Eran venute tutte e due a sentir le prime notizie dell'esame bimensile.
Quando i due ragazzi comparvero, esse si riconobbero, e si scambiarono uno sguardo.
La guerra era dichiarata.
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Uscì in quel punto, a passi impetuosi, il professor Carati, il quale, vedendo un gruppo di scolari che ingombravano il passo, disse forte: Ite in crucem, popelli![1]
E, data un'occhiata di traverso alle mamme, soggiunse fra i denti: Et vos, femellae dicaces![2]
— Ha inteso? — domandò dolcemente a una sua vicina la signora Derossi, a voce bassa, ma con l'intenzione adulatoria di farsi sentire da lui: — quello parla bene il latino!
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I COMMEDIANTI E I RAGAZZI.
.... Era una gran festa per molti dei miei compagni di scuola, e per me, quel cartellone che annunziava l'arrivo della compagnia drammatica. La città era piccola; non ci veniva che una compagnia all'anno, dai primi di novembre ai primi di dicembre; una compagnia povera e canina, si sottintende. Ma ci parevano tutti grandi attori. Un'ora dopo ch'erano arrivati, sapevamo a che albergo eran discesi. — La prima donna e il brillante sono alla Sbarra di ferro. — Il prim'uomo è alla Corona. — È stato visto il padre nobile al Caffè dell'Unione. — Prima che cominciassero a recitare, li conoscevamo di vista dal primo all'ultimo; li pedinavamo per la strada, di lontano; li esaminavamo profondamente, al Caffè d'Italia, guardando le loro immagini negli specchi, per non farci scorgere. Quanti ne ho visti passare, dei primi attori impomatati, col soprabito nero stretto alla vita e spelato ai gomiti; delle prime donne pallide e tristi, vestite di cenci zingareschi; dei tirannelli gialli, insaccati in certi casacconi verdi e imbacuccati in grandi scialli grigi; e dei poveri diavoli d'amorosi allampanati, tutti cilindro e mantello, che parevan lo spettro della fame. Nelle città piccole si va poco alla commedia: qualche volta il teatro si chiudeva dopo quindici recite, per disperazione; la compagnia non aveva più quattrini nè per rimanere nè per andarsene, e i cittadini dovevan fare una colletta.... Ma questo non scemava mica la nostra ammirazione per gli artisti. Tutt'altro. Essi grandeggiavano, ai nostri occhi, in quella miseria, vittime dell'ignoranza e della barbarie pubblica; e per lungo tempo dopo ch'erano partiti, li rimpiangevamo, ricordando i loro atteggiamenti e le loro tirate, e dicendo che i signori della nostra città erano un branco d'ignoranti e di pitocchi.