Si quetò un poco facendo vedere la sua pinacoteca. Ritto davanti ai suoi paesaggi preferiti, col gomito destro nella mano sinistra, e l'altra mano sul mento, dicendo le immaginazioni che gli destavano in capo certi orizzonti oscuri di campagne solitarie, flagellate dal vento, pareva un altro Dumas: il suo viso si rasserenava, la sua voce si raddolciva, e le parole, invece di scattare, colavano. Si raddolcì specialmente, e mutò quasi aspetto, tratteggiando il carattere nobile e modesto d'un pittore suo amico, grande d'ingegno, ingenuo di modi, semplice come un fanciullo, pieno di cuore e d'entusiasmo, e pure timido, inconsciente del suo valore, facile all'ammirazione di tutto e di tutti, e buono e dolce come un santo in ogni atto e in ogni parola: non si può dire la delicatezza delle espressioni, il buon sorriso di fratello con cui il Dumas ne ritrasse l'indole e ne raccontò la vita. Sempre discorrendo, girò di sala in sala, salì e discese per scale a chiocciola coperte di tappeti, staccò quadri, smosse dei mobili per far vedere le tele mal collocate, camminando sempre a passi rapidi, curvandosi e rialzandosi con la snellezza vigorosa d'un ginastico, e dicendo dinanzi ad ogni quadro una parola vibrata e pittoresca, che lo definiva e lo giudicava. E intanto io dicevo all'orecchio dell'amico che m'accompagnava: — Mi pare d'aver visto dieci Dumas —, ed egli mi rispondeva: — ne vedreste trenta, se restaste con lui tutta la giornata. — E poi si ridiscese in mezzo ai libri, dov'egli ripigliò la sua conversazione saltellante dall'arte alla politica, alla religione, alla storia, ragionando a botte da maestro di scherma e stropicciandosi le mani e la testa con la solita febbre; finchè improvvisamente apparve l'undecimo Dumas, che fu il più geniale e il più artistico di tutti.
Il discorso cadde sulla sua Jeannine, l'unica figliuola che gli rimanga in casa, essendosi maritata poco tempo fa la maggiore, che si chiama Colette. La signorina Jeannine ha tredici anni, ed è cresciuta, in un anno, di sedici centimetri. Fu amabile veramente il Dumas quando si mise a descrivere, com'egli sa descrivere, quella cara grandigliona d'una bambina, venuta su all'improvviso, e rimasta sottile sottile, che spenzolava da ogni parte, nei primi mesi della crescenza, come un fiore dondolato dal vento, sempre con quel bocciuoio di testina bionda ripiegato sopra una spalla, a cagione della tenuità dello stelo, tanto che suo padre doveva rialzarla ogni momento, come un giardiniere amoroso, e rimetterla ritta contro lo spalliera della seggiola, con una carezza sotto il mento. Poi cominciò a raccontare tutti i suoi miracoli di precocità intellettuale, le sue uscite comiche, le sue ragioni di donnina, e certi suoi impeti d'eloquenza fanciullesca contro la tristizia del mondo, con una grazia così affettuosa d'accenti e di gesti, da parer strano che fosse lui proprio quello spietato anatomista dell'anima umana, che immaginò la perfidia della Femme de Claude e l'anima fracida del duca di Septmont. Tutto ad un tratto cessò di parlare, e gli brillò sul viso il più dolce dei suoi sorrisi africani. Mi voltai e vidi la deina della casa, tutta vestita di rosso vivo, alta alta e leggera da smoverla con un soffio, con un visetto di bambola grazioso e ridente, con certi attini di capo da rondinella, e una voce che pareva il mormorio d'un filo d'acqua: un abbozzino di damigella, insomma, ancora tutta odorosa d'infanzia, lunga ed esile come un'ode in versi quinarii. Ma suo padre la presentò come un poema. Ed è infatti il suo amore e la sua alterezza. Essa gli riempie la casa dello svolazzo vermiglio della sua vestina e del suo sfringuellìo di scolaretta, e tempera così l'irrequietezza tormentosa del suo spirito, troppo lucido contemplatore delle verità tristi della vita. Forse noi dobbiamo a lei, o le dovremo, qualche bella scena di commedia e qualche bella pagina di romanzo, che sarà scritta su quel gran tavolo verde, all'eco della sua voce. E se ciò non fosse, le dovremmo almeno questo piacere: di poter mettere una sfumatura color di rosa sopra il ritratto di suo padre.
***
Ad Alessandro Dumas figlio fa un contrasto singolarissimo Emilio Augier. Questi è tutto francese, anzi genuinamente parigino, anche d'aspetto. È alto egli pure, benchè un po' meno del Dumas; ha una corporatura possente ed elegante di gentiluomo vissuto fra le armi, e una testa all'Enrico IV; è bello, gaio, buono, sempre d'un umore, e porta la sua celebrità non come un manto, ma come un fiore all'occhiello. Ora non è più l'Augier d'una volta; non perchè sia molto invecchiato, ma perchè s'è quetato. Chi lo conobbe nel suo buon tempo, quando aveva una bella capigliatura nera e inanellata, e le guancie rosee, dice ch'era un uomo veramente seducente; d'un umore non solo allegro, ma gioioso; una natura felice e straripante, piena di quella bella baldanza giovanile, che, invece di offendere, affascina, perchè non nasce da orgoglio, ma da esuberanza di vita e di contentezza. Era il Francesco primo della letteratura, dicono; un'anima ardita, brillante e amorosa; un misto mirabile, come fu detto delle sue commedie, d'esprit et d'âme, d'émotion et de gaîté; amato dagli amici, adorato dalle donne, prediletto dai grandi, cercato e festeggiato da tutti e da per tutto; che portava, dovunque apparisse, un soffio ardente di gioventù e di piacere, e passava la vita in mezzo agli applausi, alle risa, ai baci, agli onori, alle invidie, tutto superando e dominando con la sua gagliarda natura di colosso benigno, alto tanto da poter camminare a traverso a tutti i piaceri e a tutte le miserie del mondo, tenendo sempre la fronte nell'arte.
