Perchè è da sapersi che a chi s'intrattiene fra gli attori d'un teatro simile segue un caso psichico curiosissimo, il quale non avviene a chi visita un magazzino di bambole, sian pure stupendamente formate; avendo queste tutte lo stesso viso, la stessa età e un vestimento convenzionale. Fra quelle marionette, invece, che rappresentano una grande varietà di tipi, ed età, ceti, professioni, caratteri diversi, con una riproduzione così perfetta, oltre che degli aspetti fisici, di tutti i particolari del vestire, la nostra immaginazione è presa a poco a poco in un inganno che, distraendola dalla considerazione della grandezza, finisce con fargliele vedere e considerare come persone vive. Riesce maggiore l'illusione quando s'è fatto l'occhio all'esagerazione dei lineamenti e dell'espressione dei visi, non sensibile a lungo perchè comune a tutti, e non mai spinta oltre quel segno che pure nel vero è possibile; la quale, poi, produce quest'altro strano effetto che, uscendo di là, ci paiono mancanti di rilievo, di vigore, d'espressione, quasi facce appena abbozzate, i primi visi umani che ci si paran dinanzi; come accade a chi vive tra i pazzi, che quando rientra fra i savi, gli riesce a tutta prima sbiadito e monotono il loro linguaggio sensato e pacato. Ed è appunto questa illusione che rende piacevolissimo il “soggiorno„ in mezzo al popolo dei fratelli Lupi. Io mi ci son divertito, non dico “come„ ma assai più d'un ragazzo. Ci avrei passato la giornata intera. Il popolo è innumerevole. Per lo spiraglio d'un guardaroba socchiuso, dietro a una tenda che il Lupi solleva, negli angoli del palcoscenico, nei vani oscuri delle pareti, da per tutto vedete crocchi di signore, pattuglie d'armati, conciliaboli di facce equivoche, personaggi di corte sfolgoranti d'oro, barboni misteriosi, occhioni che vi scrutano, bocche spalancate come per cacciare un grido, rattenuto al vostro apparire, frotte di popolani, brigate di signori in abito nero, gruppi di ballerine in maglie color di carne. Una di queste mi diede nell'occhio: il Lupi stese la mano per prenderla. Stavo per dire: — Non la disturbi, — ma era già sull'impiantito, che faceva le sue piroette, voltando il busto e il capo dalla parte opposta alla gamba alzata, gonfiando le sottanine trasparenti tempestate di pagliuole d'argento, e pubblicando, come dice l'Aleardi, le arcane forme pienotte con tanta vivacità e tanta grazia, che non mi parve più una stravaganza quel romanzetto di Felice Govean, nel quale il protagonista s'innamora perdutamente della prima ballerina del Gianduja. Non fo celia: metteva voglia di prenderla per la vita e di portarsela via: un impertinente avrebbe domandato al signor Lupi il suo indirizzo. Ma la cosa più amena è che fra un così gran numero di visi verosimili vi occorre ogni tanto di trovarne uno che vi fa dare un guizzo per la sua somiglianza straordinaria con qualche persona che conoscete. Ho trovato là, fra color che son sospesi, due ministri, un'attrice celebre, un mio vicino di casa; e qualche altro di cui riconobbi il viso, senza ricordare chi fosse, ma che mi fece dire senz'ombra di dubbio: — Con costui ho desinato. — E, punto dalla curiosità, continuai a cercare, e feci anche delle scoperte sgradevoli. Ficcando gli occhi tra una folla di donne, mi scappò un'esclamazione: — La regina Taitù! — Era lei pretta sputata. Un po' più in là trovai Menelik, Maconnen, Mangascià, il generale Baratieri, con la sua uniforme d'Africa, somigliantissimo, ma ancora con l'aria scipionica, perchè era stato modellato dopo Senafè. Il Lupi alzò una mano, sollevò un personaggio e disse con accento di rispetto: — Il maggiore Toselli. — Ebbene, nessuno ne avrebbe sorriso, e non mi parve una profanazione. Era anch'essa una forma di gloria quel piccolo simulacro che aveva scosso il cuore e fatto batter le mani a tanti fanciulli e strappato qualche lagrima anche a dei grandi, e pensai che se il bravo soldato l'avesse potuto vedere ne avrebbe sorriso dolcemente, come un trionfatore che senta fra il plauso d'un popolo gridare il suo nome da un bambino.

