*

E ora, — mi domando sovente, — dove saranno andati a finire quei commedianti, che vivono ancora così tenacemente nella mia memoria, con le loro fisonomie, con la loro voce, coi loro vestiti? I padri nobili, poveretti, saran morti quasi tutti, poichè, volere o non volere, è sfumato un quarto di secolo dopo quegli anni; più d'un tiranno avrà chiusi gli occhi all'ospedale, pur troppo; altri avranno corso le più bizzarre avventure; celebre, tra i giovani, non è diventato nessuno, ch'io sappia. E quelle povere prime attrici? Io le vedo confusamente proseguire il loro pellegrinaggio faticoso di piccola città in piccola città, spolmonarsi nei teatri spopolati e semioscuri, piangere nelle camere nude degli alberghi di terz'ordine, incanutite, malate, spossate; e ne sento una grande pietà, come se a quel tempo le avessi amate davvero, non come un fanciullo, ma come un uomo. Infine, esse hanno rallegrato e commosso la nostra prima età, e sono come vecchie amiche perdute, per noi altri. Come possiamo ricordarle senza affetto e senza gratitudine? Qualche volta, assistendo a una rappresentazione drammatica nel teatro d'una piccola città dove sono andato a passar ventiquattr'ore con un amico, riconosco uno di quegli antichi attori, invecchiato, sfiatato, caduto nelle parti secondarie, con la storia di venticinque anni di stenti scritta sul viso. Non lo riconosco subito, naturalmente; bisogna che gli si presenti l'opportunità di fare quel certo gesto o di metter fuori quel dato grido, per il quale la sua immagine è viva nel mio capo; allora, alla terza o alla quarta scena, per lo più, ritrovo il mio Kean, il mio don Ramengo, il marito di Maria Giovanna dei tempi antichi, il Conte di Montecristo che mi fece tornare a casa per quattro sere col cuore gonfio dalla commozione. Che piacere, un poco triste, ma vivo, riprovo sempre in quel momento! Con che profonda attenzione lo ascolto allora, quante cose rivedo e risento al suono della sua voce! E come andrei ad aspettarlo all'uscita del teatro, per fargli festa, e parlare con lui del nostro buon tempo, se non temessi di esser preso per un burlone o per un matto! Non più di sei mesi fa, per esempio (è il ricordo che mi ispirò di scrivere l'articoletto), ne feci uno graditissimo di questi riconoscimenti. Passeggiando col professore D'Ovidio in piazza Solferino, mi vedo camminar davanti, a una decina di passi, un poco di sbieco, un signore grasso, largo di spalle, vestito alla diavola, ma pulito, con una grossa canna in mano; una figura che mi ridesta una lontanissima reminiscenza. — Possibile! dico tra me. Che sia proprio lui! Ancora lui, così saldo e vegeto, dopo tanti anni! — Affretto il passo, guardo curiosamente quel viso.... Era lui, — lui in corpo e in anima, — Luchino Visconti, la voce di cannone, quello della carne venduta, il formidabile tiranno che m'aveva fatto scappar dal teatro, soffocato dai singhiozzi. Il mio primo impulso sarebbe stato di fermarlo, di dirgli: — Ma come, lei qui? Ma come va? Ma dov'è stato? Ma venga.... — Sai chi è quello lì? dissi al D'Ovidio, e gli raccontai la storia. — Fermiamolo dunque, — rispose egli ridendo; e mi sospinse verso di lui. Ma il solito timore di parere un cervello balzano mi trattenne. Che sciocco! Avrei passato forse una bellissima serata, avrei desinato con lui, avrei inteso la storia di chi sa che strane vicende, gli avrei fatto piacere a raccontargli le mie commozioni di ragazzo, e dopo aver votato parecchie bottiglie, ci saremmo forse alzati da tavola vociando insieme: — Ooooooh Svizzeri! Caaaarne venduta! — E invece non feci che accompagnarlo con lo sguardo finchè svoltò a una cantonata....

Ma lo accompagnai con uno sguardo di sincera e profonda simpatia, mandandogli un saluto dal più vivo del cuore, e salutando affettuosamente con lui tutti i suoi compagni e tutti i suoi colleghi, vivi e morti, amorosi e tiranni, bravi attori e poveri cani.... idoli della mia infanzia, cari ricordi della mia gioventù, fantasmi dolcemente tristi della mia età matura....

UN'ASCENSIONE IN PALLONE.

Era una promessa fatta a due giovani studenti, miei compagni di viaggio carissimi; ma speravo di non esser costretto a mantenerla. Già m'ero pentito d'aver promesso quando da un piroscafo del lago avevo visto sospesa nel cielo di Ginevra quella palla color di patata, grossa quanto un'arancia, e al pensiero di doverci andar dentro il giorno dopo m'era preso un principio di capogiro. Il giorno dopo fui fortunato: trovammo scritto sulla porta del recinto: — Vent trop fort, ascensions suspendues; — e sperai nella continuazione del vento. Ma la mattina seguente il cielo era limpido, l'aria immobile, il fato ineluttabile. — Sia fatta la vostra volontà — dissi — così in cielo come in terra, — e m'avviai alla stazione di partenza per le regioni eteree con un buon umore di condannato ai ferri; temperato, peraltro, da una curiosità vivissima della sensazione nuova che avrei provata.

