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Eppure il concetto che ne hanno i suoi amici intimi è assai diverso da quello della più parte de' suoi ammiratori lontani. È un un bon garçon, dicono, senza restrizioni; migliore di suo padre, che nondimeno parve più amabile e fu più amato. Conviene anche dire che è tutt'altro Dumas da quello che fu in giovinezza. Era dissipato, ed ora si vanta d'essere un capo di famiglia esemplare. Della sua vita passata dice egli stesso che non conserva più che i ricordi; e si assicura che fra questi ricordi ce ne sono dei bellissimi, e di molti paesi, e invidiati, e famosi. Ha un sentimento altero di sè; ma non costantemente: solo in certi giorni della settimana, e quando lo stuzzicano. È servizievole con gli amici, dei quali s'asciuga drammi e commedie e romanzi, senza fiatare, ragionando anzi i suoi giudizi in letterine mirabili di stringatezza e di sincerità fraterna, con le quali rivela agli autori i difetti intimi delle opere e le deficienze inconscienti degli ingegni in un modo maestrevolmente scoraggiante. Non pecca d'avarizia, come molti credono, e come forse credeva suo padre quando essendogli stato detto che il figlio scriveva Le père prodigue, soggiunse: — et le fils avare. Non è milionario per gli altri, come disse del padre suo egli medesimo, ma è caritatevole, e soccorre in particolar modo i letterati e gli artisti poveri, ricordandosi d'aver vissuto i suoi primi anni in quella Bohême, che ora brulica a cento gran cubiti sotto i suoi piedi; sebbene non sia facile ingannarlo col pretesto della beneficenza. L'accusarono d'ingratitudine verso suo padre, per qualche parola che gli sfuggì sulla trascuranza in cui fu lasciata la sua prima educazione; ma è un'accusa ingiusta. Egli dichiarò sempre che non s'è sentito qualcosa se non quando s'è paragonato fuori di casa sua. L'apologia che fece del padre nella prefazione al Fils naturel, dove respinge sdegnosamente la lode di coloro che lo mettono al di sopra dell'autore d'Antony, è una delle poche cose in cui si senta veramente palpitare il suo cuore. Egli parla di suo padre ad ogni proposito. Tutti gli aneddoti che possono riuscire ad onore del suo cuore, della sua vita e del suo genio, li ha continuamente sulle labbra, e li abbellisce sovente, e si dice anche che ne inventi. Si sa invece che suo padre era leggermente geloso di questa gloria che gli cresceva in casa, dovuta a facoltà tanto diverse dalle sue. La sera della rappresentazione di Madame Aubray, a un suo amico che gli lodava calorosamente il dramma del figliuolo, rispose di malumore: Sì, bene, c'è dell'osservazione; mais comme théâtre, enfin, qu'est-ce qu'il y a? — Lo difendeva con affetto quando altri gli dava addosso; e quando lo lodavan troppo, s'impazientava. Chi ha conosciuto l'uno e l'altro, pure riconoscendo la generosità splendida del padre, e l'immensa simpatia che ispirava, gli antepone come carattere saldo, come cuore sicuro alla prova, come coscienza, infine, il figliuolo. I suoi antichi compagni di collegio, migliori giudici dei nuovi amici, sono concordi in questo giudizio. Il convittore Dumas, quindicenne, aveva uno sconfinato entusiasmo per il papá. Non ammirava altri e non parlava d'altro. Grazie a lui, tutto il collegio conosceva un mese prima dell'Europa l'intreccio dei drammi e dei romanzi del grand'Alessandro, e ne leggeva dei brani manoscritti sui banchi della scuola, dietro ai vocabolarii. Un giorno che per la partenza improvvisa del Dumas padre dalla Francia, si credette che fosse stato bandito da Luigi Filippo, il figliuolo ne fu desolato; e i colleghi, per consolarlo, rappresentarono nel cortile un dramma improvvisato, nel quale il re dei romanzieri era coronato di gloria, e il re dei borghesi faceva una pessima figura. Ho visto delle lettere scritte in quel tempo dal piccolo Dumas ai suoi compagni, piene di fantocci, di capricci calligrafici e di buffonate; ma cordialmente espansive, e piene d'un sentimento d'amicizia rarissimo nell'adolescenza. Lo strano è che il Dumas, nel collegio, non diede segno nè d'amore allo studio, nè d'ambizione, nè d'ingegno più che ordinario, nemmeno in letteratura. Non solo non era fra i primi, ma neanche fra i secondi. Se aveva un'ambizione, benchè non studiasse, era di diventare un giorno un erudito, e anche più che un erudito, un bibliotecario. Come scrittore si considerava naturalmente assorbito e annientato da suo padre. Viveva in lui e di lui, gli bastava la gloria paterna, gli pareva che ne sarebbe vissuto lietamente e tranquillamente per sempre. E i suoi grandi trionfi erano quando suo padre veniva a visitarlo al collegio, e professori, scolari, assistenti, inservienti, tutti saltavano su, come scossi da una scintilla elettrica, per vedere un momento dalle finestre e dagli spiragli degli usci quel mago, quel colosso, quel glorioso testone scarmigliato, che empiva il mondo della sua fantasia.

