Non avevo più visto la Sicilia da quarant’anni, niente di meno: dall’anno di grazia 1865, nel quale avevo fatto la mia prima guarnigione, come si dice in linguaggio militare, nella città di Messina, di dove ero partito col mio reggimento nell’aprile del 1866 per la guerra contro l’Austria. E fu appunto Messina la prima città che rividi venendo da Roma: con quale commozione, possono immaginare tutti coloro che hanno rivisto dopo circa un mezzo secolo una regione della patria, a cui erano legati dai più cari ricordi della prima giovinezza.

Quali mutamenti in questi quarant’anni! Basta dire che nel 1865 non c’era ancora in tutta l’isola un chilometro di strada ferrata in servizio. Si stava costruendo quella da Messina a Catania, e ricordo bene le grida di maraviglia con cui le contadine messinesi, dai colli circostanti alla città, salutavano le prime macchine a vapore messe in esperimento sulla linea, lungo la riva del mare. Ora, venendo dal continente, si attraversa lo stretto senza discendere dai vagoni ferroviarii, che sono trasportati da una riva all’altra sopra un piroscafo. Le piccole città e i villaggi della costa calabrese si sono ingranditi per modo che formano quasi una sola enorme macchia biancastra da San Giovanni a Reggio. Messina s’è inalzata su per i graziosi colli conici che le sorgono da tergo, ed ha allungato le sue grandi ali bianche lungo il mare fino a perdita d’occhi. La mia antica piazza d’armi è scomparsa sotto un nuovo quartiere elegante e ridente; le antiche vie, che già erano ariose e linde, si sono arricchite di botteghe splendide; le piazze si sono ornate di palme; la luce elettrica brilla da ogni parte; i tramway percorrono l’interno della città e si spingon fuori fino al Faro, distante dal centro parecchie miglia; e il movimento della popolazione, specialmente sulla grande strada della Marina, su cui si stende una lunga schiera di grandiosi edifizii uniformi, è pari — in apparenza — a quello delle più popolose e floride città marittime del continente.

Eppure all’apparenza non corrisponde la realtà. La bella Messina, privilegiata d’una delle più favorevoli situazioni geografiche del mondo, dove due mari si congiungono, posta quasi a contatto dell’Italia continentale e dotata d’un vasto e sicuro porto naturale, è piuttosto in decadenza che in via d’incremento. Singolare destino della città! Una parte della corrente vitale le è stata detratta dalla vicina Catania, dove sorse un’attività industriale che a lei manca, e da quella stessa piccola città di San Giovanni, che le sorge di fronte sulla costa di Calabria, e che non era al tempo della mia giovinezza che un piccolo villaggio. Una altra gran cagione di danno le fu la perdita del privilegio del porto franco di cui godeva ancora nei primi anni dell’unificazione d’Italia. Essa patì inoltre, e forse più d’ogni altra grande città siciliana, i danni di cui si risentì in generale tutta l’isola dopo il primo rapido sviluppo di ricchezza seguito al 1860: danni prodotti dalla filossera, dalla chiusura del mercato francese, dall’aggravamento spropositato delle imposte, dalla improvvida politica doganale del Governo italiano, tutta rivolta a vantaggio delle industrie e degli industriali dell’alta Italia e a scapito dell’agricoltura del mezzogiorno e delle isole. Così è. Con questa malinconica affermazione ogni cittadino della luminosa Messina interrompe l’inno ammirativo che il viaggiatore nuovo arrivato scioglie alla bellezza incomparabile della sua città nativa.

Luminosa — è l’aggettivo che mi è rimasto nella mente congiunto alla sua immagine. Come biancheggiava splendidamente fra l’azzurro vivo del mare e il vivo verde della lussureggiante vegetazione che copre l’anfiteatro dei suoi colli e dei suoi monti! A traverso l’aria limpidissima apparivano così vicine le città e le borgate della Calabria da far pensare che il grido d’un uomo vi dovesse giungere, e la tragica cima d’Aspromonte, — Calvario di Garibaldi, — soprastante a tutte le vette rocciose della catena, mostrava nitida la sua fiera nudità colorata di viola, dolce e triste come il sorriso dell’Eroe ferito, che perdonava ai suoi feritori. Da una parte l’orizzonte del mar Jonio, dall’altra l’orizzonte del mar Tirreno, l’uno turchino carico, l’altro azzurro argentato; e su quello, al di là di Scilla, ancora la costa calabrese seminata di villaggi, che si sfuma lontano in un color grigio e rosa chiarissimo, somigliante a una lunga nuvola immobile. Una veduta immensa, serena, tranquilla. E sul finir di novembre vi circonda un tepore di primavera, e vi carezza il viso un’aria carica di profumi confusi d’erbe, di rose, di aranci, della quale ogni soffio vi fa fremere e sorridere come il bacio d’una donna.