*

Vicino al recinto incontrai un mio buon amico di Torino e lo invitai a fare l'ascensione con noi. Credette che parlassi di montagne. — No — gli dissi — sul pallone dei signori Baud, di Losanna. — Tu vuoi scherzare, — mi rispose, e pestando un piede in terra: — Io amo questa, — soggiunse. E mi disse la ragione della sua ripugnanza. Era un ricordo di ventisette anni fa. Un suo conoscente, a Firenze, s'era voluto levare il capriccio, spendendo un centinaio di lire, di fare un'ascensione areostatica con altri tre o quattro signori. Ma aveva fatto assegnamento sopra un “coraggio fisico„ che non aveva. Partito appena il pallone, con la rapidità d'una freccia, dal Politeama Vittorio Emanuele, egli era impallidito come un morto, s'era accucciato nella navicella come un cane, e stando così, stravolto e tremante, non aveva fatto che ripetere come un ebete: — Cala, cala, cala, — per tutta la durata del viaggio; terminato il quale, portato a casa in carrozza, s'era cacciato in letto e n'aveva avuto per un mese. Ringraziai l'amico dell'incoraggiamento amichevole, pagai a uno sportello (caruccio) il bel piacere che m'aspettava, e, passato tra i ferri d'un contatore, mi trovai di faccia all'enorme sfera di seta chinese, chiusa in una rete di quattrocento corde e gonfia di tremila cinquecento metri cubi d'idrogeno, che doveva portarmi dove non desideravo di andare.

*

Siamo appena entrati che sopraggiunge una folla di gente d'ogni paese, fra cui molte signore e signorine impennacchiate, molto più impazienti di me di levarsi a volo; le quali discutono in dieci lingue della forza di resistenza della seta e delle corde, delle valvole automatiche e del palloncino compensatore, come se avessero fatto un corso compiuto d'areostatica. — Ma noi abbiamo la fortuna, — così dicono i miei due compagni, — d'essere della prima infornata. — I fortunati sono undici, non contando il capitano; poichè c'è un capitano, col berretto gallonato, un grosso svizzero biondo e flemmatico, a cui saranno affidate le nostre vite. E ci stringiamo tutti in un gruppo, col nostro biglietto numerato alla mano, che fa nascer subito fra di noi una familiarità di compagni d'avventure. Ci sono due rotonde signore quarantenni, due piccole immagini dell'areostato, e il marito d'una di esse, che sento chiamare da altri viaggiatori monsieur Charles, sferico come la sua compagna, un viso di buon diavolo angustiato, che mostra una passione per la navigazione aerea anche meno ardente della mia. Dagli sguardi inquieti che rivolge a tutti i suoi compagni di viaggio capisco il suo pensiero. Par che il caso abbia raccolto nella nostra infornata, — fatta eccezione dei miei figliuoli, — le più maestose moli umane di Ginevra. Uno è un vero colosso. Sarà sufficiente la forza di resistenza di duecento chilogrammi che ha ciascuna delle quattrocento corde? Questa domanda si legge nei suoi occhi, e negli occhi d'altri, che si squadrano a vicenda, come per pesarsi. Il colosso, un giovine svizzero burlone, dice forte: — Dove andremo a cascare? In qualche crepa di ghiacciaio, o in un lago? O ci andremo a infilare nei pini del Brünig? Il cuore non mi dice nulla di buono. — Tu l'entends? — domanda monsieur Charles alla signora; ed io colgo a volo un tais-toi, c'est ridicule, che mi dice chiaro che è lei, con quel becco imperioso di pappagallo, che vuole far l'ascensione, e ch'egli s'è deciso ad avventurarsi nel cielo per evitare una battaglia sulla terra. Un altro, — un grosso tedesco giallognolo, — non mi par più smanioso di lui di abbandonare il globo terracqueo. — Souffrez-fous le fertige? — mi domanda nell'orecchio. — Più del necessario per divertirmi, — rispondo. Finalmente cade la catena che chiude il passaggio, e per un ponte mobile montiamo sulla navicella, dove il capitano distribuisce le nostre gravità in modo da mantener l'equilibrio. Una voce grida: — Attention! — Tutti si voltano da una parte, dove scopro la principale ragione per cui molti si decidono a quel viaggio: una grande macchina fotografica rivolta verso di noi. Tutti prendono delle impostature d'areonauti temerari. — C'est fait! — grida il fotografo. Discorsi! Il peggio resta da farsi. Il capitano dà un fischio, sei inservienti in uniforme staccano a un punto dagli anelli le sei corde che ci agganciavano al pianeta.... e il pallone si solleva.

*