Bien avant dans la nuit, le pied sur les chenets;

e le cenette senza chiasso, la musica del Rossini, i paesaggi del Vatteau, e i buoni incassi dopo i buoni successi, e la gloria, senza dubbio, ma un po' da lontano, senza sentirne i fumi e i clamori. Le commedie che fece con la collaborazione di qualche amico, le immaginò e le discusse quasi sempre accanto al fuoco, coi piedi sugli alari, contento di veder biancheggiare a traverso ai vetri il tetto della casa vicina, carico di neve. La sera, mentre i teatri di Parigi, di Vienna, di Roma, di Londra, di Madrid, risuonano tutti ad un tempo, come accade non di rado, degli applausi provocati dalle sue creazioni, egli è là nel suo cantuccio, insaccato in un giacchettone da padre nobile, che gioca beatamente alle carte con madama Emilio Augier, appassionandosi nei momenti critici, come se giocasse un atto di commedia per partita, secondo l'uso di Ulisse Barbieri. E tutti i suoi gusti sono semplici ad un modo. Fino a due anni fa ebbe la passione delle pipe, e ne possedeva una grande collezione, che andava annerendo amorosamente, tutte ad un tempo, mediante una ripartizione sapientemente regolata dalle sue cure.

Ma benchè paia così tutto di casa, e quasi incurante della sua gloria, sente però gentilissimamente le testimonianze d'ammirazione delle persone più umili, e preferisce appunto quelle soddisfazioni d'amor proprio, alle quali pare che dovrebb'essere più indifferente. Lo rallegra per tutta una serata una bambina di dieci anni che gli dice ingennamente: — Sapete, père Augier, mi piace molto Maître Guérin; — e lo sguardo curioso e affettuoso dello straniero che lo vede per la prima volta gli fa splendere negli occhi una bontà e una contentezza d'artista di vent'anni, accarezzato dalla prima lode. Bisogna vedere con che compiacenza, come se fosse una cosa straordinaria per lui, mostra l'album di fotografie dei Fourchambault, che gli mandò il Pietriboni, e che egli tiene sul tavolino del salotto. — Questi sono capocomici gentili — dice; — in Francia, invece, mi fanno fischiare,... come a Lione. — Ma i fischi di Lione non devono aver turbato menomamente i suoi placidissimi sonni. Egli ha l'aria d'un uomo che non abbia mai sentito certi dispiaceri per una specie di pigrizia del cuore che non voglia scomodarsi nè per le gioie nè per le noie. Una voluttuosa pigrizia è il fondo della sua natura. È strano a dirsi, mentre son là otto volumi di commedie, in ciascuno dei quali son condensati otto romanzi, e che portano tutti l'impronta d'un lavoro accuratissimo d'intreccio e di stile. Eppure è così: non è un lavoratore di istinto. Ogni sua produzione teatrale è stata un gigantesco sforzo della sua volontà contro la sua natura, tanto che anche nel tempo della sua maggiore operosità intellettuale, dovette sempre, per riuscire a fare una commedia, cogliere a volo il momento più favorevole, afferrarvisi con tutte le forze, tremando che gli sfuggisse, e da quel momento lavorare con l'arco dell'osso fino alla fine, senza arrestarsi mai, per mesi e per mesi, di notte e di giorno, mangiando a scappa e fuggi, non vedendo nessuno e non udendo parlar d'altro, come un recluso o un maniaco; poichè sapeva certissimamente che la violenza che avrebbe dovuto fare a sè stesso per rimettersi al lavoro dopo una sola giornata di sosta, sarebbe stata superiore alle sue forze. — Per poter fare una commedia — dice — ho sempre dovuto seppellirmici dentro. — Si stancava; ma quand'era stanco, l'eccitavano il tabacco e la musica. Disteso sopra un canapè, con la testa appoggiata sulla spalliera, e lo sguardo vagabondo dietro ai nuvoli del fumo, mentre le sue sorelle, nella stanza accanto, suonavano sul pianoforte la sua musica prediletta, in uno stato così di mezza ebbrezza e di abbandono, egli fantasticava le più belle scene del Figlio di Giboyer e della Pierre de