Fu una sera di quell'anno stesso che il mio buon padre, sempre inconsapevole della corda, mi condusse la prima volta al teatro, dove una povera compagnia drammatica rappresentava il Tartufo del Molière. Prevengo la disapprovazione degli scrupolosi: la commedia non appannò nemmeno la mia purità infantile, perchè non ne capii il bellissimo nulla. Una sola frase richiamò la mia attenzione. Quando Tartufo, torcendo il collo e giungendo le mani, disse alla signora: — Voi avete certe armi! — tutto il teatro diede in una risata, della quale non compresi il perchè, non vedendo indosso all'attrice nè pugnali nè pistole. E domandai a mio padre: — Quali sono queste armi? — Egli sorrise, passandosi una mano sui baffi, e dopo una breve esitazione rispose: — Per armi, in questo caso, s'intende la bellezza, la grazia.... i modi gentili.... — Ne capii poco più di prima. Ma per me furono uno spettacolo incantevole la sala, il triplice ordine dei palchi, il lampadario, i lumi della ribalta, e soprattutto il telone dipinto, che rappresentava una rivolta di popolo contro un feudatario del medioevo: la commedia non mi parve che un accessorio di quelle maraviglie. E all'uscita feci rider mio padre esclamando con entusiasmo: — Ah, quanto mi son divertito! — Buon padre mio! Anche privando sè di molte cose, egli ci procurava ogni specie di divertimenti, e quando mia madre gli faceva qualche osservazione sulla spesa, le soleva rispondere: — Eh, poveri figliuoli; abbelliamo loro la vita quanto ci è possibile; chi sa mai quale sarà il loro avvenire? Avranno almeno un caro ricordo dei loro primi anni.

Ma per tutto quell'anno ogni piacere che dovetti a mio padre mi fu sempre turbato dall'immagine di quel povero gatto, il quale mi aveva distolto, morendo, dalla via della violenza e del sangue.

Qui, quae, quod.

Non avevo ancora otto anni quando fui messo al latino, nelle scuole pubbliche, in Prima Grammatica, come si chiamava allora il primo corso di Ginnasio. Troppo presto. Vengano a discorrere con me i padri che hanno la smania di far correre le scuole ai figliuoli come si corre il palio, come se la loro buona riuscita nel mondo non dipendesse da una infinità di casi intimi ed esteriori, tutti imprevedibili; appetto ai quali il dubbio vantaggio di finire i primi studi un anno o due avanti gli altri non conta il minimo che. Questa smania non aveva già mio padre, che volle far soltanto un esperimento; ma l'esperimento, benchè non subito, fallì; e non senza mio danno, perchè quel “troppo presto„ mi fece un martirio inutile di quei tre primi anni di latinità, che pure erano allora meno difficili d'adesso.

Mi fece l'effetto d'una caserma, quando c'entrai la prima volta, quella grande scuola affollata di ragazzi, molti dei quali avevano tre o quattro anni più di me, e mi parevano uomini, e mi destò un senso di reverenza paurosa quella cattedra enorme, della forma d'un pulpito, che torreggiava sopra i banchi come un castello feudale sopra le casipole d'un villaggio. Il professore, un uomo sulla quarantina, di viso aristocratico e grave, sempre insaccato in una gran palandrana oscura, che pareva un prete spretato, ci faceva dire le preghiere in coro al principio e alla fine d'ogni lezione, e benchè vigesse da sei anni lo Statuto, fra una declinazione e l'altra, picchiava spesso e sodo; ma egli pure, come il mio primo maestro, più volentieri sui panni rozzi che sui panni fini. Salvo questa parzialità delle mani, era un buon diavolo, e insegnava con buon metodo; ma non era in suo potere di far digerire il latino a uno stomaco di sette anni e mezzo. Di tutto quell'anno m'è rimasta una memoria confusa di fatiche ingrate, di sogni affannosi e di pianti. Il solo ricordo lieto è quello del giorno onomastico del professore, che si soleva festeggiare allora, in tutte le scuole inferiori, con un regalo collettivo, per il quale la scolaresca si dava moto quindici giorni avanti. Il regalo fu fatto quell'anno in un modo comicissimo, che mette conto d'accennare, per dare un'idea degli usi scolareschi del tempo. Si mise trenta soldi ciascuno, e si comprò un pan di Spagna, non so quante bottiglie di vin di Barolo, e un gran mazzo di fiori. Nell'ultima adunanza che si tenne per la strada, il collettore generale, figliuolo d'un oste, ci annunziò che avanzavano della somma otto soldi. Che cosa farne? I pareri furon diversi, si discusse: fu infine accolta a unanimità l'idea luminosa d'un piccolo droghiere, sempre carico di pensi, il quale, rammentandosi che il professore aveva da quindici giorni la tosse, propose di coronare il regalo con otto soldi di gomma arabica. E come fu portata la roba! Coram populo, di pieno giorno, come il Santo Sacramento, da tutta la compagnia: il pan di Spagna, scoperto, alla testa, portato dal più alto della classe; poi uno col mazzo, tenuto su come un flabello papale; poi altri otto o dieci, ciascuno con una bottiglia in mano; infine, il latore della gomma, e dietro di lui una processione rumorosa, che percorse le vie principali, in mezzo alla gente che si soffermava a guardare e diceva a voce alta: — Sono gli scolari di Prima Grammatica che portano la festa al professore tal dei tali. — Un ludibrio! Ora si fanno le cose con più discrezione, individualmente, e da certuni soltanto, e dai padri invece che dai figliuoli, e invece di gomma arabica si dà dell'unto nazionale. Ma il meglio l'ho ancor da dire: la scena della presentazione fu assai più amena. Era presente la signora. Tutto era già stato offerto, il professore aveva già fatto il suo discorsetto, esortandoci a dimostrargli il nostro amore con lo studio invece che col vin di Barolo, e stavamo per andarcene, quando il “gommifero„ che s'era dimenticato di fare il suo presente, si fece innanzi, e porgendo il pacco come avrebbe porto le chiavi d'una città, disse solennemente: — Signor professore, c'è ancora questo! — e poichè quegli non capiva, soggiunse con tutta serietà: — Per la sua tosse, signor professore! — Giornata felice! Dopo la quale ricordo che per alcuni giorni suonò più mite il latino e fu sospesa la distribuzione delle pacche. Ma ci vuol altro che pan di Spagna. La settimana dopo il qui quae quod riprese tutta l'asprezza dell'antico impero, ricominciarono a grandinare i pensi e le briscole, e anche il piccolo droghiere dovette riconoscere che non serve la gomma arabica a mutar l'andamento delle cose umane.

