Vous ne me croyez pas un bandit, n'est-ce pas?

— Ah! non mi conviene — risposi — vivo troppo in vostra compagnia.

E benchè avessi chiuso la conversazione con uno scherzo, me ne andai dolente, proprio, di non aver più trovato lo Zola giovane e contento dell'altra volta.

***

Ecco i grandi artisti. Mentre noi gl'invidiamo di lontano, pensando che sono famosi, potenti, ricchi, e che debbono essere felici, o almeno tutti frementi e splendidi del trionfo, essi son là soli in mezzo ai loro libri, afflitti da dolori che ignoriamo, tormentati da mille dubbi, sfiduciati di sè, incerti dell'avvenire, e rosi nel cuore dalla passione dell'arte propria. Quella coscienza del proprio valore e della propria fama, che noi crediamo una sorgente continua di contentezza, essendo diventata in loro un sentimento abituale, ha reso insensibile il loro amor proprio a tutte le soddisfazioni ordinarie; per il che non hanno che assai di rado delle gioie vive, le quali pure svaniscono di più in più rapidamente. Il sentimento profondo che hanno della vita, per cui l'amano più intensamente, rende a loro più dolorosa la coscienza della precarietà propria, e di tutto; e la paura dell'obblio, che è il loro affanno perpetuo. L'idea della loro fama, del loro nome pronunciato da tutte le bocche, del diritto dato alla moltitudine immensa di giudicarli e di notomizzare brutalmente l'anima loro, li sgomenta qualche volta, come gente condannata a una berlina senza termine. Se vanno tra la gente, sono urtati in mille modi dall'invidia e dall'ignoranza; se vivono da sè, sono sopraffatti e soffocati dalla propria immaginazione. Continuamente combattuti tra gli interessi della vita e la coscienza artistica, tra il bisogno e il furore di imparare, e la necessità e la passione di produrre, tra l'intelligenza che progredisce, mettendo sempre più alta la meta dell'arte, e le forze artistiche che si logorano, scemando la speranza di raggiungere quella meta; circondati d'amici continuamente pericolanti sopra l'altalena della gelosia; minacciati nella salute dall'abuso del lavoro in cui non riescono a moderarsi; dotati d'una malaugurata facoltà di sviscerare sè stessi, che inacerbisce il sentimento di tutti i dolori; condannati, in fine, al primo segno che diano di stanchezza e di decadimento, a sentire da ogni parte la risata trionfale degli emuli, ed il grido insolente delle legioni giovanili che si avanzano.... Poveri grandi artisti! Ha detto bene Alessandro Dumas: Dante dimenticò di mettere questo supplizio in fondo alle bolgie dell'inferno.

EMILIO AUGIER
E ALESSANDRO DUMAS

Un mio amico di Galata mi raccontò, anni sono, il seguente aneddoto.

— Mi trovavo sopra un piroscafo del Lloyd austriaco, in viaggio da Varna a Costantinopoli, in mezzo a una folla di gente che non conoscevo; e m'annoiavo mortalmente; quando, per fortuna, m'occorse di scambiare qualche parola e poi di attaccare conversazione con un viaggiatore francese, che da più d'un'ora stava immobile accanto a me, cogli occhi fissi sui mare. Discorremmo per un pezzo. Non spendeva molte parole, ma parlava bene, in un certo modo stringato e asciutto, e diceva sempre qualche cosa di singolare, che mi costringeva a guardarlo. Andava per la prima volta a Costantinopoli. Mi rivolse delle domande sull'Oriente, molte delle quali mi misero in imbarazzo, e sopra ogni mia risposta faceva un'osservazione, la quale spiegava più chiaramente quello ch'io avevo voluto dire, in modo che, a un certo punto, m'accorsi con grande vergogna che parlavo male. A notte inoltrata lo lasciai per andar a dormire, e per molto tempo non mi potei levar dalla testa la sua figura e i suoi discorsi. Non avrei saputo dire se mi fosse simpatico o no. Mi dava da pensare, desideravo di vederlo per conoscerlo meglio. La mattina dopo, all'alba, si stava per entrare nel Bosforo. Salii sul ponte, ricominciammo a discorrere. La sua conversazione era argutissima e piena di pensieri; ma che so io? Ci sentivo qualche cosa come di secco e di freddo, che mi teneva in là, nel tempo stesso che m'attirava e mi metteva in grande curiosità di sapere chi fosse. S'entrò nel Bosforo, che egli non aveva mai visto. Con mio grande stupore, non diede alcun segno di meraviglia. Stava ritto, impalato contro il parapetto, immobile come una statua, come se avesse visti quei luoghi cento volte. — Che razza d'uomo è costui? — pensavo. Una sola volta, vedendo una moschea bianca sulla riva asiatica, si scosse ed esclamò: Oh quelle jolie bonbonnière! Poi tornò a chiudersi in sè. Passò Buyukdéré, passò Therapia, passò Isthènia, passò Kandilli, e non diede segno di vita. S'arrivò finalmente a Costantinopoli, e continuò a guardare e a tacere. Il bastimento, dopo una breve fermata a Costantinopoli, doveva proseguire per l'Egitto. Il mio incognito andava a veder l'inaugurazione del canale di Suez; io dovevo scendere a Galata. Prima di scendere, gli porsi il mio biglietto di visita; egli mi diede il suo: guardai, c'era scritto: Alexandre Dumas fils. Come si può pensare, feci un atto di meraviglia e di piacere. Egli rimase impassibile. — Au bonheur de vous revoir — mi disse. E mentre io me n'andavo voltandomi indietro per vederlo ancora, egli guardava da un'altra parte col cannocchiale. —

