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Tutta la famiglia Lupi lavora al teatro: i due fratelli, la moglie e i figliuoli del primo: quattro maschi e tre ragazze, di cui due fra i diciannove e i ventidue anni. E bisogna vederli tutti là, tranne i due più piccoli, appollaiati sul ponte, o appoggiatoio, come lo chiamano, sovrastante al palcoscenico, durante la rappresentazione. Ecco il soggetto d'un quadro originale per un pittore ardito. La prima volta che, stando sul palco, vidi di profilo quelle otto teste d'uomini e di donne, l'una dietro l'altra, sporgenti da quella specie d'inginocchiatoio aereo, illuminate di sotto in su, ora parlanti ad una ad una, ora tutte insieme, con ogni sorta di sforzi violenti delle labbra e di strane intonazioni di voce, da quella di basso cavernoso a quella di soprano in falsetto, mentre le sedici mani movevano con un centinaio di fili una folla di personcine di sotto, mi parve di vedere una famiglia di numi sorretti da una nuvola che dirigessero le faccende e si pigliassero spasso d'una piccola umanità agitantesi sopra il polo d'un asteroide. Ma riconobbi subito che il fare i numi a quel modo non doveva essere una delizia. Stare delle ore in quell'atteggiamento contratto, col calore di tutti quei lumi nel viso, forzare e variare continuamente la voce, lavorando a un tempo con le dieci dita e consultando con lo sguardo obliquo il copione posto nel mezzo che fa l'ufficio di suggeritore, e mentre si parla e s'opera in alto invigilare e dar ordini a chi lavora in basso e ruzzolare e arrampicarsi ogni momento per un rompicollo di scaletta da bastimento quasi verticale, è una fatica da ammazzare anche dei numi. Non mi maravigliai, quando calò la tela, di vederli scendere dall'Olimpo, in maniche di camicia e con le braccia nude, bagnati di sudore e anelanti, come scendono gli acrobati dai trapezi. E allora soltanto m'accorsi che le due signorine portavano un vestito maschile, camicino e calzoni di traliccio grigio, che le facevano parere due operai; ma due operai dai quali il più terribile capo fabbrica avrebbe tollerato qualunque infrazione al regolamento, sostituendo dei sorrisi alle multe. Ma il dietro scena d'un teatro di marionette, per chi ci sale la prima volta, è pieno di altre sorprese piacevoli. Stando accanto alle quinte mi veniva fatto di scansarmi con un leggiero inchino, come si fa con le attrici vive, ogni volta che usciva di scena una signora, e rimanevo poi stupito al vederla tutt'a un tratto sollevarsi in aria, invece d'andare al suo camerino, e restarmi appesa in faccia come un salcicciotto. E così avevo un'illusione amenissima al veder tra le quinte del lato opposto una delle signorine Lupi che dava gli ultimi ritocchi all'abbigliamento dei personaggi prima che si presentassero al pubblico, accomodando a uno una spilla, stirando a un altro il vestito, aggiustando a un terzo il cappello, come si fa ai bambini filodrammatici, con atti lesti e carezzevoli, a cui quelli rispondevano, appunto come i bambini, con gesti che parevano d'impazienza, mossi dalla mano irrequieta che li reggeva dall'alto. E mentre vari personaggi agivano alla ribalta, mi pareva che ragionassero davvero degli affari propri, come fanno gli attori fra due battute, quei due altri più piccoli che le altre due ragazze, voltate dalla parte interna dell'appoggiatoio, facevano passeggiare e gestire pacatamente in fondo al palco, per dar vita alla scena. E quella confusione che si vedeva lungo i muri, in una mezza oscurità, di personaggi della commedia che stava per finire e dello spettacolo coreografico che stava per cominciare, di ballerine, di mime, di dame scollate, di marionette in giubba e in uniforme, con la tuba e con l'elmo, e di comparse di ogni età e d'ogni statura, mi dava quasi l'illusione di trovarmi sul palcoscenico di un grande teatro quando finisce l'opera e sta per cominciare il ballo. Ci era solo questa differenza, che nella mia qualità di consigliere comunale, com'ero allora, non potevo trovare là nessun argomento che mi servisse a combattere in nome della moralità la dotazione del Teatro Regio.

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Ma per conoscere a pieno le fatiche dell'arte e la valentìa della famiglia Lupi bisogna vederla all'opera in una giornata campale. Lo spettacolo, in tal caso, è assai più grandioso e terribile osservato dalle scene che visto dalla platea. Già è bellissimo veder gli apprestamenti della battaglia: le masse d'armati raccolti nell'oscurità, rotta dai lampi delle baionette e delle lance; i cavalieri appostati dietro le quinte, come alla vedetta; i muli carichi di munizioni che s'allungano in fila ai due lati del palco; i comandanti con la spada sguainata che aspettano dalle due parti il gran momento, coi grandi occhi sporgenti e fissi davanti a sè, come spianti il doppio mistero dell'orizzonte e della morte. Quando l'istante solenne è vicino, i direttori danno gli ultimi consigli, lanciano gli ordini supremi. Le truppe son pronte? Pronte. I cannoni sono in batteria? Sono. Le miccie sono accese? Sì. E allora avanti e Dio ci guardi! Le avanguardie scambiano le prime fucilate, i primi cavalieri scaramucciano, i primi feriti battono il capo di cartapesta sul palco, e giacciono irrigiditi; ma alcuni per rialzarsi tra poco più indemoniati di prima. Dietro le scene uno batte la grancassa per imitare il tuono del cannone, un altro dà nella tromba, un terzo muove la macchina che fa correre in lontananza un reggimento, un quarto galoppa intorno al palco accendendo i razzi fissi alle quinte che rendon lo strepito del fuoco di fila.

