Non è che questo? È una delizia. L'ascensione è lenta. Non par di salire. Io mi trovo fra il colosso e monsieur Charles, che mi volta le spalle, mostrandomi di profilo un viso sbiancato, che par la fotografia animata dello Sgomento. Questo mi dà animo. E tutto va bene fin ch'io guardo lontano, all'orizzonte, che si va a grado a grado allargando. Ma a un certo punto commetto l'imprudenza di chinare il viso sul largo foro centrale della navicella e di guardar giù, proprio a filo sotto i miei piedi, misurando con un'occhiata tutto lo spazio — l'altezza d'un par di torri di Giotto — che ci separa già dalla terra. Mi fo indietro subito; ma troppo tardi: la vertigine m'ha acciuffato. Fu un minuto solo; ma.... lungo. Una tentazione vergognosa mi prese d'accoccolarmi dolcemente fra i due parapetti della navicella, chinando il capo e chiudendo gli occhi. Ma uno sguardo mi salvò: vidi la mano con cui monsieur Charles stringeva una delle corde, e la violenza compassionevole della commozione che indicavano i muscoli gonfiati e tremanti in quella stretta di naufrago, distraendomi, mi rinfrancò. Mi rimase un malessere, non di meno, nuovo affatto, e difficile a esprimere: una maledetta voglia di sedere, un sentimento di solitudine fisica, un senso fastidioso del mio peso, quasi un ribrezzo della cedevolezza dei vimini di quel cestone odioso, a cui m'appoggiavo col fianco.... — Parfaitement dêsagréable — intesi dire da una delle due signore, che non vedevo. — C'est ça, risposi tra me; era pure la mia opinione. È strano: non avevo quasi coscienza in quel momento della legge fisica in virtù della quale salivamo, nè dell'apparecchio macchinoso che ci portava: mi pareva che ci levasse in alto qualche smisurato uccello di rapina, a volo lento e silenzioso. La navicella non faceva il minimo moto, nè le corde il più leggiero fruscìo: avrei giurato che stavamo immobili nello spazio. — C'est égal; ce ne sera jamais mon métier, — disse una voce. — Nemmeno il mio, — pensai. Che si dice del mare! È un elemento infido; ma vi sentite sotto qualche cosa, su cui in qualche modo ci si può reggere; ma l'aria.... l'aria non è niente. No, non sarà mai questo il mio genere di sport, se ne dovrò scegliere uno. Cento volte meglio la bicicletta. — E tutti quei modi coi quali si suole esprimere un sentimento di gioia o d'entusiasmo: — “parersi sollevato al disopra della terra„ — “sorvolare a questo basso mondo„ — “sentirsi rapito in alto„ — mi parevano smargiassate rettoriche. In verità, non avevo creduto mai di essere così strettamente affezionato, come mi sentivo in quel quarto d'ora, al mio pianeta nativo.

