Vidi una domenica, nella via Principe Amedeo, verso le tre dopo mezzogiorno, un concorso straordinario al teatro dei fratelli Lupi, dove si rappresentava Le sette meraviglie del mondo. La ressa era tale che s'eran dovute mettere due guardie municipali ai due lati della porta per impedire che seguissero disgrazie. La gente formava sulla piccola scalinata esteriore un monte di teste, a cui sovrastavano i visi ansiosi dei ragazzini tenuti in collo; alcuni dei quali, piangendo per il timore di non poter entrare, tendevano le braccia verso lo sportello del bullettinaio con un atto d'invocazione supplichevole, che metteva pietà e faceva ridere. La strada era per un buon tratto affollata, d'una folla diversa dalle solite: eran famiglie numerose strette in gruppo, molte signore, moltissimi ragazzi, una falange di governanti, di balie, di servitori, soldati di fanteria e bersaglieri, gente di campagna, donne del popolo. Alcune di queste, vicino a me, tenevano in mano il programma dello spettacolo, e lo leggevano forte, compitando, masticando quelle misteriose parole: Il mausoleo d'Artemisia, gli orti pensili di Babilonia, con un viso di divote che sentissero nominare un miracoloso santuario sconosciuto. Intesi un operaio, che aveva un po' d'accollo, dire in accento di trionfo ai vicini, mostrando un suo ragazzetto con la medaglia delle scuole municipali: — Questo non paga. I premiati hanno diritto. Ah, quei Lupi, che uomini! — Da ogni parte, girando fra la folla, sentivo commentare il programma, predir maraviglie della rappresentazione e decantar la “compagnia„. C'erano ragazzi che saltavano dalla gioia, che strepitavano dall'impazienza, che si cacciavano fra le gambe alla gente come cani, e si facevan largo a gomitate e a capate; e n'arrivavano altri continuamente, precedendo di corsa le loro famiglie, ansanti e col viso rosso; e al veder la porta affollata qualcuno si batteva il pugno sulla fronte in atto di disperazione. A un certo punto arrivarono i musicanti che, dopo aver tentato invano di aprirsi il passo, ritornando indietro per entrar dalla piazza Carlina, si soffermarono intorno a un signore alto, in giacchetta e cappello alla calabrese, fermo a una cantonata. In quel punto un ragazzo accanto a me, accennando con la mano quel signore, esclamò con accento appassionato d'ammirazione e di riverenza: — È lui!... Luigi Lupi! — Fu quell'esclamazione che mi diede l'ultima spinta a scriver queste pagine.

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Dei Lupi era già marionettista il nonno, nato a Ferrara, che cominciò in qualità di garzone o, come si dice in linguaggio teatrale, di “personaggio„ d'un marionettista rinomato, il quale girava per le città del Piemonte e veniva ogni anno a “far la stagione di carnevale„ a Torino. Vennero per molti anni al Teatro Paesana, nel palazzo dei Conti di Paesana, in via della Consolata; poi il Lupi mise su teatro da sè, e seguitando a girare come il suo maestro, continuò a venire a Torino l'inverno, non più al Paesana, al San Martiniano, dove gli succedette il figliuolo Enrico. Era un piccolo teatro senza facciata, posto al crocicchio di due strade uggiose della vecchia Torino, e così si chiamava dalla vicina chiesetta di San Martiniano, che fu abbattuta quando s'aprì la nuova via Pietro Micca. Ricordo che vent'anni fa, abitando là accanto, sentivo ogni sera tardi la musica del ballo e qualche volta scoppi d'applausi e fucilate; ma senza badarci, perchè non ci attirano le marionette se non quando ci danno una immagine del mondo che non si conosce ancora o quando ci rappresentano la caricatura della vita di cui s'è fatto esperienza. Quel nome del compagno di martirio di San Processo fece per trent'anni battere il cuore di tutti i ragazzi torinesi d'ogni condizione: non credo che ci sia un mio concittadino della mia generazione a cui esso non desti un ricordo confuso di vivi desideri e di vivi piaceri, e che, passando davanti a quella casa e dando uno sguardo a quella porta, sormontata ora da un'insegna di tappezziere, non ci veda riflessa come in uno specchio la sua immagine di fanciullo. In quel teatrino, che vide più volte nei suoi palchetti Ernesto Rossi, Virginia Marini e altri artisti celebri, dove recitò un prologo col capo nelle “nuvole„ Leopoldo Marenco, e di cui furono frequentatori, nella fanciullezza, la principessa Margherita e il duca di Genova, vennero su i due figliuoli di Enrico Lupi, ora proprietari e direttori; i quali, prevedendo che quella casa sarebbe caduta prima o poi sotto il piccone del conte di Sambuy, ne sloggiarono nel 1884, e, comperato il D'Angennes, un tempo primo teatro della commedia dopo il Carignano, andarono a installare il Gianduja e Giacometta dove avevano recitato Gustavo Modena e Adelaide Ristori. Ebbero per un pezzo un rivale formidabile nel Teatro Gianduja, fondato e diretto da un marionettista argutissimo, Giambattista Sales, che fu il primo a metter sulla scena la maschera di quel nome, e con questo sostennero una lotta accanita, tirando a superarlo nella varietà e nella ricchezza degli spettacoli; ma con la morte del Sales il Gianduja decadde e, dopo aver tentato inutilmente di rialzarsi con la rappresentazione d'opere liriche, nel 1865 scomparve. D'allora in poi, ossia da circa trent'anni, i Lupi non hanno più rivali a Torino, e poichè nessuna delle altre buone “compagnie„ italiane, essendo tutte girovaghe, può disporre di un copioso e vario materiale di scena com'è quello che essi possedono, si può dire che non hanno più emuli neppure in Italia.

