Girato uno sguardo rapido sulla classe, sedette, fece raccogliere i lavori dai caposquadra, e, aperto il registro dei punti, chiamò a voce alta: — Votini! —
Alberto Votini, un bel ragazzo dal viso aristocratico, figliuolo d'un banchiere, s'alzò stentatamente, coi muscoli ancora indolenziti da una lunga corsa sul velocipede, e rimase piegato a mezzo, con le mani appoggiate al banco, come per iscomodarsi il meno possibile.
— La lezione, — disse il professore.
Eran quattro regole sull'uso dei casi.
Il Votini cominciò, si corresse, s'ingarbugliò, rimase in asso.
— Segga, — disse il professore. — Zero. Recidivo. Mi scriverà quaranta volte queste regole per posdomani.
Il ragazzo sedette, sorridendo da un angolo della bocca al suo vicino, per mostrare che s'infischiava del latino e dei suoi ministri.
— Annina Rosetti, — disse il professore.
Tutti gli alunni si voltarono con curiosità verso il banco delle ragazze per vedere se il professore avrebbe usato delle preferenze. E d'in fondo al banco s'alzò una ragazzina di undici anni, vestita a lutto, piccolina, con un viso gentile e timido, che si coprì di rossore. Capiron tutti che non era sicura del fatto suo.
La ragazza, infatti, espose con voce tremante, poco bene, le due prime regole, — tartagliò la terza, — storpiò la quarta.