touche, e quando sentiva l'idea matura, saltava a tavolino e ci rimaneva delle mezze giornate senza alzare la testa. Quando poi aveva terminato, si abbandonava per parecchi mesi a un ozio beato, non turbato neppure dalla lettura della gazzetta, al piacere delle passeggiate senza scopo e delle chiacchierate capricciose e interminabili con gli amici intimi, e cercava continuamente d'illudersi che quel paradiso dovesse durare per sempre; e lo atterriva l'idea di dover presto o tardi ritornare alla catena dell'arte. Senonchè questa maniera di lavorare gli fece danno, specialmente agli occhi, tanto che ora non può più lavorare che la mattina di levata e per non più di due ore. — Nondimeno — egli dice, — provate a lavorare anche due sole ore, ma di seguito, e ogni giorno impreteribilmente; rimarrete meravigliati di quanto avrete fatto in capo a un mese. Una gran parte di lavoro, in quelle grandi sfuriate, va perduta; mentre quel che si fa in due ore, a mente fresca, è tutto lavoro che rimane. — Ma anche nei tempi andati, durante quelle lunghe fatiche non interrotte, egli ebbe sempre un modo quieto e per così dir composto di lavorare. Ha fatto violenza ai suoi nervi piuttosto che al suo ingegno. Ne forçons pas notre talent, è la massima a cui s'è sempre attenuto. Mettendosi a scrivere una commedia non s'è mai proposto di far meglio che pel passato, ad ogni costo, come molti si propongono; ma semplicemente di far bene, senza stimolarsi coi confronti, che turbano sovente e fuorviano. Non volle mai pigliare il suo soggetto con un assalto furioso; ma così, a poco a poco: tender prima l'orecchio ai suoni sparsi ed incerti dell'ispirazione, che sono come un preludio lontano dell'opera; girare lentamente intorno alla idea ancora confusa, per scoprirne l'una dopo l'altra tutte le faccie; tentare e ritentare le difficoltà, senza impazientarsi degli esperimenti inutili; sforzarsi di mantenere la mente serena, per quanto è possibile, anche quando l'animo è agitato; e non arrischiarsi mai in una parte vitale e pericolosa del lavoro prima d'aver preparato coscienziosamente tutti i mezzi necessarii a riuscirvi. — La contemplazione tranquilla del proprio argomento, come diceva il Manzoni. — Così non ha mai molto corretto perchè prima di scrivere ha sempre molto voltato e rivoltato nella mente l'idea, la frase e la parola.

Ma nel corso del lavoro, lo confessa, il suo più potente stimolo è sempre stato l'idea dell'infinita consolazione che avrebbe provato terminando. E scherza sovente su questa sua pigrizia, molto lepidamente. Passò cinquant'anni della sua vita, per esempio, senza aver visto un'aurora. Un giorno finalmente disse a sè stesso: — In questo stato non si può durare. Invecchio. Andarmene senza aver visto uno spettacolo di cui si raccontano tante meraviglie, sarebbe un obbrobrio. Bisogna vedere una aurora. — E si mise a fare delle démarches per procurarsi questa consolazione. Ma fu sempre disgraziato. Salì due volte sul Monte Righi, e ci trovò due volte una nebbia che s'affettava; si levò presto in campagna e fu ricacciato in casa dalla pioggia; fece la sentinella molte volte, come guardia nazionale, nel Bosco di Boulogne, durante l'assedio, nelle prime ore della giornata, e gli toccò sempre un cielo da venerdì santo. Cominciava a disperare della riuscita, e n'era addolorato e avvilito. Finalmente, poche settimane fa, viaggiando per strada ferrata, vide per la prima volta un'aurora. — C'etait joli, en effet; — ma può dire d'essersela guadagnata. Ne fa anche un po' di caricatura di questa pigrizia, qualche volta. Ho riso di cuore dello sguardo compassionevole che diede a un amico, il quale esclamava entusiasticamente: — Ah il lavoro è la gioia, è la vita! —, e dell'accento comico con cui gli domandò: — Ma... lo dite sul serio? — Certo, la tendenza ai dolci ozii che aveva da giovane, gli