A un certo punto scomparve dalla festa, e diventò il più raccolto e il più casalingo dei poeti drammatici. Quello che si vede ora è un secondo Augier, a traverso al quale traspare ancora il primo, ma vagamente, come certe scene luminose di teatro dietro a quei teloni sottili che scendono improvvisamente sul palcoscenico, trasportando gli spettatori dal tumulto d'un ballo nel silenzio d'una casa privata. A vederlo ora nel suo bel salotto di via di Clichy, affondato in una grande poltrona, vestito alla diavola, con la sua gran testa calva, rosso nel viso, grasso, con gli occhi un po' rimpiccioliti, e pieni di dolce quiete, con quel sorriso benevolmente canzonatorio, con quei gesti larghi e riposati, ha l'aria d'un buon borghese opulento, d'un buon padre di famiglia che abbia dato un collocamento onesto a tutti i figliuoli, e non faccia più altra parte al mondo che quella di spettatore soddisfatto. Ma s'indovina ancora della forza sotto a quella quietudine di giubilato, e si capisce alla prima che non è la giubilazione d'un segretario invecchiato tra i protocolli, ma il riposo d'un generale d'armata, un po' strapazzato dalle campagne, ma pronto a rimontare a cavallo, se la necessità si presenta o il capriccio lo piglia.
Eppure, nonostante la sua bella testa, c'è non so che nel suo aspetto che non corrisponde intieramente all'immagine che ci formiamo dell'Augier. È lui; ma non tutto. Non si direbbe, vedendolo, che sono opera sua i grandi colpi di scena di Diane, gli slanci terribili di passione di Paul Forestier, la disperazione straziante del Pommeau nelle Lionnes pauvres, e quelle anime dannate del D'Estrigaud e d'Olympe, e tutte quelle scene potenti che mettono i brividi nelle ossa, e nello stesso tempo suscitano e comprimono un'onda di pianto ardente nel cuore. Pare che debba averle scritte un altro Augier, nascosto in lui, che salti su e si manifesti solamente nelle grandi occasioni. Quello che si capisce subito dal suo viso è il signor Poirier, il signor Maréchal, il signor Fourchambault, il signor Adolfo di Beaubourg, il marito di Gabriella, il fratello dell'Avventuriera; sono i suoi padri di famiglia, buoni e galantuomini in fondo, benchè con qualche baco nella coscienza, i suoi giovanotti cavallereschi che vogliono arruolarsi negli zuavi quando scuoprono una macchia nella famiglia, le sue ragazze ricche che cercano l'amore d'un povero, i Piladi affettuosi e devoti dei suoi Oresti imprudenti; ed anche la cura amorosa e paziente con cui ha cesellato i suoi dialoghi, così squisitamente arguti e prettamente francesi, — i suoi bei distici limpidi e facili, — quella schietta vena di poesia che si fa sentire senza farsi vedere, — il buon senso, insomma, il buon gusto e i buoni versi, come gli dissero all'Accademia, — e quell'aura di onestà, di bontà e di gentilezza che spira da un capo all'altro delle sue commedie, siano gaie o tristi o terribili, e che conforta il cuore, come l'eco d'una musica sommessa che ci giunga all'orecchio insieme alle parole dei personaggi.
Quella bella e quasi famigliare spontaneità che è nella sua poesia, è pure nella sua indole e nei suoi modi. Non si può immaginare una garbatezza più amichevole della sua nel ricevere gli sconosciuti. Verrebbe tanto naturale, dopo essere stati un quarto d'ora con lui per la prima volta, di dire al primo incontrato: — Sono stato dall'amico Augier. — L'alterezza non sarebbe in lui che un giusto sentimento di sè; ma per trovargliela, come dicono i suoi amici intimi, bisogna andargliela a cercar coll'uncino proprio in fondo all'anima, sotto a un tesoro di bonarietà e d'indulgenza. Mai al mondo si penserebbe, a sentirlo discorrere così pacatamente, come un buon massaio, di mille bazzecole di casa, voltandosi ogni momento a domandare il parere alla sua signora, bella ancora d'una certa bellezza amorevole e placida, benchè poco meno attempata di lui, che quell'onesto e assennato capo di casa, porta intorno alla testa la gloria più difficile, più invidiata, più smaniosamente e tormentosamente cercata nel campo immenso dell'arte. Egli ama la quiete del suo guscio, i suoi buoni comodi, e come disse nelle sue belle poesie Les pariétaires:
Un foyer où pétille un fagot de genêts,
De la bière, une pipe, et, dessus toute chose,
Des compagnons qu'on aime, avec lesquels on cause