*

Di sotto, intanto, i fiumi diventavan rigagnoli, le case scatole, i parchi aiuole, gli uomini insetti come se una forza mostruosa stringesse, raccorciasse, rattrappisse ogni cosa. Che mirabile spettacolo! Ginevra dorata dal sole, l'Arve e il Rodano inargentati, una vasta corona di colline seminate di borghi e di ville, la grande mezzaluna color celeste del lago di Leman, i monti verdi del Giura e le rocce grigie della Savoja, la catena superba del Monte Bianco, un'immensità d'azzurro, di verzura e di neve, fatta per lo sguardo d'un'aquila. In quella immensità splendida le due signore si davan la briga di cercare l'isoletta del Rousseau e il castello del Voltaire. Altri due sentivo che discutevano sul confine della Francia. — Voilà le capitaine qui lit son journal — disse il colosso. Infatti, il capitano leggeva tranquillamente la Tribune de Genève, come se fosse stato in una sala del Cafè du nord. Quest'osservazione parve che tranquillasse un poco monsieur Charles che tentò d'abbozzare un sorriso. Se il capitano leggeva il giornale, pericolo imminente d'un disastro non c'era. Ma una voce che disse: — Nous dévions — lo turbò da capo. S'era levata veramente un po' d'aria; la grande bandiera svizzera attaccata al polo inferiore dell'areostato s'agitava; il pallone era deviato alquanto fuor della direzione del recinto da cui era partito. Ma nessun movimento era sensibile. Monsieur Charles osservava con uno sguardo obliquo il dinamometro appeso all'anello d'acciaio, come se gli indicasse il grado variante del pericolo, e non ne staccava gli occhi che per gettare qualche rapida occhiata dentro la cinta dell'Esposizione. Ah le Esposizioni, viste da quell'altezza! Paiono quello che sono in realtà: trastulli di popoli. Vedevo una piccola città carnevalesca, divisa in due da un ruscello, simmetrica da un lato, disordinata dall'altro, variata di cento architetture di mille colori, che innalzavan le cupole, le guglie, le torri, i frontoni dipinti, i tetti a cono e a piramide, luccicanti e imbandierati, sopra un labirinto di giardini e di boschetti, biancheggianti di zampilli e di cascate, e per tutto un brulichìo di esseri minuscoli che entravano e uscivano da mille buche e s'affollavano per le vie larghe un dito e per le piazze grandi come la mano, come un popolo di formiche affaccendate. Vidi passare sur uno dei due ponti dell'Arve il tranvai elettrico che faceva il giro della Mostra. Che miseria! Uno scarabeo giallo fuggente sopra un fuscello a traverso un fil d'acqua. Mi diede nell'occhio, a un'estremità della cinta, un qualche cosa della grandezza e della forma d'un mezzo guscio d'ovo tagliato pel lungo: era il grande circo per le giostre e per le feste ginnastiche, posto sulla riva del fiume, di là dal “villaggio svizzero„. E il grande villaggio, la maraviglia e il trionfo dell'Esposizione, pareva formato di châlets tolti dalle vetrine d'una bottega di Brienz: una cosa da raccattarsi con due mani e da porgersi per balocco a un bambino. Sulla piazzetta della chiesa del villaggio si vedevan movere dei puntini rossi e bianchi. Dovevano essere le belle ragazze svizzere che si preparavano per le danze nazionali. Com'era mai credibile che per uno di quei puntini rossi uomini tanto fatti potessero perder la pace?

*

Nous descendons, monsieur? — mi domandò monsieur Charles, senza guardarmi.

Non, nous montons toujours.

Diable!

A lui pareva già d'averne per più di quanto aveva pagato. Ma se io dicessi che mi sentivo ancora in credito non direi la verità vera. Stavo molto meglio, peraltro; tanto che feci a me stesso quest'osservazione: — Che bisogno c'è di stringer così forte la corda con la mano destra? — E allentai la mano.... un poco. E m'arrischiai a guardare un'altra volta per l'apertura del mezzo — un'occhiata sola, rispettosamente sfuggevole — quanto mi bastò per veder giù — a una profondità d'abisso — la folla dei viaggiatori aspettanti — una macchia scura punteggiata di rosa dai visi che guardavano in alto, verso il piccolo mondo di seta e di gas, da cui io guardavo loro, con un desiderio amoroso di raggiungerli. Poi mi raccolsi nell'ammirazione del lago di Ginevra, una chiazza d'acqua chiara, in cui i grandi piroscafi apparivano come moscherini anneganti che si dibattessero senza far cammino, e la lunga fila dei villaggi e delle ville della riva settentrionale sembrava una fioritura di minutissimi bocciuoli multicolori, raggruppati in ghirlande e in mazzetti, con gli steli immersi nell'acqua. Che dolce silenzio! Nè il rumore della galleria delle macchine, nè lo scampanìo festoso, nè il muggito degli armenti del villaggio svizzero, nè la musica barbara dell'accampamento dei negri, nè gli strilli degli arabi venditori del “caffè delle fate„ non arrivavano più alla nostra “superba altezza„ dove un'aria purissima, dilatandoci i polmoni, pareva che ci serpeggiasse per tutte le vene, e ci ringiovanisse il sangue e lo spirito. Oh tutti gli altri modi di viaggio inventati dall'ingegno umano, coi quali si striscia sull'acqua e sulla terra, tra il fumo, lo strepito e la polvere, molestati dall'immagine d'uno sforzo continuo delle cose, come ci parevano rozzi, faticosi ed umili, appetto a quell'ascensione dolce e muta di nuvola carezzata dall'aria, di cui non si sentiva e non si vedeva il moto, come se non noi ci movessimo, ma si allontanasse la terra! Nessuno parlava più, nè badava ai suoi vicini. Ciascuno, da quella terrazza aerea, beveva da solo, come un ingordo, la grande bellezza, non dicendo una parola per non perdere un sorso, in un atteggiamento d'ammirazione immobile, che pareva uno stupore profondo.

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Ma qui sento un lettore impaziente che mi domanda: — Ebbene, e poi? Che cosa provaste quando non vedeste più la faccia della terra? Quando cominciaste a sentir difficoltà di respiro? Quando l'uscita del sangue dagli orecchi? Quando i primi deliqui?