I bersaglieri.

Dalla grammatica latina mi distrasse violentemente una passione, che ebbe un effetto notevole nella mia vita, poichè si effuse quattordici anni dopo in un libro, il quale fu la prima mossa del viaggio che finisce forse con queste pagine: la passione per i soldati. O a dir meglio: per i bersaglieri, che erano il solo presidio della città; chè se ci fosse stata invece fanteria di linea, son certo che quella passione sarebbe stata assai men forte, avendo principalmente giovato a farla nascere, insieme con lo spirito guerresco del tempo e con la mia natura disposta all'affetto, la bellezza della divisa, la sveltezza degli esercizi e la prestanza personale dei “figliuoli di Alessandro La Marmora„. Fu una passione quale credo non sia stata mai più ardente in alcun ragazzo di quegli anni, neanche in quelli che erano per indole assai più fortemente inclinati di me alla vita militare: una vera frenesia, che non valsero a frenare nè esortazioni, nè rimproveri, nè danni. In tutti i giorni di vacanza, e anche negli altri, avanti e dopo le lezioni, io scappavo di casa a tutte le ore per correr dietro ai pennacchi in piazza d'armi, al bersaglio, alla ginnastica, e fin nelle marcie in campagna, allontanandomi di parecchie miglia, anche sotto la pioggia, dalla città, dove ritornavo in uno stato da impietosire i sassi. Quando sentivo suonare quelle maledette trombe sotto casa mia, non c'era più forza che mi tenesse; mi sarei calato con una fune dalle finestre, se m'avessero chiuso la porta; e tiravo via come mi trovavo, lasciando lì merenda e latino, senza cappello e senza cravatta, qualche volta in maniche di camicia, come un ladruncolo inseguito. Imparai presto a quel modo, e perfettamente, il maneggio teorico delle armi, i segnali delle trombe, l'orario, tutti i particolari della vita di quartiere, e conobbi la maggior parte dei sergenti e dei caporali della guarnigione, molti dei quali mi conoscevano e mi salutavano, chiamandomi per nome, come un cagnolino familiare. E non ero un semplice dilettante, che si contentasse di guardare: negli intervalli di riposo, in piazza d'armi e al tiro a segno, mi ficcavo tra i crocchi per sentire i discorsi e rendere dei piccoli servizi: andavo ad attinger acqua nelle gamelle o a comprar per l'uno o per l'altro un soldo d'uva o di castagne, porgevo i cappelli e gli zaini e aiutavo a spolverar le mantelline, e m'era un gran compenso il permesso che mi davano di lisciar con le mani i pennacchi o di piantar le carabine in terra per lo sperone che avevano allora infisso nel calcio. Ripensando a quel tempo, non ho che a chiuder gli occhi e a raccogliermi, e sento veramente, come se lo aspirassi, l'odor di cuoio dei centurini e delle uose, e quello delle cartucce rotte e del fumo delle schioppettate, e fino i vapori caldi della zuppa che venivano su dalle cucine della caserma. A vedermi vestito com'ero spesso, tutto impolverato e col capo nudo, molti bersaglieri mi pigliavano per un cialtroncello scappato dall'officina o dalla bottega, e quando dicevo chi era mio padre, ridevano della celia, dicendosi fra loro che per la mia età avevo già una bella disinvoltura a piantar carote. Ma io ero tanto infatuato dell'“arma„ che non m'avevo per male neppur delle beffe; e poi dalla più parte, dai soldati in special modo, non avevo che dimostrazioni di simpatia, che m'intenerivano. Di quanti ricordo ancora il viso, la voce, le diverse pronuncie dialettali, e gl'intercalari del discorso, e persino l'andatura! E ricordo pure che in quelle mie corse al suon delle trombe e davanti allo spettacolo degli esercizi di battaglione la mia immaginazione era in continuo lavorio febbrile, tutto visioni di accampamenti e di battaglie e d'avventure guerresche d'ogni specie, nelle quali mettevo in azione, sempre vincitori ed eroici, i miei soldati prediletti. Fu così viva quella passione che oggi ancora la campagna circostante alla città e le rive dei due corsi d'acqua che la fiancheggiano e tutte le strade che vi fanno capo mi si presentano sempre alla mente picchiettate di nero dalle divise e d'argento dalle baionette dei bersaglieri.

