Stetti ascoltando un po' quel canto di bambini che mi fa ogni volta lo stesso effetto quasi di stupore, come d'un canto che venga di lontano, di fra le nuvole, da creature in cui rimanga la memoria, ma non più il senso delle passioni umane, e che sempre mi si traduce agli occhi nell'immagine d'un'alba limpida che imbianca una terra sconosciuta....

Poi andai intorno per osservare ad una ad una quella messe di teste che, al primo sguardo, m'eran parse tutte compagne. Ah quando si dice: il tipo regionale! In ogni folla di bambini è rappresentata l'umanità intera. C'erano là teste di siciliani, di sardi, di tedeschi, di russi, d'inglesi, di giapponesi, d'indiani; e più di piemontesi, certo; ma chi le avrebbe riconosciute a Milano? E là pure, come in tutti gli asili infantili, non c'era viso che non portasse qualche segno della lotta quotidiana con gli uomini, con gli animali e con le cose: tracce di graffiature umane o feline, lividi, ammaccature, scottature, gonfietti, come se li avessero marcati a uno a uno per riconoscerli. E così quelle voci, che parevan tutte eguali nel canto, come suonarono diverse quando la direttrice fece alzare l'uno dopo l'altro a dire i numeri! Fu come far correre la mano sopra una tastiera: una rapida manifestazione d'animi e di temperamenti fisici distinti, che alla mia fantasia trasformava istantaneamente quei bimbi negli uomini e nelle donne avvenire, sospinti da mille disparate passioni per mille vie dolorose a diversi destini, da cui rifuggiva il pensiero spaurito.

II.

Era l'ora della ricreazione: tutti s'alzarono e si sparsero per il camerone aspettando che smettesse di piovere per andar nel giardino.

Allora cominciai a fare qualche “conoscenza„.

Il primo fu un bimbo di poco più di cinque anni, figliolo d'un gasista, un faccione pacato e serio di bimbo precoce che pensi agli affari di casa. — Questo — mi disse una maestra — lo chiamammo il papà. — Era un originale amabile, che aveva l'istinto della protezione dei piccoli e del mantenimento dell'ordine pubblico. Quando un bambino piangeva egli andava a consolarlo e ad asciugargli le lacrime strofinandogli il viso con la sua pezzuola, che non sempre glielo puliva; denunciava alle maestre i torti fatti a questo o a quello; quando nasceva una lite, si cercava sempre lui come paciere. Ma il curioso, mi dissero, era la gravità con cui compiva il suo ufficio, senz'alcuna dimostrazione di tenerezza, consolando con buone ragioni, esortando con un certo frasario pedagogico. Quando qualcuno l'andava avvertire che c'era in qualche parte una vittima, egli diceva gravemente: — Vado mi — e s'avviava col passo e con l'aria d'una guardia civica chiamata a far rispettare la legge.

Mentre facevo i miei complimenti a questo brav'uomo me ne indicarono un altro che passava, un musetto di topo, con due piccoli occhi scintillanti e una bocca aguzza di ghiottone. — Questa è la gola più lunga della compagnia — mi dissero — e uno scroccone di prima forza, che si sfrega sempre intorno a quelli che hanno qualche cosa di buono nel panierino. Quando lo vediamo seduto accanto a un altro bimbo, non c'è da sbagliare: è certo che questo ha un boccone scelto. I ben provvisti egli li conosce tutti, li trova al fiuto, e non bazzica che con loro. Non può immaginare con che costanza li seguita, con che arte li loda, li liscia e li serve, con che fine garbo di cortigiano riesce a farsi dare la ghiottoneria su cui ha messo gli occhi, e con che trovate astute, qualche volta, a pigliarsela. È capace di “lavorare„ il suo uomo per una intera mattinata. Guardi: ora par cucito a quel bambino col vestito verde: è sicuro che quello gli confidò d'aver nel panierino qualche cosa di prelibato. — Infatti, una maestra ci andò a guardare e ritornò dicendo: — Un pacchetto di zucchero biondo. Aspetti, e lo vedrà all'opera all'ora della colazione.

Quello che mi mostrarono dopo era uno dei bambini più strani ch'io abbia mai conosciuto. Mi parve di vedere un uomo di quarant'anni rimpicciolito: tutto faccia e pancia; un viso di buffone accorto, che nel ridere strizzava un'occhio, e torceva la bocca da una parte, corrugandosi tutto in un modo così lepido, con uno sguardo così astutamente e comicamente canzonatorio, che quando mi fissò restai lì stupito, sospettando che si burlasse di me. In verità se m'avesse detto a chiare note: — Tal dei tali, ti conosco e non ti piglio sul serio, — non mi avrebbe fatto una più strana impressione; tanto che arrestai la mano già stesa a fargli una carezza e non mi riuscì di dirgli una parola, parendomi che m'avrebbe risposto con una ghignata. Mi fece l'effetto d'un nano burlone confuso per sbaglio con dei bambini. E seguitava a guardarmi sorridendo a quel modo come se gli paressi il frontespizio più buffo del mondo. Un caso singolarissimo, — più apparente che reale, voglio credere, — di precocità di senso critico e di malizia beffarda.

III.

Con troppa presunzione mi volli provare ad argomentar dall'aspetto d'alcuni le facoltà intellettuali e il carattere. Vedendo una bambina con gli occhi neri e pieni di vita e di fisonomia mobilissima, espressi a una maestra la mia ammirazione per la sua bellezza, e stavo per soggiungere: — dev'essere intelligentissima — quando essa m'interruppe: — sì, è una bella bimba; ma non capisce nulla. — Pensai che sbagliasse; ma confermò. Proprio, la più dura di mente, forse, di tutto l'asilo; anche nel parlare era addietro d'un anno da tutte le sue coetanee; una lanternina graziosa, ma senza moccolo. Ed io registrai il mio primo granchio.