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Le sorprese sono infinite. Trovate due personaggi perfettamente uguali: che rappresentino i Menecmi di Plauto o i Gemelli del Goldoni? No. Il protagonista è uno solo; ma vuole il dramma che a un dato punto egli si tolga la berretta sulla scena: operazione impossibile a cagione del filo che regge i suoi destini: e non c'è altro che sostituire a lui, con uno stratagemma di cui non s'avveda il pubblico, un alter ego con la berretta in mano: una sberrettata che costa ai signori Lupi venticinque lire. Trovate qui un personaggio col viso fresco e coi capelli neri; poco discosto il medesimo col viso rugoso e col pelo grigio; un po' più oltre ancora lo stesso, con la faccia decrepita e il cranio pelato: è un personaggio che deve apparir nel dramma in tre età diverse; e se è vero che nel corpo umano si rinnovano di continuo le cellule, in modo ch'esso è tutto intero rinnovato ogni tanto tempo, la marionetta non rappresenta forse più il vero che l'attore? Così, per rappresentare l'epopea garibaldina, che ebbe un successo strepitoso, i Lupi fecero fare una famiglia di Garibaldi, da Garibaldi bambino a Garibaldi morente, e d'uno stesso Garibaldi vari esemplari, grandi e piccoli, per mostrarlo sul proscenio, a qualche distanza, e lontanissimo. Così crede il pubblico di vedere tre fratelli Girard, che fanno i giochi maravigliosi, e ne vede quindici. Di Gianduia poi ce n'è una coorte; Gianduia di ogni età e di ogni altezza, Gianduia ingrassati, allampanati, enfiati, feriti, afflitti, ridenti, contraffatti; come si richiede per un personaggio che è contemporaneo e cooperatore degli eroi di tutti i secoli e di tutte le genti. Le teste storiche o di viventi illustri, che potrebbero abbisognare altre volte, i Lupi le conservano: ne hanno piene delle scatole da petrolio, ammontate a parte in un magazzino. Luigi Lupi ne aperse una piena di teste di Gesù, modellate assai bene, e levandole e presentandomele rapidamente l'una dopo l'altra, mi produsse un'illusione singolare, somigliante a quella che dà il cinematografo: mi parve di veder lo stesso viso, da prima sorridente, rattristarsi, balenar d'ira, rasserenarsi di nuovo, poi rimbrunirsi da capo, impallidire, stillar sangue, alzar gli occhi al cielo e rimaner immobile nella morte. Le teste di Cristo, badate, sono le sole che non son mescolate con altre. Ma che bizzarre miscele ritrovate mettendo le mani nelle altre scatole! — To', Maino della Spinetta — To', Tommaso Villa — La regina Vittoria — Davide Lazzaretti. — Mi venne in mano una testa che mi destò una vaga reminiscenza, ma non accompagnata da un nome. Domandai: era Alessandro Manzoni. La rassomiglianza era imperfetta, mi spiegò il Lupi, perchè, volendosi fare alla testa il mento mobile, s'era dovuto alterare il contorno inferiore del viso; del che si mostrò dolente. Ma l'effetto di quella mostra di teste ha qualcosa di repugnante: vi fa pensare ai cestoni orrendi della ghigliottina del Terrore. Corrono un'altra sorte, però, le teste degli uomini notevoli di second'ordine, pei quali è improbabile che ritorni un'altra ora di celebrità dopo quella accidentale che li portò sul palco scenico: le teste di questi, opportunamente svisate, rimangono in servizio sotto altri nomi, passano sulle spalle di altri personaggi. A quali marionette saranno toccate le teste di tanti membri di Comitati d'Esposizioni, di consiglieri comunali e di regi prefetti, che vedemmo passare, salutate dagli applausi, sulle scene del teatrino di Gianduia? Forse gli stessi Lupi non le riconoscono più. Saranno diventate teste di portinai, di mercanti, di lacchè, di gendarmi. Oh la gloria, com'è traditrice!

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V'è accanto al palcoscenico uno stanzone che serve insieme da magazzino di vestiari e da laboratorio. Al primo entrare vi si presenta uno spettacolo tremendo. Pendono in un angolo centinaia di corpi ignudi d'impiccati, col capo nascosto in un cappuccio da fratelli della Misericordia, ma bianco e tirato fin sulle spalle, come l'orrido berretto da notte che si metteva un tempo ai condannati a morte. Vi par di vedere lo spaventevole verger du roi Louis che descrive il Gringoire del Banville, non sapendo chi gli sta davanti, a Luigi undicesimo. È il dormitorio delle marionette provvisoriamente disoccupate. Là potete far degli studi anatomici, ammirare la bella proporzione delle membra, la perfezione delle giunture, la delicata fattura dei piedi e delle mani, le polpe delle regine e delle servette, i toraci atletici dei guerrieri e dei briganti. E vi trovate anche pance di Falstaff, schiene di Rigoletti, gambe di Quasimodi, corpiciattoli di nani, tutte le deformità miserande d'un ospizio di “incurabili„. Ma non si può immaginare come tormenti la curiosità la vista di tutti quei cappucci lugubri sotto i quali l'immaginazione si raffigura dei visi contratti dagli spasimi dell'agonia o composti nella quiete solenne dell'eternità. Domandai al Lupi se fosse lecito, per amor dell'arte, violare il segreto della morte. Egli fece un cenno d'assenso. Io scopersi una testa....

