Il professore disse con voce squillante, notando: — Tre. — Tutti i ragazzi si guardarono, scambiando un sorriso di approvazione: riconoscevan la giustizia. La ragazza sedette, con le lacrime agli occhi.

Interrogò altri tre: tutti risposero male: s'eran tutti fondati sull'esame bimensile, che non avrebbe lasciato al professore il tempo d'interrogare.

Il professore chiuse il registro con un colpo secco; poi, con un accento che faceva d'ogni parola una frustata, disse: — Poltroni: non avete vergogna a mangiare il pane dei vostri parenti? Voi, per le vostre famiglie, non siete che animali domestici; e ancora.... questi servono a qualche cosa. Vi dovreste coprir la faccia con le mani quando incontrate per la strada i ragazzi del popolo che lavorano dieci ore il giorno nelle officine. Voi dite: Gli uni lavorano, gli altri studiano. Ma voi non studiate. Che sacrifici fate voi da mettere in confronto con le loro fatiche? Voi convertite in una ingiustizia odiosa la superiorità di condizione sociale in cui vi ha messi la fortuna. La vostra poltroneria è un insulto alla fanciullezza povera che stenta e lavora. E osate parlar di patria nei vostri componimenti! La patria ha bisogno d'intelligenze colte e utili, e voi le preparate dei parassiti ignoranti. Non avete in corpo che un'ambizione miserabile. Ma, badate: cadrete nella mota a mezza via, e i valorosi vi passeranno sul ventre. Intanto, non sperate compassione in fin d'anno, nei giorni in cui i codardi piangono. Io vi schiaccierò. Scrivete.

E in mezzo a un silenzio profondo, dettò il tema d'esame: un passo di Cornelio da voltare in italiano e due periodi italiani da tradurre in latino.

Quasi tutti, secondo l'uso, invece di legger prima attentamente il passo da tradurre per veder di coglierne il senso generale, si buttaron subito sui vocabolari a cercar le parole della prima frase, anche quelle che sapevano. E per un pezzo non si sentì più nella scuola che il fruscìo dei libroni scartabellati.

La più tranquilla di tutti era Maria Bianchi, coi suoi lineamenti regolari di santina di frate Angelico, sui quali non si vedeva mai l'espressione d'uno sforzo intellettuale. Quando intoppava in una difficoltà, posava la penna, e, fissati gli occhi chiarissimi sulla finestra, cominciava a riflettere, a girare lentamente col pensiero intorno al punto difficile, come un ufficiale con lo sguardo attorno a una fortezza nemica; e se qualche rumore la scoteva, si voltava a guardare, stupita quasi che ci fossero altri che lei nella scuola. Vico Nelli, suo vicino di banco ed amico, la guardava tratto tratto, dal secondo banco di destra, pensando con invidia a quella mente pacata in cui tutte le idee si posavano pronte e nette come le immagini sur uno specchio; mentre lui, come gli diceva sua madre, capiva, è vero, e ricordava, ma tutto a mezzo, e aveva la testa piena di nozioni indeterminate e ondeggianti, come il linguaggio della musica, che studiava da due anni; e passandosi sulla fronte la mano larga e pallida, cercava di mettere in atto il consiglio di sua madre, la quale imparava il latino con lui: “non passar mai alla traduzione d'una proposizione secondaria senza esser certo d'aver tradotto bene la principale, per non correr pericolo di frantenderle tutte.„ E ripeteva tra sè: — vediamo; vediamo; — ma il motivo della fantasia dell'Alard, che il maestro di violino gli aveva data per lezione, non gli lasciava raccogliere le idee. Ma il più agitato di tutti era un certo Morelli, seduto all'altra estremità dello stesso banco, — figliuolo d'un impiegato del Registro, — timido per natura, e affetto per giunta d'una malattia particolare, tutta scolastica, che i medici hanno ancora da definire, — un terrore degli esami, degli studi, dei professori, di tutto quanto avesse relazione con la scuola, — terrore che gl'ingigantiva il concetto di tutte le difficoltà, che gli scompigliava in capo davanti alla cattedra la lezione saputa perfettamente fino a un minuto innanzi, che gli ottenebrava, gli sbarrava l'intelligenza, nel momento della prova, alla idea più semplice, alla domanda più chiara. Passato a stento dalla 1ª alla 2ª, era rimasto con lo spavento addosso del pericolo corso, come uno scampato a un eccidio, e a otto mesi di distanza gli opprimeva già l'anima il pensiero dei nuovi esami. Arrestato da una difficoltà fin dalla prima frase del tema, egli cominciava ad affannarsi, come sempre, sfogliando con mano concitata dizionari, Esercizi e grammatica, e lanciando da ogni parte delle occhiate di naufrago che invoca soccorso.

