— M'è cascata la penna, — disse la ragazza, un po' secco.
— Non doveva lasciarsela cascare, — rispose il professore sullo stesso tono.
E la ragazza ribattè a bassa voce: — Non è un delitto.
Ma per fortuna la ribattuta non fu intesa.
Uno degli ultimi fu il povero Pitto che si decise a dare la pagina con parecchie righe lasciate in bianco, e la diede con l'aria avvilita e triste del colpevole che fornisce volontariamente al giudice le prove del suo delitto. Poi fu il Morelli, preso da un tale affanno che, avvicinandosi alla cattedra, incespicò e dovette afferrarsi a un banco, fra le risa sommesse di tutti i compagni: eccettuata Annina Rosetti, che gli diede uno sguardo furtivo, pieno di pietà e di simpatia. E dopo il Morelli, il Fossotto, che aveva per massima di esser sempre uno degli ultimi, e se era possibile, l'ultimo — per prudenza. Ma quella mattina fu l'ultima la Rosetti, che si fece avanti col viso scarlatto, in punta di piedi, così timida e leggiera, che pareva dovesse svanire da un momento all'altro come una larva. In quel punto comparve sull'uscio il bidello e diede con accento grave il solito finis; a cui seguì immediatamente un rimescolio affrettato di tele cerate, di zaini e d'assicelle, e un rumor sordo di quaderni e di libri sbattuti; al di sopra del quale si sentì, come sempre, lo strepito indecente che faceva Pantone. Perchè questo bertuccione intorpidito e sonnacchioso aveva sempre un brusco risveglio al momento di riporre i libri, e metteva in quell'operazione tutta la vitalità che gli rimaneva; premeva i volumi stringendo i denti, serrava le cinghie con vigore erculeo, pareva che provasse un diabolico piacere a stroncare lì dentro Cornelio, Fedro, lo Schiaparelli e il Gandino, per vendicarsi dei tormenti e delle umiliazioni che gli avevano inflitte per il passato; ed era così furioso in quell'impiccamento, che alle volte ci si sbucciava le mani.
Un gesto del professore ristabilì all'improvviso il silenzio. Egli assegnò la lezione e il lavoro, triplo di quel del dì precedente. Poi, per finire con un monito soldatesco, com'era suo solito, disse, o piuttosto sparò queste parole: — Studiate, dunque, faticate. Siate brutali con voi stessi. Giù dal letto avanti giorno, — una tuffata del capo nell'acqua fredda, — quattro rotazioni delle braccia, — e al lavoro. È duro, dite voi. Ma la vita è dura per tutti. A nulla si riesce senza soffrire. L'hanno bandita i fiacchi la sentenza che la vita degli studi è la vita della quiete e della sicurezza. Anche negli studi i valorosi cimentano la salute e la vita, e molti ne muoiono — onoratamente. Si può anche sul banco della scuola essere eroi. Scotetevi, se avete dell'alterezza e del sangue....
Qui s'interruppe, come preso dal dubbio di parlare invano, e disse con accento sdegnoso, accennando l'uscio: — Via! — E tutti uscirono, in silenzio.
Mentre s'ordinavano nel corridoio per l'uscita, il Votini s'avvicinò al Derossi, e gli domandò se sapeva dove stesse dì casa Garotti, il loro antico compagno delle elementari, che copiava i pensi a pagamento. — Non so, — rispose quello —,ma so dove sta il Garrone, che è alle tecniche con lui, Via delle Palme, numero 7. È lontano. — Poh! — rispose il Votini. — Otto minuti di velocipede.
Nel corridoio c'erano quella mattina molte signore, alcune ben vestite, altre assai dimessamente, come beghinette; studenti di liceo, che aspettavano i fratelli del ginnasio; padri, cameriere, servitori. Fra gli altri, il padre e la madre del Pitto, che venivano sempre agli esami bimensili; lui, un notaro in riposo, piccolo e curvo; lei pure piccola e incartocciata, sempre l'uno stretto all'altro, attenti a salutare con inchini ossequiosi tutti i professori, e come smarriti fra quei torrenti di scolaresca che sgorgavano da tutte le parti; dentro ai quali andavan cercando il loro piccolo martire, con gli occhi ansiosi, in cui si leggeva il terror del latino. I ragazzi si staccavan dalle file via via che vedevano i loro parenti. Alcuni di questi s'avvicinavano ai professori, e li interrogavano. Ma nessuno osò abbordare il Carati, che passò a naso ritto, facendo sonare i tacchi come un carabiniere in servizio. In coda alle file, a una certa distanza, venivano a coppie e a gruppi le ragazze delle varie classi, lentamente, aspettando che sfuriasse l'onda mascolina, la quale fiottava giù per le scale, e allagava la strada. Qui, appena usciti, qualche studente di liceo accendeva il sigaro; e alcuni del ginnasio pure, ma guardandosi attorno con sospetto, e facendosi schermo del mantello. Sullo scalino del portone troneggiava il bidello, con le braccia incrociate sul petto. Una cameriera gli si avvicinò rispettosamente e gli domandò: — Scusi: c'è ginnastica stasera per il ginnasio? — Egli la guardò da capo a piedi, e rispose severamente: — Consulti gli orari.
E proprio a destra e a sinistra del portone stavano aspettando, in mezzo ad altre, la signora Derossi e la signora Carpini, che non si conoscevano ancora fra di loro, ma di cui ciascuna conosceva il figliuolo dell'altra; e ciascuna rassomigliava al proprio: la signora Derossi, grassa, bionda e elegante; la Carpini asciutta e bruna, con due occhi grigi e freddi, vestita di scuro.