Un altro bel personaggio era un ragazzo di nome Fossotto, seduto in fondo al primo banco di sinistra, vicino all'uscio; un tipo rozzo e sano di montanaro, ruzzolato giù da un villaggio di Val Vermenagna, dove stava suo padre, capomastro, che aveva rammucchiato qualche migliaio di lire e voleva far del figliuolo “un uomo di scienza„ mentre questi, invece, aveva per aspirazione suprema di essere un giorno impiegato postale del “servizio mobile„ e ciò per aver visto una volta, durante una fermata di treni, l'interno d'un vagone-posta, con l'impiegato dentro, che scriveva e fumava. Era un testone ben costrutto, un piccolo studente posato, che rivoltava adagio adagio e per tutti i versi le frasi latine, e le metteva le une sulle altre con gran riguardo, come già aveva fatto coi pietroni da bimbo, nella sua valle nativa, quando giuocava coi suoi compagni in zoccoli a fabbricar muriccioli, mostrando ch'eran mirabilmente risurte per li rami le virtù manuali del padre. Questi l'aveva messo a una magra dozzina da una vedova sua conoscente; pretendeva che, per esercizio, gli scrivesse le lettere in latino, ch'egli si faceva tradurre dal parroco; e veniva a Torino una volta al mese ad aspettarlo all'uscita della mattina davanti alla porta del Ginnasio, dove lanciava occhiate furibonde ai ragazzi fumatori, borbottava dietro alle spalle delle studentesse, e mostrava il pugno ai velocipedisti che passavano sul corso Siccardi. Il figliuolo portava anche d'inverno, per ordine del padre, la testa rapata, delle grosse camicie di fil di canapa, e un par di scarpacce, che si guardava ogni momento per verificarne lo stato. Ed era diligente nello studio, benchè non leggesse nè scrivesse una sillaba più del necessario; pien di buon senso; punto affettuoso con gli amici; ma incapace d'un'impostura. L'unico suo tormento era quello d'esser canzonato dalla scolaresca per la sua barbarissima pronunzia italiana: perchè pronunziava come se avesse la bocca piena di pasta, e i muscoli labiali ribelli alle parole lunghe, e gli era negata dalla natura l'esse ci; tanto che il convittore Borzini gli aveva messo il soprannome di vovo al gussio.

A destra di lui sedeva un certo Astocchi, il suo rovescio, figliuolo d'un padre troppo buono, che l'adorava senza conoscerlo; un sacchetto di vizi; fannullone, mellifluo, adulatore, impostore, invidioso; una vera mela marcia messa a contatto d'una mela sana; e dall'altra parte, un curioso originale, figliuolo d'un illustre professore d'anatomia, una faccia rugosa di vecchio commediante, che il convittore Borzini aveva soprannominato l'astro spento, perchè era stato un fanciullo miracoloso nella 3ª e 4ª elementare, aveva avuto sei mesi di celebrità nella 1ª ginnasio, e poi — a un tratto — come se gli si fosse spezzata la molla della volontà sotto la pressione delle lodi, — non aveva più fatto nulla di buono, ed era sceso dai primi fra i mediocri, e da questi fra gli ultimi, non conservando più dell'antica grandezza che un perpetuo sorriso tra minaccioso e sprezzante, che diceva: — Guai se volessi! — Pover a voi se mi ci rimetto! — Ma non ci si rimetteva mai, e non era più che una superba rovina intellettuale.

Nel banco delle ragazze, — tra Maria Bianchi, che toccava i quattordici anni, e Annina Rosetti, una sensitiva, che diventava smorta a veder leticare due compagni all'uscita e s'imporporava a ogni interrogazione del professore, — c'erano due alunne che facevano un vivo contrasto tra di loro. Una certa Italia Marri, rossa di capelli, fatticcia della persona, diritta come un colonnino, di voce e di mosse maschili, — sempre rannuvolata con le compagne — imperterrita davanti al professore — e facile ad irritarsi con tutti; alla quale il Borzini aveva posto il soprannome di russa per la sua somiglianza con una studentessa russa dell'Università di Zurigo, di cui aveva visto la fotografia; e la signorina Irene Montepilli, cugina di Maria, una bella ragazza vanerella, che s'era data agli studi classici per questa sola ragione, che le aveva profondamente ferito la fantasia una graziosa studentessa di legge, la quale aveva sostenuto gli esami pubblici di laurea, due anni prima, con un vestito nero che le stava dipinto. Comparire un giorno in quella stessa aula universitaria, vestita in quella maniera, in mezzo agli applausi, era da due anni la passione, il sogno della sua vita. Ma la signorina studiava pochino, aveva il vezzo di fare tutti i sostantivi femminili, e una repugnanza innata al corretto uso del soggiuntivo. In compenso, rideva a ogni proposito e sproposito, per mostrare il doppio giro dei chicchi bianchi; rideva tanto che, se ogni volta che apriva la bocca le fosse entrata dentro una regola di grammatica, eh! ne avrebbe potuto insegnare a Tommaso Vallauri. Ed era questa illusione forse che le faceva guardare dall'alto al basso il suo sesso — digiuno di studi classici: — una sua frase prediletta, che aveva trovato in un articolo bibliografico del giornale l'Eleganza.

Questi erano i personaggi principali della classe; gli altri, i soliti. Qualche ragazzo d'ingegno, che aveva poca volontà; alcune intelligenze mediocri, molto studiose; dei giovanetti poveri e buoni; dei signorini villani; parecchi somarelli di nascita, una decina di mascalzoni, e il resto, nè carne nè pesce.

Il lavoro durò vivo e raccolto per un'ora e mezzo. Poi molti cominciarono a lanciar occhiate al Derossi e al Carpini, curiosi di vedere chi dei due avrebbe avuto il coraggio d'affrontare per il primo, in faccia alla classe, il giudizio del professore; perchè l'aver fatto meglio in minor tempo sarebbe stato una doppia vittoria.

Il Derossi, avendo perso un po' di tempo ad aiutare i vicini, era rimasto un po' indietro. Ma quando vide, con la coda dell'occhio, che il Carpini stava per finire la copiatura, piccato, s'affrettò, e riuscì a terminar la pagina mentre l'altro ci scriveva su il nome.

Tutti e due scesero dal banco nello stesso punto, in modo che si toccarono con le spalle, andarono tutti e due insieme alla cattedra, e porsero tutti e due a un tempo il lavoro, l'uno a destra e l'altro a sinistra; poi tornarono l'uno accanto all'altro al loro posto, il Derossi col viso acceso, il Carpini indifferente, — senza guardarsi.

Il professore si mise a leggere i due lavori.

Tutti alzarono il capo e stettero attenti per indovinare il giudizio dal suo viso. Ma, terminata la lettura, il viso del professore rimase impassibile.

Allora si rimisero tutti al lavoro, in fretta, molti consultando a ogni minuto l'orologio (c'erano nella classe tredici orologi); e in pochi minuti quasi tutti finirono e rimisero il foglio. Una delle prime fu la russa, che il professore rimproverò per un grosso sgorbio che aveva fatto nel margine.