— No, lascialo, — gli disse l'amico, trattenendogli la mano, — non sarebbe gentile.... E poi, ti sta bene. Ti dà l'aria d'un giovane socialista.
Il Mazzi fece un atto di dispetto; ma sorrise, e ritenne il fiore.
ADOLESCENTI
SUI BANCHI DEL GINNASIO (Frammento).
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Eran le otto e venti. Su nel grande corridoio, tutto tappezzato di carte geografiche e d'orari, non passeggiava più che il bidello, solo in mezzo a due lunghissime file di cappotti appesi alle pareti, che davano al ginnasio l'aspetto d'un'enorme rigatteria: solo e tronfio secondo il suo solito, come se portasse in corpo tutta la scienza che s'era insegnata da vent'anni nelle stanze affidate alla sua scopa.
A un tratto, udendo un passo risoluto dietro di sè, si voltò in tronco, e fece un saluto dignitoso al professore Carati che andava alla sua classe.
Arrivato all'uscio, il professore aperse con uno spintone i battenti, e in quattro passi impetuosi, come se pigliasse la rincorsa per un salto, salì sulla cattedra.
La scuola, — un'ampia stanza rischiarata da due finestroni, tutta bianca e nuda, fuorchè dalla parte della cattedra, dove pendevano alla parete un crocifisso e il ritratto del re, tra una grande lavagna e un planisferio, — era occupata da dieci banchi neri, divisi da una corsia, tutti pieni di alunni. In un banco a sinistra del professore c'erano quattro ragazze. Nei due penultimi spiccavano le uniformi orlate di rosso e luccicanti di bottoni metallici di dieci convittori del Vittorio Emanuele. Erano in tutto una cinquantina di scolari, cento occhi vivi, ridenti, petulanti, curiosi, paurosi, fissi negli occhi d'un solo.
Ma il professor Carati aveva dietro agli occhiali un par di pupille piccolissime e nerissime, che, quando le fissava in faccia a qualcuno, gli faceva sentir dentro lo sguardo acuminato e freddo come un succhiello. Quella mattina aveva l'occhio sinistro ammaccato da un librone cadutogli sul viso da uno scaffale alto della sua libreria. Era un ometto di media statura, con un naso ardito, con una bocca a taglio di rasoio, con certe mandibole rilevate come se ci avesse due noci tra pelle e pelle; piantato su due gambe d'acciaio sempre tese, che, quando era ritto, presentavan di profilo la forma di due archi rientranti inflessibili. Egli era venuto su fin da ragazzo per forza d'una volontà indomata, conquistando tutti i posti gratuiti dal Convitto Vittorio Emanuele al Collegio delle Province, ed era allora, oltre che professore al Ginnasio, libero docente all'Università e ufficiale di complemento degli Alpini: un vero Alpino delle lettere, fatto per le lunghe marce in salita, e per la lotta con le bufere. Come non aveva mai avuto indulgenza per sè, non ne aveva per gli altri. Trattava gli scolari come soldati d'una compagnia di disciplina; giusto, risoluto, e dopo che aveva deciso, inesorabile. Le sue punizioni erano fulmini senza tuoni e senza lampi. E in tutto agiva così a scatto di molla. Moveva delle domande improvvise che facean l'effetto di stoccate in pieno petto; diceva dei no, dei mai, dei via, che facevan trasaltare la scolaresca come lo scoppio d'un petardo. Per far sentire la forza del latino pronunziava certe frasi, una di Livio specialmente: exercitum fundit, fugatque; regem obtruncat et spoliat; duce ostium occiso urbem primo impetu capit, in modo che pareva di sentir scalpitare dei branchi di cavalli e cozzar delle spade. Diceva bocciare e bocciato con tante ci che ai paurosi degli esami metteva un brivido per le ossa. Vedeva tutto, indovinava ogni cosa; aveva un occhio di lince e un udito di gatto; si spiegava con grande chiarezza, senza una parola superflua; e, terminata la lezione con un taglio netto, andava via di volo, cacciando da sè interrogatori, adulatori, parenti, e in special modo le mamme appiccichine, come uno sciame di mosche. Aveva — come dicevano — il latino nero, — e trentadue anni.