, che ti pare debba soverchiare da un momento all'altro le sponde e irrompere nella platea, non è che un saliscendi di pezzi di legno congiunti a cerniera che scote dietro le quinte un ragazzo della tua età, il piccolo Edmondo Lupi; il quale comincia la sua carriera facendo le onde e rappresentando il Colosso di Rodi nelle Sette meraviglie del mondo, come la cominciarono suo padre e suo nonno, e come la comincieranno, è da sperare, i suoi figliuoli. Ma tu, buon ragazzo, non isvelar questi segreti ai tuoi compagni, perchè a questo mondo, vedi, non bisogna togliere alla gente che le illusioni pericolose: strapparle quelle che, senza danno, ci fanno più belle le cose e più vive le commozioni piacevoli, è una brutalità, come sciupare i fiori.

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I grandi, però, anche conoscendo quegli inganni, non si diverton meno dei piccoli che gl'ignorano; e i grandi sono la maggior parte del pubblico. È improprio, in fatti, chiamar teatro dei bambini il teatro Lupi, nel quale, fuor che i giorni di festa, otto su dieci spettatori sono adulti. E un buon numero di questi, uomini maturi e vecchi, e anche gente colta, sono frequentatori assidui. Per effetto di quali vicende, di quali rivolgimenti psichici si saranno ridotti al teatro delle marionette? In molti, senza dubbio, non è altra causa che la semplicità dell'animo; ma in altri dev'essere una castrazione volontaria della fantasia, desiderosa di diletto, ma amante della quiete; una repugnanza, nata da un'esperienza amara della vita, alla rappresentazione troppo verosimile delle miserie e dei dolori umani, quale si fa nel teatro vero; un ritornare indietro di proposito, un rifugiarsi nel mondo della fanciullezza per sazietà o per aborrimento di quello degli uomini; e c'è forse in loro una stretta corrispondenza fra la passione per le marionette e l'indole delle letture preferite e di tutti gli altri passatempi: son forse di quei signori che passano ore ed ore, sui sedili dei giardini pubblici, a veder giocare i bambini. Ma è singolare come questi bambini con la barba non cerchino soltanto in quel teatro una ricreazione amena, come prediligano anzi i drammoni di grande effetto, e brontolino alle commediole e alle farse, giudicandole quasi una degradazione dell'arte, e paragonino e discutano quelle produzioni come drammi del Dumas e del Sardou, e propongano perfino dei soggetti ai fratelli Lupi con lunghe lettere esortatorie. E bisogna vedere con che serietà assistono allo spettacolo, come s'impazientano agli applausi e alle risa intempestive dei ragazzi che turbano la rappresentazione, e con che sdegno zittiscono gli sbadati che lascian cascare la canna, come se rompessero una frase dello Shakespeare in bocca a Tommaso Salvini. A vederli, ci vien sulle labbra un sorriso di pietà; ma a pensarci bene, non è questo il senso che ci dovrebbero ispirare. Che uomini i quali hanno vissuto più d'un mezzo secolo, lottato, sofferto, visto mille casi strani e terribili; e che hanno ancora passioni, dolori, cure gravi, possano prestar per tre ore alla conversazione di dieci pupi di legno un'attenzione che non presterebbero alla disputa d'un Consiglio di ministri intorno agli interessi più vitali dello Stato, non ci dovrebbe destar piuttosto, confortandoci, un sentimento d'ammirazione per la miracolosa facoltà che ha la natura umana d'illudersi, di dimenticare, di consolarsi con dei fantasmi e dei sogni delle sue miserie infinite?