Davanti alla giocondità e alla freschezza di questa città d’aspetto così giovanile, che par sorta ieri per incanto dal seno delle acque, ed è forse la città siciliana che serba meno ricordi del tempo antico, quasi vi sembra favola incredibile la sua lunga storia di guerre atroci e di calamità spaventose. Quale strana e terribile storia di tirannie, d’assedii, di invasioni, di pesti, di terremoti, dai pirati di Cuma e di Calcide che la fondarono, alle guerre contro Siracusa, contro Atene, contro Cartagine; e dai Cartaginesi ai Romani, dai Romani ai Saraceni, dai Saraceni ai Normanni, agli Spagnuoli, ai Francesi, fino al formidabile bombardamento borbonico del 1848 e all’entrata trionfale di Garibaldi dopo la vittoria di Milazzo! Periodi di libertà gloriosa e di schiavitù miseranda, epoche di prosperità splendida come quella della fine del secolo XV, e tempi in cui fu ridotta a poco più d’un villaggio, come verso la fine del secolo XVII; e una nuova risurrezione nel secolo passato, e una nuova decadenza nel presente: duemila duecento anni di vita, una maravigliosa vicenda di distruzioni e di trasformazioni, di catastrofi e di fortune: unica cosa immutata è rimasta la sua bellezza.

Ma non per questa soltanto ella è attraente ed amabile. I suoi cittadini presentano i caratteri interessanti delle popolazioni di confine che modificano l’indole e i costumi proprii sotto l’influenza degli elementi forestieri con cui hanno più contatti che le altre genti del loro sangue. Nei Messinesi l’indole isolana appare in certo modo ammorbidita e levigata; l’animo loro si apre più facilmente con gli stranieri, le loro maniere sono più cerimoniosamente cortesi, il loro stesso dialetto è più largamente mescolato di vocaboli e di forme importate e meno sicilianamente accentuato che il dialetto delle altre popolazioni dell’isola. Un indizio della mescolanza del sangue di questa città è il numero notevole dei biondi che vi si riscontra. Chi conosce le altre città siciliane avverte pure che vi è assai meno viva che altrove quella espressione di curiosità scrutatrice e quasi sospettosa con cui è generalmente osservato nell’isola il forestiero, che tutti riconoscono al primo sguardo. E non di meno anche a Messina ciò che colpisce più fortemente subito l’Italiano del Settentrione, venuto nell’isola per la prima volta, sono gli occhi dei suoi abitatori. Disse un illustre napoletano che, venendo per la prima volta nell’alta Italia, gli parve che la gente non avesse occhi: noi stessi abbiamo una tale impressione ritornando nel nostro paese dal mezzogiorno; ma ritornando dalla Sicilia in particolar modo. Oh quegli occhi siciliani così profondi, così acutamente scrutatori, così pieni di sentimento e di pensiero, e pur così misteriosi quando il loro sguardo non è spiegato dalla parola o animato da una passione determinata, intorno alla quale non ci possa esser dubbio! Avete già lasciato l’isola, molti ricordi di luoghi famosi e di spettacoli incantevoli del suo mare e del suo cielo si sono già confusi nella vostra mente; ma vedete ancora quegli occhi, un balenìo di pupille oscure come sparse per l’aria, che vi dicono mille cose non ben chiare, e par che vi leggano nell’anima, senza svelarvi l’anima che fiammeggia in loro. Sono esse veramente l’espressione visibile della profondità e della complessità del carattere siciliano, così difficile a definirsi, così vario in sè medesimo, e pieno di contraddizioni, di disarmonie e di lacune; per cui disse uno scrittore dell’isola che il siciliano “pensa e sente come un arabo, agisce come un greco, concepisce la vita come uno spagnuolo.„ Strano carattere, violento e tenace nella passione, debole e mutevole nella volontà, facile egualmente all’entusiasmo e allo scetticismo, eroico nei suoi impeti generosi e pazientissimo nelle sue rassegnazioni indolenti; nel quale quel fortissimo sentimento individuale, che in altri popoli è il più grande propulsore delle iniziative, produce l’effetto di far curvare l’individuo dinanzi all’individuo, di far idolatrare la forza, di assoggettare le moltitudini a pochi padroni, di perpetuare lo spirito del feudalismo nella politica, nelle amministrazioni, in tutti i campi della vita pubblica! L’uomo, dotato di facoltà intellettuali e morali ammirabili, è capace di far miracoli; ma gli uomini, renitenti all’associazione e ai sacrifici che la concordia impone, sono collettivamente inetti e infecondi. Un grande errore è però il giudicare il siciliano dalla collettività, come la maggior parte di noi italiani facciamo. Egli ha tutto da guadagnare a esser conosciuto individualmente e da vicino. Lavoratore, ragionatore, padre di famiglia, amico, ospite, egli si rivela tutt’altr’uomo da quel che pare visto di lontano, nella moltitudine. Per questo c’è una grande diversità nel giudicarlo fra gli italiani del Continente che hanno vissuto lungo tempo nell’isola e quelli che non v’hanno mai posto piede o non vi passarono che come viaggiatori. Questi sono ingiusti.