s'è accresciuta con gli anni. C'è anzi chi crede che non abbia più scritto commedie in versi da un tempo a questa parte, non per altro che per scansare la fatica, come dice Dante, di dir le cose per rima: non fece in versi che il Paul Forestier, per velare di poesia l'audacia della gran scena del terzo atto fra Lea e il suo amante. Dopo aver scritto in versi nove splendide commedie, alle quali deve principalmente la sua gloria letteraria, crede ora che sia meglio scrivere in prosa. A un amico che gli annunziava di voler scrivere una commedia in versi: — no, no — disse, con un'espressione di noia, come se avesse dovuto cercargli le rime lui stesso; — fatela in prosa: on est bien plus libre, allez. — Ma qualunque sia la ragione di questo suo mutamento di gusto, è fuor di dubbio che egli si sente stanco, se non invecchiato di ingegno, e che non è più l'ispirazione impetuosa d'altri tempi, e come un bisogno della mente e del cuore, la forza che lo spinge a creare. Da parecchi anni, ad ogni commedia che fa, dice che sarà l'ultima; e si mise a scrivere i Fourchambault appunto dopo una di queste solenni dichiarazioni. — Come mai? — gli domandò un amico cogliendolo sul fatto, con l'abbozzo delle prime scene fra mano; vuol dire dunque che si ricomincia? — Eh santo Iddio — rispose — che cosa volete? Le spese crescono continuamente.

Ma delle sue ragioni intime d'artista è difficile che parli anche con gli amici più stretti, non per disdegno, ma perchè gli ripugna naturalmente discorrere di sè e delle cose sue come d'affari di Stato. E questa ripugnanza «a servire in tavola l'anima propria,» come diceva il Balzac, si riconosce nelle sue liriche, nelle quali è rarissimo trovare un verso che getti un po' di luce sopra la sua indole e sopra la sua vita, se non sono i versi d'amore che pure non hanno nulla di profondamente individuale; e si riconosce anche in ciò, che di tutti gli autori drammatici francesi, è quello che scrisse meno prefazioni, e che, per quanto l'abbian tormentato gli editori del suo teatro completo, non son riusciti a strappargli un cencio di prosa da attaccare al primo volume. Lo stesso è per gli autografi e per le biografie. A un direttore di giornale che gli chiedeva un autografo per la sua gazzetta illustrata, scrisse: — Non sto bene, vi stringo la mano; — e a un tale che gli domandò notizie per scrivere la sua biografia, rispose: — Son nato nel tal luogo. Ho tanti anni. Non mi è accaduto nulla di straordinario. — Nemmeno i suoi più famigliari son mai riusciti a cavarsi la curiosità di sapere quale sia la commedia per la quale egli sente più tenerezza di padre; benchè abbian ragione di supporre che sia l'Aventurière, la prima commedia in cui rivelò ingegno maturo e sicurezza di sè; commedia tutta sua, brillante di vita da un capo all'altro, e vestita di poesia freschissima; la quale, se non ebbe alla prima un successo eguale alla Cigüe, perchè rappresentata pochi giorni dopo gli avvenimenti di febbraio del 1848, fu però quella che portò il suo nome più alto e gli aprì le porte dell'Istituto. Egli non parla nemmeno di letteratura in generale, se non ci è forzato; e i suoi amici affermano che uno che non lo conoscesse potrebbe fare un viaggio di tre giorni con lui, senza sentire dalla sua bocca una sola parola che desse un sospetto lontano dell'esser suo. Se lo tirano per i capelli a discorrere d'arte, lo fa in un modo tutto suo, con un certo linguaggio pratico, da strapazzo, come un operaio che ragioni del suo mestiere. Non recita il sermoncino preparato, come faceva Gustavo Flaubert, se ne può essere sicuri, e non la piglia tanto dall'alto per dimostrare a un contradditore che il teatro risponde a un istinto dell'uomo: — Oh buon Dio! Guardate i bambini di due anni, che non sanno ancora parlare, e fanno già la commedia con due pezzi di legno. — E poi cambia discorso.