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Il primo e più forte impulso al perfezionamento del piccolo teatro lo diede il padre Enrico, che fu uomo singolare per vivacità d'ingegno e vigore di volontà, non fornito di coltura scolastica, ma ricco di cognizioni d'ogni ordine acquistate leggendo avidamente ogni specie di libri, studiando gli uomini e la vita in tutte le classi sociali, intervenendo, anche vecchio, a conferenze, a riunioni pubbliche, a lezioni universitarie, e bazzicando pubblicisti, artisti, professori, con lo spirito sempre inteso all'osservazione e pronto a trar partito d'ogni cosa. I suoi due figliuoli ereditarono tutte le sue facoltà. Hanno nome Luigi tutt'e due e si firmano Luigi I e Luigi II, come due monarchi, padre e figliuolo, regnanti a un tempo. Sono, come i fratelli Goncourt, due lavoratori intellettuali associati, fra cui esiste un accordo perfetto. Ciascuno, peraltro, ha attribuzioni sue proprie. Il maggiore cerca i soggetti, compone, traduce, riduce, dirige l'andamento del teatro; l'altro provvede alla messa in scena, alla fattura dei personaggi, ai vestiari, a tutti i particolari della rappresentazione. Il primo, che ha passato la cinquantina, è il più originale della coppia. Uno dei caratteri più notevoli della sua originalità è di essere da trentaquattro anni impiegato nell'ufficio di polizia del municipio di Torino. È un uomo d'alta statura, di testa grossa e di membra robuste, che, visto una volta, non si dimentica più: la fronte ostinata, il naso audace, la bocca comica, gli occhi vivi e risoluti d'un uomo immaginoso e operoso, il collo e la voce ingrossati dall'esercizio della recitazione a voce forzata, gli atteggiamenti e i modi d'un artista. E d'artista ha pure il linguaggio scolpito e colorito, e correttamente italiano, come il suo modo di scrivere; ma attraente più che altro per la passione che lo scalda quand'egli discorre delle cose sue. A sentirlo parlare delle vicende corse dalla sua compagnia, ch'egli portò a Napoli, a Montevideo, a Buenos Aires, delle rappresentazioni che andava a dare con suo padre al castello di Moncalieri per il piccolo principe Oddone e per la principessa Maria Pia, dei viaggi ch'egli fece a Londra, a Parigi, a Chicago, a Vienna, a Berlino, in Danimarca per studiare i progressi della sua arte e osservare le grandi Esposizioni che voleva riprodurre sul suo teatro; ma sopra tutto a udirlo giudicare, dal lato dell'opportunità e dell'adattamento alle sue scene, le grandi opere drammatiche e liriche e gli avvenimenti politici e guerreschi d'ogni paese, ai quali egli tien dietro con attenzione assidua spiando ai quattro canti dell'orizzonte ogni fatto o personaggio o questione “teatrabile„ pare d'aver dinanzi un grande impresario autore attore e direttore d'una grande compagnia di prosa, di canto e di ballo, che pensi e lavori per il gran pubblico, e si riman poi maravigliati, girando lo sguardo intorno, di veder appesi alle pareti degli artisti di legno. E non si può disconoscere che nel cogliere i punti culminanti d'un periodo storico o della vita d'un uomo avventuroso e famoso, nell'intrecciare a qualunque soggetto i piccoli casi della sua marionetta protagonista, nella scelta delle situazioni drammatiche e dei quadri finali, ed anche nella condotta dei dialoghi appassionati ed arguti, e in special modo nelle “riviste„ egli dia prova di facoltà teatrali singolarissime; fra le quali primeggia una immaginazione ardente, temeraria, diabolica, ma sempre corretta, — se questo participio si può congiungere a quegli aggettivi, — da un buon senso raro, che anche nelle sue corse più stravaganti la tien legata per un filo sottilissimo a un sano intento morale e a un severo rispetto della decenza.

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Domanderete di che si componga il suo repertorio.