Questi pensieri mi sorgevano in mente ogni volta che mi soffermavo a guardar lo Stretto nel punto in cui le due coste sono più vicine. Che c’è di più maraviglioso di questo fatto? Poco più di tre chilometri di mare, che si attraversano in trenta minuti, e quel poco d’acqua divide le due terre come un vasto deserto o come una formidabile barriera di montagne. Passano continuamente quel breve spazio, con la maggior facilità, migliaia di persone e carichi enormi di merci; e quello stesso spazio mantiene quasi immutate per secoli diversità profonde di idee e di costumanze, perpetua ignoranza e pregiudizî reciprocamente funesti fra un popolo e l’altro, falsa e deforma mostruosamente le notizie dei fatti, arresta il cammino di grandi fame, ed è causa che uno dei due popoli, che pure ha con l’altro tanti legami di sangue, d’indole, d’interessi, di storia, senta in sè un’indomabile tendenza a viver di vita propria, con leggi proprie, considerando — e non in tutto a torto — come inconciliabili con la sua natura ed esiziali ai suoi interessi la maggior parte delle istituzioni e delle norme che reggono la vita pubblica nella terra posta quasi a contatto della sua! Ed è forse appunto questa uniformità forzata di leggi e d’obblighi, su cui si fondarono per tanto tempo tutte le migliori speranze del suo risorgimento, è forse questa appunto la cagione principale della persistenza delle sue miserie e dei suoi dolori!

Ma queste sue miserie chi potrebbe mai sospettare viaggiando per quello splendido “paradiso terrestre„ delle sue coste? Non ero mai andato per terra da Messina a Palermo; feci questo viaggio in una giornata bellissima; ne fui abbagliato e incantato. Questo versante Tirrenico, che rappresenta la quarta parte dell’area totale dell’isola, e contiene oltre un terzo dell’intera popolazione, con una densità molto superiore alla media del regno d’Italia, pure essendo meno maravigliosamente florido del versante Jonico, compreso fra Messina e Siracusa, è per bellezza di paesaggio e per ricchezza di vegetazione una delle più ammirabili regioni d’Europa. È una successione di golfi e di seni dalle curve graziosissime, dominati da alti promontorii dirupati, che si specchiano nel più maraviglioso azzurro marino che abbia mai sorriso al sole. Si percorre il primo tratto, lungo il mare, in vista delle diciassette isole dell’Arcipelago Eolio, che par che sorgano l’una dopo l’altra dalle acque, con le loro belle forme vulcaniche, ardite e leggere, tinte di colori soavi, d’un’apparenza quasi vaporosa. E le pianure verdi, solcate da innumerevoli corsi d’acqua, succedono alle pianure verdi, i boschi ai boschi, i vigneti ai vigneti, e vaghe città biancheggianti sulle alture, e monti scoscesi coronati di chiese aeree e di castelli spagnuoli e normanni e d’avanzi di colonie greche e romane. E fuggono accanto al treno i boschetti d’aranci, le siepi di fichi d’India, le spalliere di áloi, i gruppi di palme, tutte le varietà di piante di tutte le terre italiche, accarezzate e mosse da un’aria imbalsamata che vi desta nel sangue e nell’anima un sentimento delizioso della vita. E quante grandi immagini del passato vi sorgono dinanzi da ogni parte! Su quel ridente azzurro del golfo di Spadafora fu distrutta da Agrippa la flotta di Sesto Pompeo; su quell’altre acque luminose, fra il Capo Orlando e la foce della Zapulla, fu sconfitta l’armata di Federico dalle armate riunite di Catalogna e d’Angiò; laggiù riportò Duilio la prima vittoria navale di Roma; su questa pianura l’esercito cartaginese di Amilcare fu sbaragliato dall’esercito greco di Gelone e di Terone. A grandi lampi vi passa dinanzi tutta la storia dell’isola fatale, intorno a cui gravitò per secoli la vita storica e sociale di tre continenti, e d’in fondo al passato immenso vedete sorgere l’albore d’una speranza: poichè se l’Italia peninsulare, come fu detto con felicissima immagine, è un braccio teso dall’Europa nella direzione dell’Africa, la Sicilia è pur sempre la mano di quel braccio; ed è ancora una grande verità quella affermata dal Fischer, ch’essa possiede una stoffa di colonizzatori di primordine “atta a metter radici sopra ogni terra, a prosperare sotto ogni cielo.„ Chi sa che nell’avvenire dell’Africa non sia il risorgimento dell’“organo prensorio„ d’Italia?

Ed ecco Monte Pellegrino, ecco la Conca d’oro, ecco Palermo!

DA PALERMO ALL’ETNA