I due veri principi della classe, superbamente sicuri del fatto proprio, erano il Derossi e il Carpini, seduti alle estremità di due banchi vicini, in modo che la corsia soltanto li separava. Erano differentissimi fra di loro, sotto ogni aspetto. Il Derossi, figliuolo d'un ricco fabbricante di seta, biondo, bello e riboccante di vita, aveva un'intelligenza larga e brillante, riscaldata da un cuore d'artista, generoso e palpitante d'ambizione. Il Carpini, per contro, — figliuolo d'un ingegnere, — una figura secca, che mostrava più anni di quelli che aveva, con una testa piccola e fatta a punta, coperta di capelli neri appiccicati come se si fosse tuffato nell'acqua, con due occhi grigi e freddi, un po' loschi, nei quali non passava che a momenti un vivo balenìo, aveva un ingegno meno pronto e meno vasto, ma più fermo e più esatto di quello del Derossi. Ragazzo com'era, non aveva già altro in mente che la sua carriera d'ingegnere: contava già sulle dita ogni giorno gli anni del ginnasio, del liceo, dell'Università e del Valentino, meditando dei salti e delle scorciatoie; e non gli premeva tanto di levarsi in alto quanto d'arrivar lontano, e il più presto che avesse potuto. Trattava già i suoi compagni come concorrenti; non aiutava nessuno; non amava nessuno; avrebbe, potendo, rubato le frasi latine e le regole al cervello dei suoi colleghi, non tanto per arricchir sè quanto per spogliar loro; combatteva già, senza scrupoli, la lotta per la vita, con un intuito precoce delle durezze del mondo, e con la coscienza sicura che nella società egli sarebbe stato coi lupi e non fra gli agnelli. Fin dai primi giorni la scolaresca aveva messo lui e il Derossi l'uno di fronte all'altro, come due campioni che si sarebbero disputati la primazia; ed essi, indovinatisi a vicenda, non s'erano ancora scambiati una parola in due mesi, benchè due volte la settimana si trovassero insieme a tirar di scherma nella sala del maestro Gandolfi, dove andava pure il Votini. Ma il Carpini, che all'ammirazione dei compagni non teneva gran fatto, non si appassionava punto in quella specie di rivalità pubblica; mentre l'altro, caldo di natura, abituato a primeggiare e un po' gonfiato da sua madre, era gelosissimo, e si preparava a combattere con tutte le forze. Questo si vedeva benissimo dal loro contegno, quella mattina. Il Carpini lavorava quieto e raccolto; il Derossi era eccitato e, scrivendo, sbirciava a ogni poco il vicino, con un sorriso nel quale già si riconosceva il difetto che gli andava crescendo nell'anima da un anno: la vanagloria.

Accanto al Carpini c'era un povero ragazzo di nome Pitto, passato dalla 1ª alla 2ª per un miracolo di cui era ancora stupefatto, — piccolo, — lo zimbello della scuola, — una di quelle povere creature assolutamente inette agli studi, — le quali dicono e scrivono gli spropositi enormi che passano in tradizione — che imparan la lezione senza intenderla e traducono a caso — vittime innocenti della scuola, instupidite e schiacciate ogni giorno di più dalle difficoltà che s'accumulano, e come perduti in un caos tenebroso di idee e di parole, in cui vanno brancolando alla cieca fin che un professore abbia l'onesto coraggio di consigliare i loro parenti a liberarli da quel supplizio inumano. Il povero ragazzo, che s'era impuntato alla prima parola, domandava tratto tratto una spiegazione al Carpini, il quale gli rispondeva in fretta, senza curarsi d'essere inteso; e quegli, rimasto al buio come prima, guardava per aria, con l'espressione rassegnata e indifferente d'uno assuefatto a quegli impicci, e che non spera nè teme più nulla. Ogni tanto, mosso a compassione, gli suggeriva una parola o una frase un convittore, che stava nel banco dietro al suo.

Costui, di nome Borzini, era il bello spirito della classe, uno dei diavoli più indiavolati del Vittorio Emanuele, che aveva sempre qualche ammaccatura, o lividura, o gonfio, o graffio, o una mano o la testa fasciata, in conseguenza di pugilati o di cadute che gli fruttava la ginnastica temeraria e matta a cui s'abbandonava durante le ricreazioni. Il suo ideale era di diventare ufficiale d'artiglieria. Caricaturista, imitatore di voci e di gesti, motteggiatore terribile, — studiava poco; ma con certe sue furberie e industrie, che gli giovavano molto; e aveva una grande immaginazione sregolata, che gli faceva tirar giù dei componimenti interminabili, pieni di scorrezioni e di idee e frasi originali, per lo più comiche; e una memoria maravigliosa, ma non sorretta dalla riflessione; nella quale, come in un magazzino di strada ferrata, entrava affollatamente una gran quantità di roba da una porta per uscir quasi subito dall'altra. Un'ora dopo la dettatura del tema, egli non aveva ancora tradotto che una frase: stava facendo la caricatura d'un certo Pantone, suo compagno, il quale ripeteva la 2ª dopo aver ripetuta la 1ª ginnasio e la 4ª elementare: e lo rappresentava vecchio come l'alleluia, ancora alunno della 5ª ginnasiale, che accompagnava a scuola i suoi figliuoli, già liceisti.

Questo Pantone, seduto nell'ultimo banco in mezzo agli altri ripetenti, era il più attempato della classe: un ragazzone sonnolento e molle, che incretiniva lentamente e dolcemente, rattrappito dentro a una scorza d'indifferenza così spessa, che nessun rimprovero di professore o di parente arrivava neppur più a passargli la prima pelle. Vorace come un bufalo, egli si consolava di qualunque più clamorosa “topica„ con la idea d'una data pietanza o minestra che avrebbe mangiato la sera, o con la gioia infantile di poter aggiungere un oggetto nuovo a una sua strana collezione, composta di pelli di topo, di bottelli di scatole di Liebig, di caratteri tipografici, di calamite, di prismi di vetro, di carte asciuganti di tutti i colori, che non usava, e che serbava pulitissime. Egli se ne stava lì inerte, con la schiena arrotondata, come un grosso gatto infingardo, intento alla sua ricreazione prediletta di sforacchiarsi con la punta d'una penna la pelle della mano, che s'era ridotta come la mano d'un crocifisso; e aspettava le dieci per risolversi a copiare il lavoro da un altro.