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Ora l'antico aspirante bibliotecario è uno degli scrittori francesi più divulgati nel mondo, ed anche uno di quelli di cui Parigi s'occupa più curiosamente, e per la singolarità del suo carattere, e perchè attira l'attenzione pubblica come autore drammatico, come polemista nelle più ardenti quistioni sociali, come amatore dispendioso delle belle arti e come gentiluomo ospitale. Quanto alla sua fortuna, basta dire che in non più di sette anni, ossia dopo il Monsieur Alphonse, che pure è già una commedia della decadenza, il solo teatro gli fruttò poco meno d'un milione, di cui deve la quinta parte all'Étrangère, che non ebbe un grande successo, e alla ripresa del Demi-monde. Oltrechè ha un diritto raguardevole sui cento mila esemplari delle opere di suo padre che si stampano ancora annualmente in Francia per ispanderle a traverso a tutti i continenti. Con tutto ciò non vive sfarzosamente: non ha le manie principesche di suo padre. Sta nell'Avenue de Villiers, dove stanno pure il Meissonier, il Gounod e Sara Bernhardt, in una casa propria, graziosa, ma non splendida, fiancheggiata da un giardino semplicissimo, senz'aiuole e senza sentieri, disposto così perchè la sua Jeannine vi possa scorazzare liberamente; in fondo al quale c'è una casa campagnuola d'Alsazia, ch'egli comprò bell'e fatta all'Esposizione del 1878, per mettervi i quadri che non entravano più nelle sue sale. Nella sua casa non c'è di grandioso che lo spazio. Anch'egli sente quel bisogno d'aria viva, di larga respirazione, di libertà di mosse e di passi, per cui suo padre stava in maniche di camicia dalla mattina alla sera, e riceveva le visite in una toilette da fornaio. Non tiene carrozza: la stessa signora Dumas, quando deve uscire, fa venire modestamente alla porta un umile fiacre inzaccherato, che farebbe fremere l'ombra di suo suocero. La villetta dove vanno a passar l'estate non è più magnifica della casa in città. L'unica ricchezza della casa sono le opere d'arte. Contro alle pareti s'innalzano statue e bassorilievi di grandezza naturale; busti di marmo e bronzi ad ogni angolo; e quadri innumerevoli, fitti, che si toccano dai pavimenti alle vôlte, nelle sale di ricevimento, nelle stanze da letto, nelle stanze d'entrata, sui pianerottoli, per le scale, ammonticchiati sui tavoli, ritti sui cassettoni e sui caminetti, appoggiati alle spalliere delle seggiole, fin nei cantucci più oscuri dove bisogna guardarli col lume, fin sui battenti delle porte: quadri di tutte le grandezze e di tutti i generi, di pittori famosi e di genii divinati da lui, paesaggi, madonne, belle donne nude — belles bêtes, com'egli le chiama, — e paesaggi misteriosi che predilige, e scenette arrischiate che tiene al buio, e caricature d'ogni specie; fra cui brillano qua e là gli acquerelli che regala il Meissonier alle sue figliuole per il giorno onomastico, e i cavallini e le porte orientali del Pasini: tanti quadri per un milionetto e mezzo, a quel che si dice. E più bella di tutte è la sua stanza di studio, dove si fanno riscontro il famoso ritratto di lui, fatto dal Meissonier, e un busto in marmo di sua moglie, bellissimo, in mezzo a una corona di grandi tele; — una vasta stanza a terreno, che dà sul giardino, piena di luce, con un enorme tavolo verde nel mezzo, sparso di penne d'oca spuntate e smozzicate coi denti nella furia del lavoro. Tutta la casa nel suo ricco disordine artistico, nello stesso tempo semplice e pomposo, ha non so che aspetto di grandezza, che ispira rispetto; e v'aggiungono molto le immagini e i ricordi del padre colossale, che vi sono profusi. Sopra un tavolino della sala di studio c'è una collezione di mani di donne, di bronzo e di terra; mani piccolissime e delicatissime di