Non è più il parlatore abbondante e caloroso d'una volta: non fa per lo più che ascoltare, e quando ha da dir qualche cosa, se può cavarsela con una mezza parola o con un gesto espressivo, ne par contentissimo. Solo di quando in quando, una o due volte per sera, si anima a poco a poco, svolgendo un aneddoto, e allora spiega un vivacissimo senso comico, molieriano, largo e di buona vena, sostenuto da un buon riso di petto, grasso, che dà gusto a sentirlo, e da una bella voce rotonda di basso baritonale, che empie la sala; e nel calore del discorso, gesticolando come un attore eccitato, alza la sua nobile e poderosa figura di artista, in maniera che par di veder risorgere l'Augier antico, quando declamò quella appassionata apologia del Lamartine all'Accademia. Poi torna a inchiodarsi sulla sua poltrona e a chiudersi nel suo silenzio; e a vederlo così muto, quando passa la sua mano signorile sulla testa calva, cogli occhi fissi alla volta e vagamente sorridenti, si indovina che gli attraversano la mente le platee tumultuose delle prime rappresentazioni, e i banchetti trionfali, e i superbi amori, e tutte le avventure inebbrianti della sua giovinezza di principe.

Anche nel poco che dice, però, con quell'apparenza di trascuratezza, come se il parlare lo faticasse, c'è il pregio che si trova nei dialoghi delle sue commedie: ogni parola ha un valore, ogni menoma cosa è espressa in una forma stretta ed arguta, che rivela l'abitudine di sfrondare il discorso per far più rapida l'azione. Era un divertimento, per esempio, sentire con che brevità e con che efficacia di termini descriveva ad uno ad uno, comicissimamente, gli attori che debbono rappresentare tra poco il suo Mariage d'Olympe al Ginnasio; tra i quali la prima attrice, une drôle de petite tête mauvaise, abbozzata apposta per fare quel serpente di contessa di Puygiron, che avvelena l'aria dove passa; poichè per lui l'attore dev'essere anzi tutto il personaggio fisico che ha da rappresentare, e l'enveloppe physique equivale alla metà dell'ingegno. Ed ha un bell'essere mite e benevolo: si capisce nondimeno che, in altri tempi, doveva essere il malcapitato quello ch'egli pigliava a sforacchiare con la punta dell'epigramma. Sempre lascia trasparire qualche baleno del potente spirito satirico che gli ispirò La langue, quella sfilata di consigli mordacissimi a un avvocato, al quale promette la Francia purchè riesca a parlare quattr'ore di seguito senza sputare. Ma è rarissimo che se ne valga, anche con parsimonia. Non dice male di nessuno, ed è facilissimo alla lode. Gl'intesi fare un caloroso elogio, coll'accento d'una irresistibile sincerità, dell'ingegno del Sardou, e non gli udii esprimere un giudizio crudamente sfavorevole nemmeno sopra i più inetti raffazzonatori di situazioni rubate. Si dice che altre volte tartassasse un po' Victor Hugo, per le sue spacconate rettoriche (e non è cosa da stupire in uno scrittore, com'è lui, di gusto finissimo e di logica rigorosa); ma ciò non gl'impedì di dedicare all'autore delle Orientali una graziosissima poesia, nella quale parlando delle relazioni del poeta con la musa, dice fra le altre cose, qu'il lui fait un enfant chaque fois (diciamo così) qu'il l'embrasse; poesia rimasta inedita, si capisce, a cagione di quell'abbraccio. Il solo con cui stia un poco punta a punta è Alessandro Dumas, l'unico rivale della sua misura; ma lo punzecchia con una certa benevolenza paterna, che dà appunto un sapore lepidissimo ai suoi scherzi; i quali girano d'amico in amico fin che arrivano su quel certo tappeto verde sparso di penne d'oca, da cui ritornano al mittente, per la medesima via, rovesciati con quel garbo che si può capire. In fondo, l'uno tratta l'altro con gentile compatimento, come un bon enfant, un giovane d'ingegno, che promette, e che farà qualche cosa, purchè ci si metta di proposito. Forse il Dumas ride un po' delle «prudenze» dell'Augier, e l'Augier delle «pazzie» del Dumas; ecco tutto. Il grande pubblico però ha maggior simpatia per l'Augier, che non lo piglia mai di punta, e non gli mostra le corna dell'orgoglio, ed ha fama universale di bontà e di placidezza; e il Dumas lo esperimentò varie volte: alla prima rappresentazione dei Fourchambault, per esempio, a cui assisteva in sedia chiusa, in mezzo a molta gente che applaudiva per fargli dispetto; tanto che egli perdette la pazienza e disse forte al direttore Perrin che passava: Eh, monsieur Perrin! Quel beau succès nous faisons à monsieur Augier, n'est-ce pas? — E poi uscendo: — decisamente l'arte è più facile per tutti che per me. — Ma non c'è vero rancore tra loro, nè ci può essere a quell'altezza che hanno raggiunto tutti e due sopra la montagna smisurata dell'arte.

