Una sera, sull'imbrunire, all'ora della ritirata, incontrandomi sui bastioni, egli mi disse:

— Sai, Mondino, parto domani sera col battaglione. — E come io non capivo, soggiunse: — Vado in Crimea.

Da un pezzo sentivo parlare della guerra di Crimea; ma, non so come, non m'era mai passato per la mente che ci potesse andare anche lui. Non mi riuscì di pronunciar parola. Egli sorrise della mia commozione, guardandomi in aria compassionevole. E credette di consolarmi dicendomi: — Spero bene di scampare ai Russi. Non ci vorranno mica ammazzar tutti. E se scampo, è facile che ritorni qui. Su, Mondino, coraggio. Ci rivedremo.

Non potei trattener le lacrime. Egli mi guardò un poco, serio serio, e poi scappò di corsa, come se l'avesse chiamato all'improvviso la voce d'un superiore. Io tornai a casa col cuore stretto, e appena entrato, diedi a mia madre la gran notizia, rotta a mezzo da un singhiozzo: — Il caporale Martinotti.... va alla guerra!

— Povero giovane! — esclamò essa, e soggiunse subito, per confortarmi, che avrei fatto bene a andarlo a salutare alla stazione.

La sera del giorno dopo corsi alla stazione: non c'era nessuno. Il battaglione era partito la mattina.

E io rimasi là un pezzo a guardar con gli occhi pieni di lacrime le rotaie luccicanti sulle quali era fuggito il mio amico, inseguendolo con la fantasia fino al paese lontanissimo, pieno di terrori e di mistero, donde pensavo che non sarebbe tornato mai più.

La guerra di Crimea e i miei amici poveri.

La guerra di Crimea è il primo avvenimento pubblico di cui trovi qualche traccia nella mia memoria; ma son tracce così rare e sparse, che ne stupisco, considerando che avevo già allora quasi nove anni, e che le grandi cose delle quali sentivo parlare ogni giorno avrebbero dovuto lasciarmi impressioni assai più fitte e più vive. Di tutto quello che precedette la spedizione non ricordo altro che una frase: — Stiamo a vedere come si dispone l'Austria — detta in casa mia, a mio padre, dal direttore delle Poste, che rivedo seduto, com'era in quel punto, in un angolo della sala da desinare, con una gamba sull'altra, e un braccio ciondoloni dietro la spalliera della seggiola. Della partenza delle truppe, dopo quella del battaglione del caporale, non rammento che un episodio, che si riduce nell'immagine d'una giovine contadina; la quale, dall'alto dei bastioni, singhiozzando, col busto spinto innanzi e con le braccia tese in uno slancio disperato di dolore, gridava gli ultimi: — Ciao! Ciao! — al treno fuggente sul ponte lontano, dove si vedevano ancora ondeggiare fuor dei vagoni i pennacchi dei bersaglieri. Poi ricordo mia madre che, con la Gazzetta del Popolo fra le mani, interrompe a mezzo, soffocata dalla commozione, la lettura della descrizione dell'incendio del Croesus, salpato pochi dì avanti da Genova coi nostri soldati. Di tutto il tempo che durò la guerra non ho più altro nella memoria che una nebbia, in mezzo alla quale vedo una dozzina di ragazzi scamiciati, raggruppati in fondo al mio cortile, che cantano in coro una canzone guerresca: vedo la bocca squarciata e torta di uno di essi, che si chiamava Clemente, e che pronunciava Crinea in vece di Crimea, e ho ancora in mente una strofetta di quella canzone, da cui si può argomentare che non ci fosse allora in una parte del popolino un'idea molto chiara delle nostre alleanze, poichè diceva:

La caserma degl'Inglesi