patrizie oziose, mani robuste d'artiste, mani pienotte di belle mondane che debbono aver trattato l'ago prima di portare gli anelli ingemmati; mani che, in altri tempi, han forse palleggiato il cuore di chi le fece modellare; e in mezzo a tutte queste manine, spicca, o piuttosto regna, come la destra d'un sultano, la mano del Dumas padre, quella bella e strana mano, dalle dita delicatissime, che rappresentano, secondo la fisiologia del figliuolo, la finezza delle sensazioni artistiche, e dalla palma larga ed atletica, che esprime la potenza dell'esecuzione. Oltre alla mano, ci sono qua e là delle immagini di quel largo viso di papà possente e sereno; vecchi libri suoi; manoscritti a caratteri di scatola, e la collezione enorme dei suoi volumi legati e dorati, che fanno scintillare della sua gloria un'intera parete. E uscendo dalla sala di studio, si trova in faccia alla porta, in un corridoio semiscuro, sopra un alto piedestallo, un busto enorme del gran romanziere, di marmo bianco come la neve, d'una rassomiglianza da sbalordire, con un sorriso parlante sulle labbra e negli occhi; — il quale, rischiarato com'è da una parte sola, da un raggio che vien dall'alto, — ha una tale apparenza di vita, a vederlo così all'improvviso, che fa l'effetto dell'apparizione d'un fantasma, o piuttosto del padre Dumas in carne ed ossa, risorto allora allora per ricominciare il suo lavoro titanico interrotto da uno sbaglio della morte.

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Qui il Dumas figlio passa le sue mattinate di lavoratore. Prima di giorno è su, d'inverno come d'estate; le lettere che ricevono i suoi amici nella giornata son tutte state scritte al lume della candela, mentre essi dormivano. Lavora di nervo fino a mezzogiorno, e a mezzogiorno la sua giornata di scrittore è finita. Passa il dopo desinare a cavallo nel Bosco di Boulogne, o negli studi dei pittori, e una volta la settimana ha in casa a pranzo una brigata d'amici, la più parte scrittori ed artisti, a cui profonde fra la minestra e le frutta un tesoro di frizzi, d'aneddoti, di epigrammi politici, di giudizi letterari nuovi ed arguti, che girano poi di bocca in bocca, e si spargono pei giornali e pel mondo. In casa sua è uno scampanellìo senza fine: il servitore che porta le imbasciate potrebbe essere sostituito da un automa a movimento perpetuo. Il direttore di teatro s'abbatte sull'uscio nel bohémien senza camicia, il commediografo principiante nello straniero curioso, il giornalista nel pittore, il tipografo nell'attore drammatico spigionato. Ed è poca cosa l'affluenza delle persone in confronto a quella delle lettere, una gran parte delle quali sono dirette a lui come patrocinatore del divorzio, e grande avvocato di tutte le quistioni che si riferiscono alla famiglia, alla donna, all'amore: lettere di malmaritate di tutti i paesi che gli domandano consigli per la separazione; di mogli pericolanti che invocano il soccorso d'un avvertimento paterno; di ragazze di collegio che chiedono suggerimenti intorno alla scelta del marito; di figliuoli illegittimi che gli raccontano la loro storia; di teste matte d'ogni tinta che gli propongono i più strampalati problemi sociali e psicologici; ed egli risponde qualche volta, quando la lettera lo fa pensare, e la risposta è difficile; e altre volte s'impazienta, e butta ogni cosa nel cestino. Così passa la sua vita tra il lavoro, gli amici e l'immenso pubblico sconosciuto, sotto una pioggia di biglietti di visita e di biglietti di banca, incensato, invidiato, seccato, portando con eguale vigore i suoi cinquantasei anni e l'eredità enorme del nome paterno, in mezzo alla grande città che lo ammira e lo maligna e gli chiede pascolo continuamente alla sua curiosità febbrile di regina annoiata.

