A questo punto, per chi non ha ancora capito, debbo fare una dichiarazione.... molto dolorosa alla mia vanità. Debbo dire che attaccata al pallone c'era una corda cilindro-conica, d'un diametro da trent'uno a ventinove millimetri, tessuta di canapa di Napoli, di qualità sopraffina, capace di sostenere uno sforzo di più di novemila chilogrammi, e che questa corda — debbo dire anche questo — scendeva fino a terra, dove s'avvolgeva intorno a un cilindro, mosso da una macchina a vapore della forza di venticinque cavalli, la quale.... Insomma, il pallone era frenato. — È detta.
Eh si, potete scrollar le spalle quanto vi piace; ma a venir giù dall'altezza di sei mila o di cinquecento metri mi pare che la patta sarebbe stata a un di presso la stessa. E questo è quanto. Ed era certo del medesimo parere monsieur Charles, il quale mi domandò ancora una volta, senza voltare il capo: — Nous montons toujours? — Nous montons toujours. — E allora perdette la santa pazienza: — Eh qu'est-ce qu'il f.... donc ce capitaine avec son f....u journal? — Non credevo di poter fare una risata a quell'altezza; ma il fenomeno avvenne. — On nous a trompé — esclamò il colosso, per ispassarsi del pover uomo; — il n'y a plus de cable; c'est une ascension libre que nous faisons! — Un nom de dieu inimitabile gli rispose, che il buon Dio deve aver perdonato, tanto somigliava più a una supplicazione che a una bestemmia. E lo scherzo crudele del mio vicino sarebbe continuato se non si fosse sentita una voce dall'altra parte della navicella, che disse forte: — Wir gehen hinunter (noi discendiamo). — Dolce lingua tedesca! Ma era vero? Non ci accorgevamo di discendere più che non ci fossimo accorti di salire. Qualcuno anzi sosteneva che si saliva ancora; altri diceva che s'era immobili. Si discendeva così a rilento, in ogni modo, che non ce ne poteva accertare l'ingrandirsi delle cose sottostanti, non apparente ancora in quel primo tratto. Ma l'incertezza fu breve. Dato uno sguardo in basso, vidi Ginevra più vasta, l'Arve dilatato, le architetture dell'Esposizione ingrandite, tutto il formicolìo nero sparso per il labirinto delle vie e delle piazzette, che cominciava a riprender l'aspetto d'una moltitudine umana. Poi la discesa si fece ogni momento più sensibile. Sotto, sui frontoni del palazzo delle Belle Arti, sulle facciate, dentro alle aiuole, nei giardini, pareva che le statue crescessero, che le pitture pigliassero vita, che i fiori sbocciassero, che gli zampilli s'innalzassero a salti; un ronzìo confuso, soverchiato da mille suoni sparsi di voci, d'acque, di ruote, di musiche, ci giungeva crescendo agli orecchi; e guardando per il foro della navicella giù nel recinto le piccole facce voltate in su della folla che ci aspettava, simili a una gran canestrata di mele rosee, cominciai a distinguervi i cerchietti degli occhi e i buchi neri delle bocche aperte. Ancora un minuto, ed ecco i cento visi sorridenti, ecco gl'inservienti che accorrono, eccoci riattaccati da sei solidi ganci alla superficie terrestre.
O caro prossimo mio, mi è dolce assai sovente il viver lontano da te; ma non al di sopra! Non sono superbo. E non fui degli ultimi a passare il ponticello mobile che mi rimetteva tra l'umanità camminante. Il primo, s'intende, fu monsieur Charles, col viso ancora rannuvolato. Vari conoscenti, che l'aspettavano, l'affollarono di domande. Egli lanciò loro, passando, un'occhiata a colpo di falce, e rispose con voce rauca: — Délicieux.
— Ti sei divertito? — mi domandarono i miei due giovani compagni. — Un'altra volta faremo un'ascensione libera....
— Figuratevi! — risposi — non ne vedo l'ora — Ma soggiunsi in cuor mio: — Sì, all'Esposizione internazionale di Carmagnola.
DUE DI SPADE E DUE DI CUORI RACCONTO
DUE DI SPADE E DUE DI CUORI.
Molti uomini illustri ebbero qualche predilezione particolare della gola; per esempio, il Fontenelle per gli sparagi, il Rossini per i maccheroni, il Niccolini per le radici: era dunque scusabile il non illustre Arturo Pironi, appena dodicenne, d'avere egli pure la sua, che era per il gelato di crema. Se fosse stato re, avrebbe dato qualche volta il suo regno per un sorbetto giallo. E bisogna dire che il piacere di mandar giù quella dolcezza, com'egli faceva, sei volte la settimana, se lo guadagnava proprio col sudore della fronte. Suo padre gli dava ogni mattina otto soldi per far le quattro corse in tranvai fra piazza San Martino, dove stavan di casa, e il lontano Ginnasio Gioberti, dov'egli l'aveva messo perchè c'era professore di lettere un suo cugino: ma il piccolo ghiottone non rimetteva alla Società elettrica che venti centesimi. Andava e tornava la mattina con le sue sante gambe, correndo come uno struzzo; tornava a casa di galoppo anche la sera, sputando un'ala di polmone, perchè, sebbene vivacissimo, era di complessione delicata; e faceva in tranvai la sola prima corsa pomeridiana, che rompeva in due, per saltar giù a spendere i suoi risparmi in un gelato canarino, al caffè del Teatro Alfieri, a mezza strada. A quell'ora non c'era quasi mai nessuno: egli entrava per la porta piccola, sedeva nel primo stanzino, accanto all'uscio della sala del biliardo, ordinava con un accento che voleva dire: — Propere propera; — vuotava il piattino in un minuto, ripuliva il cucchiaino con la lingua, e poi via, come chi scappa senza pagare. Ma durante la dolce operazione dava tali segni di beatitudine, che spesso i camerieri stavan lì a guardarlo, godendosela, come a veder mangiare un affamato, e qualche volta anche la padrona del caffè veniva a dare un'occhiata sorridente a quel bel ragazzo biondo, a cui pareva che ogni cucchiaiata di gelato facesse l'effetto d'un sorso di vino di Sciampagna, e gli andasse in tanto sangue. Lo chiamavano fra di loro: il gelato di crema.
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Un giorno, al principio d'aprile, nell'atto che si metteva a sedere nel posto solito, egli udì nella sala del biliardo le voci di vari giocatori; uno dei quali pronunciò un nome che attirò la sua attenzione. Era il nome dell'avvocato Bussi, un amico di suo padre, che non veniva più in casa da un pezzo, ma ch'egli sentiva rammentar sovente.