Oh via dagli occhi miei,

Fuggi, s'apra la terra e ti ringoi,

come dice Macbetto allo spettro di Banco. Mai una più spaurevole faccia di vecchio pazzo e feroce non uscì dalla matita del Dorè nel furore delle sue ispirazioni infernali, nè da quella del Goya nel tracciare a ludibrio dell'uomo le caricature spietate della sua maschera. Mi balenò un ricordo. Era forse lui. Non poteva essere altri che lui. Ed era lui infatti, me lo disse il Lupi. Era un vecchio alchimista matto e solitario della parodia di Giulietta e Romeo, il quale, pochi mesi addietro, aveva fatto una così profonda impressione al bambino d'un mio amico, che se l'era sognato di notte e il padre aveva dovuto scender dal letto per quetare il suo terrore. Con mano peritosa scopersi un altro impeso, vicino a quello, e prima che ne apparisse il viso, mi lambì la mano una ciocca morbida di bellissimi capelli biondi. O nuovo miracolo gentile! Era un angiolo, un viso bianco e puro di Margherita, con due grandi occhi innocenti e un sorriso da pargolo che sogna gli splendori del paradiso. Ma aveva bisogno d'una mano di vernice perchè gli aveva sciupato una guancia un colpo di trombone dei briganti in un assalto dato alla sua casa tre anni innanzi. E continuai a scoperchiare teste, e vidi facce così superlativamente buffe che mi fecero scoppiare in una risata, visi d'una gravità da Presidenti di Corte di Cassazione, musi incartapecoriti d'usurai senza viscere, grinte di megere furibonde, rictus di Gymplaines e di Calibani, ceffi da Corti dei miracoli e da galera, frontespizi di bricconi così insolenti, così cinici e odiosi da spendere volentieri qualche franco, come dice il sor Camola, per pagare il piacere de dagh una martelada. E anche dei visi di uomini onesti e simpatici; ma quegli altri erano i più anche là, come nel mondo.

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Ma proseguiamo. Se tu, piccolo lettore, penetrassi dietro a quelle scene vedresti ben altre maraviglie. Ce n'è una a ogni passo: locomotive di strada ferrata che potrebbero far servizio negli imperi di Blefuscu e di Liliput, carrozze di gala da piccole fate, batterie di cannoni che sembrano uscite dalla vetrina dei modelli dell'Armeria reale, piccoli sofà e seggioloni di velluto, con le gambe e le spalliere scolpite, con rilievi di vero bronzo e candelabri che, salvo la grandezza, starebbero bene sopra una mensa di principi; poichè i fratelli Lupi vogliono la riproduzione del vero, anche nelle cose minime, più esatta assai di quanto sia richiesto dall'effetto teatrale e dai più difficili spettatori; e ciò non per altro che per amor dell'arte, per ambizione, direi quasi, della coscienza, come quei raffinati che mettono il lusso anche nelle cose che non si vedono. Nè tutto è qui: ecco una flotta di corazzate con le artiglierie, di piroscafi coi passeggieri, di bastimenti mercantili col carico, di barche d'ogni forma coi rematori: quanto occorre per rappresentare splendidamente la gran festa d'inaugurazione del canale di Suez. Ecco un castello che si sfascia a pezzo a pezzo sotto le percosse degli arieti o rovina tutto di un colpo, allo scoppiar d'una mina, come per un crollo di terremoto. Ecco cavalli che scalpitano e s'impennano, elefanti che mulinano la proboscide, leoni che squassano la giubba, scimmie che s'arrampicano su per gli alberi come scimmie vive, serpenti che strisciano e si rizzano sulla coda da metterti i brividi. Cerca con la fantasia quanto puoi desiderare di più prezioso per regalo di capo d'anno e lo troverai qui più grande e più seducente di come l'immagini. E qui puoi anche vedere con che ingegnosa industria di fili a una marionetta è fatto levare il portamonete dalla tasca interna del soprabito con un gesto spocchioso di figliuol prodigo, a un'altra cavar la spada dal fodero con la vivace eleganza d'un ufficialetto di cavalleria, a una terza spegnere una lampada con l'apparenza ch'essa sia spenta dal suo soffio: una delle prodezze marionettistiche più freneticamente applaudite. E ti puoi anche fare un'idea dell'attenzione e della destrezza che si richiedono per fare con garbo tutti quei movimenti delle gambe, delle braccia, del capo, degli occhi, della bocca; per evitare quei mille accidenti, così facili, di fili che s'imbrogliano, di vestiti che s'impigliano, d'ingombri, di contrattempi e di cozzi, dei quali basta uno solo a mandar a male una scena od un quadro; per guardarsi, in mezzo ad attori di natura così accensibile, a un tal cumulo di tela, di legno e di carta, a tanto fuoco di lumi, di razzi, di lampi, d'esplosioni e di fiammate, da una svista, da una distrazione momentanea che muterebbe a un tratto tutto quel palazzo magico in un falò spaventoso. Vedi quanta fatica, quante cure costa a chi ti diverte quello spettacolo che forse tu credi sia anche per loro uno spasso; vedi che ardua cosa è il governare anche il più facile dei popoli, un popolo che non mangia e non parla.