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La figura del Dumas figlio è una delle più strane e delle più degne di studio che possa desiderare un ritrattista letterario. A primo aspetto, è il Dumas dei ritratti fotografici, che tutti conoscono: molto alto di statura, membruto, ma non grasso, benchè abbia un po' di ventre; anzi di forme piuttosto asciutte e svelte, messe in evidenza da un portamento diritto di soldato; una grossa testa, calva sul davanti, con una corona folta di capelli grigi e crespi, che gli stan tutti tesi all'indietro, come se fossero spinti dal vento; i lineamenti del viso bruno terreo, regolari, ma arditi, e l'occhio grande, chiaro e freddo, di cui lo sguardo fa l'effetto dell'interrogazione d'un giudice mal prevenuto. Di viso somiglia un po' al padre, fuorchè nell'espressione degli occhi, che è meno benigna, per non dir punto, e nel contorno, che è più oblungo. Veste trascuratamente, come l'autore del Montecristo. — Questo è il Dumas del primo aspetto. — Cambia affatto quando apre la bocca; il suo primo sorriso produce una vera meraviglia. — Perdio — esclamai dentro di me — è un negro! — Tutta la parte inferiore del viso, la sporgenza delle labbra, i denti, il mento, sono assolutamente d'un negro: s'indovinerebbe alla prima, non sapendolo, che c'è entrato del sangue nero nella sua famiglia. E non solo nella parte inferiore del viso; c'è qualcosa nella forma allungata del busto e nella struttura delle gambe, e più di tutto negli atteggiamenti, nel modo di distendersi e di contrarsi, e in una certa snodatura strana di tutta la sua persona, che ricorda in un modo singolarissimo i movimenti e le positure feline della razza nera. Mi richiamò alla memoria un ufficiale mulatto degli spahis, che avevo visto all'Esposizione, disteso sopra una panca d'una trattoria. Anche la sua voce ha non so che di inaspettato, d'esotico, che stupisce alle prime parole, come una voce alterata di proposito. Tutta la sua persona, fuor che i piedi piccolissimi, ha qualcosa di rude e di austero, come d'un uomo altrettanto esercitato agli strapazzi del corpo che alle fatiche della mente. L'ingegno è tutto nella fronte ampia e curva, e in quel grande e terribile occhio bigio, che con uno sguardo par che abbia bell'e scrutato, pesato e giudicato il vostro cervello e il vostro cuore, e, quel che è peggio, senza lasciar indovinare la sentenza. E più strano dello sguardo è il riso, o piuttosto la risata. M'avevano detto giustamente che ha conservato il suo riso di monello di quindici anni, se non proprio nell'espressione della fisionomia, almeno nell'atto. Improvvisamente da una gravità accigliata e imperiosa prorompe in uno scoppio di risa, come se avesse inteso la più spropositata sciocchezza, e ridendo, scrolla le spalle, incurva la schiena e si tura la bocca con la mano, come fanno i ragazzi per non farsi scorgere dal maestro: poi si ricompone tutt'a un tratto, come uno scolaro colto in flagranti. E ha dei gesti risoluti e taglienti, come se segnasse la cadenza di certe parlate fulminanti delle scene capitali dei suoi drammi; e tronca bruscamente la gesticolazione per sprofondare le mani nelle tasche, come per dispetto d'essersene troppo servito. È una strana persona, in somma, un misto bizzarro d'artista e di colonnello di cavalleria, di avvocato fiscale e di gentiluomo sans façons, di giovinetto e di vecchio, di parigino e d'africano, che quando s'è visto non desta meno curiosità di quella che s'aveva prima di vederlo, e lascia molto incerti sul sentimento che ispira.

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E la sua maniera di conversare? È difficile ritrarla. Bisogna immaginare una mente aperta da mille parti, che coglie a volo ogni idea propria o d'altri, con una sollecitudine febbrile, per farne nascere una discussione, o almeno un contrasto momentaneo, se altro non è possibile, di sentimenti e d'opinioni; che sopra ogni più sfuggevole argomento vuol formulare un giudizio che colpisca l'immaginazione e si fissi nella memoria; che ad ogni sentimento che altri esprima passando, s'arresta per frugarvi dentro, e non è soddisfatto fin che non l'ha rovesciato; che nota tutto, s'interessa a tutto, e volta e rivolta in mille modi tutte le idee, con una specie di curiosità inquieta, come se sospettasse in ciascuna un tesoro nascosto d'altre idee, che gli si volessero sottrarre; che a proposito d'ogni soggetto, ha pronto un aneddoto nuovo e concettoso, pescato in un pelago immenso di ricordi di gente e di casi infinitamente diversi; che passa da una ad un'altra quistione toccandone rapidissimamente altre dieci, come fa il suonatore sui tasti del pianoforte, e dice su ciascuna