Anche una gran parte degli ufficiali conoscevo di viso e di nome, e ho ancora presente l'immagine giovanile di molti di essi, allora subalterni, che raggiunsero poi i più alti gradi, o morirono in Crimea, a San Martino, a Custoza, o combattendo contro i briganti. Ricordo un grande aiutante maggiore, dal viso fiero, che io guardavo sempre con timida curiosità, perchè si diceva che mettesse i ferri a sua moglie, per punizione, ed era vero; il famoso tenente negro, Amatore; il figliuolo di Sebastiano Tecchio, allora sottotenente, ancora imberbe, che pareva un ragazzo, e faceva girar molte teste infiorate; il tenente Franchini che, quando fu maggiore, nel 1861, arrestò e fece fucilare il famigerato Borjes; il capitano Pallavicini, quello che poi, colonnello, arrestò Garibaldi a Aspromonte, e che io vidi una mattina, andando a scuola, mentre lo portavano in carrozza, gravemente ferito al ventre in un duello, all'ospedale militare; dove riseppi dai soldati il giorno dopo che, nell'atto che gli cucivano la ferita, aveva detto sorridendo: — Oh diavolo! Non avrei mai pensato di dover vedere il colore delle mie budella! —; e molti altri. Ma fino a questi personaggi non s'alzarono le mie relazioni, nè sognavo neppure tanto onore; poichè un ufficiale dei bersaglieri mi pareva un nume. Il mio affetto era tutto per la bassa forza, come allora si diceva, ed era così pieno di poesia e di rispetto, e così ingenuo, che quando i giorni di festa, passando davanti a certi vicoli, in cui non entravano le donne oneste, vedevo qualcuno dei miei amici piumati in cattiva compagnia, ne provavo un senso penoso, un misto d'accoramento e di vergogna, che mi lasciava poi per un pezzo scontento, come per la perdita d'una cara illusione.

Il caporale Martinotti.

Fra le molte simpatie trovai un'amicizia, che è rimasta uno dei più cari ricordi della mia fanciullezza. Era un caporale trombettiere, nativo di Mortara, se non sbaglio; un giovanotto di statura media, robusto e svelto, un vero tipo di bersagliere, di viso fermo e serio; ma pieno di bontà, e di modi semplici e amabili; che si chiamava Martinotti. Prese simpatia per me a forza di vedermi galoppare, con la lingua fuori, davanti alla sua tromba. Stringemmo relazione in piazza d'armi. Poi cominciammo a passeggiare insieme nelle ore ch'egli era libero, intorno a casa mia. Egli mi trattava come un uomo; il che m'inorgogliva, e rincalzava il mio affetto di gratitudine. Mi parlava della sua famiglia, del servizio e dei superiori, mi raccontava la cronaca del quartiere, con molti particolari e con grande gravità, e io lo stavo a sentire con un raccoglimento di divoto. In casa non discorrevo più che del caporale Martinotti, che i miei fratelli chiamavano “il generale„ per canzonarmi. Egli voleva che gli dessi del tu; ma non ebbi mai tanto ardimento. Farmi veder per la strada accanto a lui era un trionfo per me, e quando mi conduceva al caffè a bere la gazosa, andavo in gloria: non mi sarei insuperbito di più se mi ci avesse condotto il conte di Cavour. Mi chiamava col nome di battesimo, ma scorciato, perchè gli pareva, così com'è, troppo lungo, e di pronuncia difficile: mi diceva Mondo o Mondino. Un giorno mi regalò un paio dei suoi galloni smessi, di lana gialla: io li portai a casa come un tesoro, me li cucii da me alle maniche della giacchetta, e con quei galloni feci per molto tempo i miei lavori di latino, che era un latino da caporale, veramente. Arrivò a tal punto la mia adorazione per lui che imitavo la sua andatura e la sua pronuncia, e fischiavo dalla mattina alla sera le “marcie„ ch'egli faceva suonare più spesso ai suoi trombettieri. Non ricordo bene quanti mesi sia durata quella felicità. So che mi pareva che non avesse mai da finire, come se il Martinotti dovesse invecchiar caporale in quella città, per gl'interessi del mio cuore. Finì invece bruscamente.