I ferri si scaldano: sul palco è un succedersi tumultuoso di mischie feroci, un cozzar di teste e di petti, un grandinar di colpi, un mulinìo di lame,

un incalzar di cavalli accorrenti,

di muli, di cannoni e di mitragliatrici che precipitano dai ponti e dalle rocce, con un fracasso d'inferno; e mentre su, sull'appoggiatoio, i fratelli Lupi, coi figliuoli, agitano le braccia furiosamente cacciando urli, minaccie, gemiti, grida di soccorso, frammiste a comandi e ad avvertimenti concitati agli aiutanti di sotto; questi e le ragazze, con una rapidità fulminea in cui ogni atto è preciso, ogni passo misurato, ogni secondo contato, corrono e ricorrono fra le quinte e le pareti, staccano le marionette, le porgono, le riprendono, le riappendono, le riporgono, raccattando di volo armi, elmi, giberne, bandiere, turbinando come fantasmi in una nuvola densa di fumo e in un odore acre di zolfo. E quando credete che il pandemonio sia per finire, non è che un artificio per crescer l'effetto: la battaglia riattacca più ardente, raffittisce il foco, raddoppiano i lampi, s'addensa il fumo, s'accelera il turbinìo; ai fragori del palcoscenico s'uniscono i clamori della platea, con gli urli d'ira dei combattenti si confondono le grida di entusiasmo dei ragazzi; è una furia febbrile e crescente d'uomini che salgono e che scendono, di lumi che girano, di marionette che volano, di fili di ferro che s'incrocian per aria, è un moto vertiginoso di ombre, di bagliori, di teste, di braccia, di attrezzi, una tempesta di schianti, di tonfi e di strida, una nebbia fitta, un rovinìo, un casa del diavolo che, quando cala la tela e tutto si queta, vi lascia sbalorditi, intronati come all'uscir da un manicomio dove siano scoppiati insieme una ribellione e un incendio.

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Ma più d'ogni spettacolo è divertente l'esame del “personale„ artistico. La prima cosa che mi stupì, quando visitai per la prima volta il palco scenico, fu la statura dei personaggi, che visti dalla platea paiono poco più alti d'un palmo, e son più di mezzo metro, come bimbi. E mi meravigliò l'esattezza minuziosa, perfin superflua, dei vestimenti. Non crediate che sian fatti soltanto per ingannar l'occhio da lontano, chè possono affrontar l'analisi della lente. Ecco, per esempio, un povero diavolo di vagabondo: egli è vestito di panni logori, pieni di sbrani, di rimendature, di toppe, di macchie d'unto, spelati ai gomiti e coi bottoni che ciondolano, e ha la cravatta a corda, la camicia di tela rozza e rugosa, le scarpe acciabattate e crepate. Il signore elegante ha il solino di moda, i bottoncini d'oro ai polsini e allo sparato, e la catenella dell'orologio che gli pende dal taschino della sottoveste. C'è un vecchio medico intabaccato, con un cappello cilindrico che mostra dieci anni di servizio, gli occhiali sulle orecchie, e una palandrana d'un color di ragno arrabbiato, che farebbe venir l'acquolina in bocca a Ermete Novelli. Ma le più belle son le signore, vestite secondo l'ultimo figurino, con un gusto squisito, dai fiori del cappellino agli stivaletti, che son piccole meraviglie, con spille, orecchini, anelli, borsa, ventaglio, con capelli veri, pettinati all'usanza del giorno, che si ravviano col pettine al momento dell'andata in scena, con le sottanine ricamate e insaldate, perchè, se segue un accidente impudico, il pubblico veda che son vestite di tutto punto, da signore per bene. E la proporzione delle loro forme è ammirabile: hanno petto, spalle, fianchi, braccia di donnine vere, tanto che è un diletto il voltarle e rivoltarle fra le mani, e col pretesto di vedere come son vestite vi lasciate andare a prolungar l'analisi con un sentimento di curiosità colpevole. E la varietà dei tipi! La prima volta che fui sul palco, di giorno, il signor Lupi me ne presentò una dozzina, il fiore della sua aristocrazia, tutte giovani e eleganti, appendendole l'una accanto all'altra per il loro fil di ferro lungo due metri a una spranghetta che mi stava sopra il capo, e definendo in due parole ciascuna: — Ecco un tipo sentimentale — Quest'altra è più bella, ma meno simpatica. — Veda questa, che aria distinta! — E quando me le vidi schierate davanti, come un comitato di patronesse d'opera pia, aspettanti la visita d'un pezzo grosso, tutte impettite, con quegli occhi larghi e luccicanti, che volete? sentii una certa suggezione, mi parve di dover dir qualche cosa, poco mancò che non dimandassi loro se avevano sofferto il mal di mare nel viaggio in America.

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