Ho riferito quest'aneddoto perchè l'impressione ricevuta dal mio amico è quella che le opere del Dumas lasciano nella maggior parte dei lettori italiani.

La crudezza con cui esprime certe verità che ci feriscono nel nostro sentimento d'orgoglio umano, la brutalità di chirurgo impassibile con cui mette le mani nelle piaghe che altri suole trattare con pietà delicata, la perspicacia diabolica con cui indovina i segreti più intimi di certe nature mostruosamente inique e corrotte, e quasi la compiacenza feroce con cui li rende; e più di tutto certi tratti indefinibili, che sono nei libri quello che i lampi dell'occhio e i guizzi delle labbra sono nei visi, ci fanno immaginare un uomo rigido e superbo, poco benevolo per i suoi simili, facile alla passione, ma chiuso alla tenerezza, e scettico in fondo; la cui presenza debba agghiacciare la parola in bocca all'ammiratore che gli va incontro con espansione. Anche nei tratti delle sue opere, che ci sembrano riboccanti d'affetto, e che ci commuovono, noi troviamo sempre, esaminandoli, piuttosto l'arte profonda d'un'intelligenza che, indovinando tutte le cause, riesce a ottenere tutti gli effetti, che non il disordine affannoso ed ingenuo che viene dal cuore; e ci piglia il sospetto che egli abbia studiato, come il Goëthe, delle lettere affettuose di sconosciuti, per impararvi il linguaggio dei sentimenti che non provava. Negli stessi suoi scritti d'argomento sociale, diretti a uno scopo generoso e benefico, riconosciamo che v'è largamente tutto ciò che può giovare alla persuasione: chiarezza limpidissima, argomentazione serrata, arte mirabile di presentare le contraddizioni e di valersene, ed eloquenza splendida nell'esporre lo stato delle cose a cui cerca rimedio; ma non quel soffio irresistibile che prorompe dalla pietà ardente e profonda dei dolori e delle ingiustizie, e che vince il cuore prima che la ragione sia vinta. Vi sentiamo fremere più potentemente l'amore artistico della propria idea, che l'amore umano degli oppressi. E quell'apostolato di moralità, di virtù, di dovere, che informa specialmente le sue ultime opere, ci ha piuttosto l'apparenza d'un grande ed onorevole proposito dell'ingegno che intuisce il bene, e se ne fa strumento all'arte; che non la passione intima e schietta d'un'anima che lo ami irresistibilmente. La soddisfazione che ci lasciano nell'animo le opere sue più evidentemente dirette ad un fine a cui anche il nostro cuore e la nostra coscienza consentono, non è mai nè piena ne tranquilla; sempre usciamo dal teatro o chiudiamo il libro con qualche ferita segreta nell'animo; e la nostra immaginazione non ci rappresenta mai, neanche a traverso alle più dolci emozioni provate, un Alessandro Dumas altrettanto amabile che ammirabile.