È una domanda che sgomenta. Per rispondervi dovrei scrivere un volume. È un repertorio che, fra drammi, commedie, farse, riviste, balli e fantasie, abbraccia in tempo e in spazio l'universo; va dal diluvio universale all'assedio di Makallè, comprende la mitologia, la storia patria e la cronaca cittadina, si stende dalla China alla California, dalla Cafreria alla Groenlandia, dalle regioni dell'etere agli abissi dell'oceano, dai cerchi del paradiso alle bolge dell'inferno. C'entrano le vecchie commedie dell'arte, drammi raffazzonati di tutte le letterature, i balli del Pratesi e del Manzotti, le opere del Meyerbeer e del Verdi, tutti i fasti militari della nazione dalla battaglia di Goito alla occupazione di Roma, tutti i congressi, i terremoti, le epidemie, le inondazioni, le incoronazioni, le esposizioni, le grandi scoperte che si succedettero sulla faccia dei due continenti negli ultimi cinquant'anni. Tutti i sovrani, tutti i grandi statisti e generali ed eroi, tutti gli italiani celebri in qualunque campo e per qualsiasi fatto, dal 1821 ai nostri giorni, passarono su quel palcoscenico, non di nome soltanto, ma nella loro effigie, scolpiti apposta, con rassomiglianza mirabile, vestiti come vestivano, riprodotti perfino, quanto era possibile, nei gesti e nella voce, presentati negli atti più importanti della loro vita pubblica e nei particolari più noti della loro vita privata. Il teatro dei Lupi rispecchiò tutta quanta la nostra nuova vita nazionale. Gianduia arrischiò il carcere quando la parola non era libera, sfidò le polizie, preconizzò la rivoluzione, congiurò, fu tribuno, soffiò negli entusiasmi, glorificò i martiri, celebrò le vittorie, pianse sulle sventure patrie, vendicò le vittime illustri dell'ingiustizia dei governi e dei popoli. Con un tal repertorio, pensate al cumulo dei copioni che debbono dormire nei suoi magazzini: s'avvicinano al migliaio. E per rappresentare tutta questa roba immaginate quello che deve aver visto quel palco di vestiari di tutte le fogge, d'armi di tutte le forme, d'edifizi mobili di tutte le architetture, di onde e di rocce, di piante e di ponti, di treni e di troni, di animali da tiro, da corsa e da soma, domestici e selvatici, asiatici ed europei, immaginari e reali, dall'asino e dal bue di Betlemme ai cammelli della colonia Eritrea, dal cerbero della Divina Commedia ai draghi del Celeste Impero; figuratevi le sacca di polvere da schioppo e di Bengala, di licopodio e di magnesio che vi debbono essere state bruciate, e i miriagrammi di legno e di cartapesta che vi debbono esser passati in sembianza umana.

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Le teste, appunto. Voi certo non immaginate (nè io l'immaginavo) che le teste degli attori di legno possano dare ai fratelli Lupi assai più pensieri che non ne diano ai capocomici le teste degli attori in carne ed ossa. Ed è così, poichè essi vogliono una rassomiglianza perfetta nelle teste dei personaggi illustri, morti o vivi che siano, e in quelle di tutti gli altri una corrispondenza rigorosa della fisonomia col carattere; e non è cosa facile agli artisti il soddisfare a una tale esigenza attenendosi ad un tempo all'esagerazione dei lineamenti voluta dall'ottica teatrale, senza spinger neppure questa esagerazione oltre il limite d'una caricatura discreta. Vi furono in questo genere due scultori genovesi, i fratelli Pittaluga, morti da circa trenta anni, valenti tanto, che molte delle teste fatte da loro servono ancora di modello e son riprodotte, con poche modificazioni, in centinaia di esemplari. Ma altre moltissime debbono esser fatte d'immaginazione, e non riuscendo alla prima, rifatte, e fino a tre o quattro volte rimodellate in creta, prese nel gesso, gittate in cartapesta, colorite a olio, con cura e fatica infinita di chi le ordina e di chi le forma. E così negli scenari, dopo il vecchio Morgari, che fu insuperabile, son rari i pittori che ottengano gli effetti speciali voluti da certe rappresentazioni fantastiche d'un teatro di marionette. E per il vestiario e per tutto ciò che vi si connette è il medesimo: è difficile trovar lavoratori che abbiano l'abilità e il buon volere di far degli stivali minuscoli perfetti in ogni loro parte, delle scarpettine di signora lunghe quanto un dito, delle parrucche grandi come la mano, brizzolate, architettate, disordinate con arte, e una quantità innumerevole di piccoli oggetti, come parasoli, panierini, portafogli, valigette, attorno a cui le dita più agili e più delicate si stancano e s'impazientano. E ad ogni nuova produzione spettacolosa c'è un esercito d'attori, d'attrici, di comparse grandi e piccole da vestire, calzare, incappellare, armare e ingioiellare, secondo l'uso di vari tempi e paesi, consultando album di costumi, studiando quadri, facendo ricerche di figurini, utilizzando vestiari smessi; di modo che non bastano all'opera la signora Lupi e le sue figliuole, e vi s'aggiungono modiste e crestaine e stiratrici, e qualche volta per un solo spettacolo dura il lavoro per un mese intero. Durante il quale è bellissimo a vedere il laboratorio, dov'è uno sfoggio di manti regali, di strascichi di dame, di sottanine di danzatrici, di divise di guerrieri, una profusione di piccole cose strane, graziose e pompose, un barbaglio di colori e di splendori, da impazzirci un collegio di bambine e uno sciame di gazze.