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Le sere dei giorni feriali la sala non ha un aspetto diverso da quello degli altri teatri. Per vederla nella singolarità della sua bellezza bisogna andare alla rappresentazione diurna della domenica, quando centinaia di ragazzi e di bambini riempiono le sedie e le panche e formano in platea e nei palchetti come tanti mazzi, ghirlande, aiuole di teste bionde, e la varietà dei colori chiari e vivi dei vestiti le dà l'apparenza d'una sala infiorata e imbandierata per una festa. Anche prima che s'alzi il sipario v'è in quella piccola folla oricrinita l'agitazione, il rimescolìo d'una gabbiata d'uccelli digiuni al momento che si mette il panico nelle cassette. Gli uni son seduti, altri inginocchiati, altri ritti sulle panche o sulle ginocchia delle mamme o delle cameriere, o appoggiati coi gomiti alle sedie davanti, pigiati nei palchetti in doppia, triplice fila di teste, che fanno scala, le più alte col mento posato sulle teste più basse, e queste col mento sul parapetto, come disposte da un fotografo per il ritratto. All'alzarsi del sipario, si può dire che cominciano due spettacoli. È delizioso, durante una scena spettacolosa, vedere tutti quegli occhi spalancati come a un'apparizione dell'altro mondo, quelle espressioni di stupore altissimo, in cui pare sospesa la vita, quelle piccole bocche aperte in forma di O, di anelli e di semicircoli, quelle piccole fronti nivee corrugate come per uno sforzo profondo di cogitazione filosofica, che si riscotono poi bruscamente come al destarsi da un sogno. Poi, tutt'a un tratto, a una scena comica, a una risposta o a un atto buffo d'un personaggio, file intere di corpicini si torcono dal ridere, schiere di teste si arrovesciano indietro, scrollando matasse di riccioli, scoprendo i piccoli colli bianchi, schiudendo le bocchine come scrignetti rossi pieni di perle minute, e nell'impeto della gioia alcuni abbracciano il fratello o la sorella, altri si abbandonano fra le braccia della mamma, e molti dei più piccoli si buttano sulla sedia con le gambe all'aria, mostrando innocentemente la biancheria più segreta. E vedere come nel rapimento dell'ammirazione respingono furiosamente il fazzoletto importuno che cerca il loro nasino o ammollano una ceffata senza prefazione a chi para loro la vista del palcoscenico. Sono trecento paia di mani che applaudono con tutte le forze e non fanno fra tutte lo strepito di quattro mani virili: par di vedere e di sentire il frullo di centinaia di alette rosate, rattenute da altrettanti fili alle panche. E vi sono anche gli spettatori indifferenti, i ghiottoni piccolissimi che non voltano il viso verso il palco se non quando sentono delle fucilate; ma per riattaccarlo subito alla poppa con un giro risoluto del capo, come dicendo: — Corbellerie! Io ci ho di meglio! — Ma al rumor delle fucilate altri si spaventano e strillano, a certe scene tragiche qualcuno scoppia in pianto e tende le braccia verso l'uscita, ed altri, più forti, non piangono, ma, celando il viso in seno alla mamma, guardano il restante della scena con un occhio solo. E le esclamazioni ammirative e entusiastiche, è una gioia a sentirle. Allo scoprirsi improvviso di certi quadri, all'apparire di certi agnelli o asinelli o porcellini che paion vivi, sono scoppi di oh!, lunghi mormorii di maraviglia, a cui tien dietro quasi sempre qualche esclamazione solitaria d'una vocina sottile, che risuona nel silenzio come un vagito in una chiesa, un: — Ah com'è bello! — che prorompe d'infondo all'anima, che esprime una pienezza di contento, una beatitudine celeste. Ma è sempre Gianduia quello che produce gli effetti più grandi. Son qualche volta accessi di riso convulso, cori di singhiozzi e di trilli, risate acute, cantanti, prolungate, inestinguibili, che fanno voltar tutti gli adulti, col viso sorridente, verso le panche, come se gli attori fossero saltati dal palco nella platea, e che quando si smorzano in modo da lasciar riprender la parola alla famiglia Lupi, lasciano ancora qua e là qualche strascico sonoro, qualche piccino piegato in due, che non può smettere nè frenarsi, che col capo chino e col viso nelle mani seguita a ridere e a ridere, perdendo le lacrime e la saliva, sfinito; ma non acquietato nè da rimproveri nè da carezze, inebbriato e soffocato dal proprio riso, non ridotto al silenzio che quando la mamma gli mette un braccio intorno al collo e gli preme la pezzuola sulla bocca.

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Sentii una volta uno di questi scoppi di allegrezza, anzi un seguito di scoppi, quasi senza interruzione, dal palcoscenico, dove, giungendo a traverso la tela, affiochiti e confusi come se venissero di lontano, fanno un effetto insolito, vanno anche più diritti al cuore che a sentirli dalla sala. Pareva di udire un suono di cascatelle d'acqua, il canto di mille uccelli in un bosco, e ogni scroscio di risa finiva in un lungo sospiro di voluttà, simile al mormorio d'una onda larga e lenta che viene a morir sulla riva. Si rappresentava L'ultima notte dell'anno. Era un successo così straordinario che gli stessi fratelli Lupi e i figliuoli, curvati sull'appoggiatoio, costretti ogni momento a interrompere la recitazione, mostravano nei visi accesi e sudanti una viva compiacenza dell'opera loro. Ed io pensavo, guardandoli, quanti ragazzi e bambini essi avevano divertiti e commossi, quanti piccoli dolori avevano consolati; pensavo quanto migliaia di piccole creature, grazie a loro, s'erano svegliate la mattina d'un giorno di festa gettando un'esclamazione di contentezza: — È quest'oggi! — e immaginavo i tanti scolaretti poveri che avevano studiato per un pezzo fino a notte avanzata per guadagnar la medaglia che dà l'entrata gratuita, e vedevo i tanti visetti smagriti d'infermi che s'erano illuminati d'un sorriso alla promessa d'esser condotti a quel teatro. E, pensando a questo, l'opera loro m'appariva in un aspetto così gentile, la loro famiglia in una luce così amabile! Non pensavo più che anche per essi il primo scopo del lavoro era la vita, non vedevo più in loro che dei benefattori della fanciullezza. Mi pareva che i due fratelli Luigi avessero qualche cosa di paterno per quella grande famiglia rumorosa che sentivo e non vedevo, e guardando quelle due belle ragazze, inginocchiate in alto, mentre agitavano i fili con atti graziosi, rosse nel viso come se le riscaldasse l'alito dei loro piccoli spettatori, mi compiacevo a far passare col pensiero sui loro capelli tutte quelle manine bianche che applaudivano e sulla loro fronte tutte quelle bocche vermiglie che ridevano. Oh quelle risa argentine, quel riso fresco e beato, la più dolce delle musiche della terra, quel riso che ci fa rivivere nell'infanzia e rivedere il volto di nostra madre giovane, quel riso che dice innocenza e speranza, ignoranza della vita e gioia di vivere, che si diffonde intorno nelle anime come una virtù feconda e consolatrice, sia benedetto chi lo ride e ringraziato chi lo desta.

GENTE MINIMA

GREMBIULINI BIANCHI.