una parola che fa venir sulle labbra mille interrogazioni impazienti; che dall'esposizione, per esempio, d'un suo possibile romanzo su Gesù Cristo, intercalata d'interminabili citazioni d'evangeli, d'epistole apostoliche, della bibbia, dei santi padri e dei libri sacri indiani, salta a ragionare dell'Alsazia e della Lorena, per schizzare a tratti da maestro una bizzarra caricatura del principe di Bismarck; il quale lo conduce a fare un pronostico fantastico sull'avvenire del popolo ebreo, dopo aver strozzato in cinque periodi la storia delle sue vicende politiche; da cui scende a trinciare alla svelta una quistione di frenologia; e poi a crivellare d'epigrammi la lettera del Rochefort, pennelleggiando di passata Leone Gambetta; il quale gli rammenta l'Accademia, che gli dà il destro di definire con poche parole colorite e profonde il magistero dello stile del Rénan; al che fa seguire una comparazione minuta e tecnica fra la pittura del Meissonier e quella del Dupré, per trascorrere poi ad una discussione filologica, e ricascar daccapo nella politica. E tutto questo nel giro d'un ora, detto a frasi nette e risolute, a proposizioni scintillanti, che par che gli scattino dalla bocca, serrate l'una all'altra come anelli d'acciaio, interrotte soltanto di tratto in tratto da uno di quei cachinni strani, che muoiono all'improvviso, come recisi d'un colpo, e accompagnate da un continuo e furioso sfruconare di molle nel caminetto, che solleva un nuvolo di cenere e di scintille ad ogni sentenza. Ma come si rivela l'ingegno irresistibilmente drammatico in ogni suo ragionamento! Mentre esponeva il concetto del suo romanzo su Gesù Cristo, per cui doveva citare personaggi e avvenimenti e giudizi, tutto si faceva dialogo e dramma nel suo discorso; d'ogni cosa parlava come se l'avesse vista e sentita; e ragionava delle persone con un tono di famigliarità curiosissimo come se fosse vissuto tra loro, e avesse egli primo e solo scoperto in tutti chi sa che segreti; e faceva, a sostegno delle sue opinioni, delle osservazioni psicologiche sottili e maliziose sopra ciascun carattere, toccandosi un occhio col dito, con l'aria di dire: — Ho indovinato tutto. — Si capiva che quegli avvenimenti l'attraevano più come un grande dramma che come una grande quistione. In fondo la sua idea è quella dello Strauss, benchè basata sopra argomenti ch'egli crede suoi propri; e ciò vuol dire che è già molto lontano dalla professione di fede che fece nell'Homme femme, e che ogni influsso del suo amico Dupanloup è svanito nell'anima sua. La qual cosa non deve stupire, perchè la sua mente s'avanza, retrocede, serpeggia, è sempre in movimento, come il suo corpo, e muta di continuo come il suo viso. Dice egli medesimo che ha bisogno di questo lavorìo incessante del cervello perchè l'inerzia intellettuale lo gitta immediatamente nella tristezza. Quando rimane per qualche tempo in silenzio, gli si vede in viso che rumina dentro al suo pensiero, che cerca qualche cosa da sviscerare e da discutere, e che s'impazienta se non lo trova. Cento espressioni diverse gli passano sulla fronte e negli occhi anche durante una breve conversazione: prima è sereno, poi triste, poi sereno daccapo, poi stizzito, poi pensieroso e inquieto: somiglia al cielo d'Olanda in un giorno d'autunno. Quand'è allegro, gli si vede come un fondo di tristezza a traverso all'allegria; e non è mai tanto triste, da non lasciar capire che la sua tristezza durerà poco. Per ciò si prova qualche incertezza stando con lui; non si sa bene con quale s'abbia a che fare veramente, dei molti Dumas che si manifestano a volta a volta sulla sua faccia, e spariscono. Non dura cinque minuti in stato di riposo: incrocia le braccia sul petto, le scioglie per passarsi una mano sulla fronte, incrocicchia le dita sul cocuzzolo, si tormenta i pollici colle unghie e coi denti, s'abbraccia ora un ginocchio ora l'altro, e si distende e s'incartoccia, rivoltandosi continuamente a destra e a sinistra, che par perseguitato da uno sciame di vespe invisibili. Ogni pensiero che gli spunta nel capo gli dà un riscossone, come una scintilla elettrica, che lo costringe a cambiare atteggiamento. Sembra che l'epigramma mordente, la sentenza arrischiata, il paradosso, la frase brutale con cui mette a nudo il basso interesse che cova sotto il sentimento gentile, rispondano a un suo bisogno fisico più che non siano un'espressione schietta del pensiero e dell'animo suo; e che il parlare in quella forma sia per lui un modo voluto di sfogare non so che irritazione sorda del sangue, che non è sua natura, ma sua malattia, e ch'egli sfogherebbe meglio, se potesse, sbriciolando tutto quello che gli viene alle mani.