Nè giova far dei confronti. Una sola cosa si può dire senza esitazione, ed è che l'Augier è più puramente e più spontaneamente poeta drammatico. È nato per il teatro, non visse che per il teatro: avrebbe forse, se non scritto, immaginato delle commedie, se fosse nato in un duar della Barberia o in un villaggio dell'estrema Siberia. Tutte le forze dell'ingegno e dell'animo lo spingevano alla poesia drammatica, e vi sarebbe riuscito illustre, anche impiegandovi una minor forza di volontà di quella che v'ha impiegata. Non ha una grande cultura: studiò poco; ma benissimo. I suoi studi circoscritti li fece con passione e con discernimento squisito, in una sola direzione, con un proposito unico, rifuggendo da quella immensa varietà di letture precipitate, che opprime la mente senza lasciarvi un'impronta; lasciando in disparte tutto ciò che era certo di non riuscire ad appropriarsi in maniera da farsene sangue. Tre cose gli occorrevano sopra tutte: vivere, e ha vissuto intensamente in tutte le classi sociali; conoscere il teatro moderno, e se l'è inviscerato; possedere il magistero della lingua letteraria e maneggiare insuperabilmente la lingua familiare; e non c'è da dire se c'è riuscito. Oltre a questi limiti ha fatto poca strada. Non credo che conosca altro che per nebbia le letterature classiche, nonostante le sue traduzioni d'Orazio e le sue imitazioni d'Alceo; e aveva forse ragione quel critico svizzero che per difendere l'Augier dall'accusa di aver copiato Plauto, disse ch'era impossibile che l'avesse letto. Così, fuor della letteratura, diversamente da molti altri, non si curò affatto di raccoglier scienza da portare sul capo come i pennacchi dei cavalli di parata; ha avuto sempre un sovrano disprezzo della dottrina di seconda mano, e non s'è mai lasciato tentare a introdurre nelle sue commedie uno di quei personaggi muffosi e pieni di pretensione, i quali sono incaricati di far capire al pubblico che l'autore ha finto degli studi serii. Tutto quello che ha messo sulle scene è intimamente suo, sinceramente acquistato e profondamente posseduto. Egli non è null'altro che un grande autore drammatico, e tale diventò informandosi principalmente alla bella sentenza che si trova nella sua poesia al Ponsard: — l'immortalità si guadagna meditando sulla bellezza. — Non s'occupò mai d'altra cosa. È uno dei pochissimi francesi, per esempio, — lo dice egli stesso, — che non amò mai la politica; scienza che è tentato di mettere nel primo ordine delle scienze inesatte, tra l'alchimia e l'astrologia giudiziaria, tante volte gli avvenimenti hanno sbugiardato i suoi calcoli più speciosi e i suoi principii più opposti. Una volta se n'occupò non di meno; ma per i suoi fini di autor drammatico. Ha messo un giorno il piede sulla soglia della vita pubblica per studiare il meccanismo e l'ufficio delle istituzioni dello Stato, come un pittore frequenta la clinica per imparare l'anatomia; e gliene rimase un gusto vivo per la medicina sociale, ma senza fargli spinger lo studio più in là che non fosse necessario per la sua arte. Eppure il suo ingegno è così fermo, così equilibrato nelle sue facoltà diverse, così largamente fondato sul buon senso, — su quel buon senso degli uomini di genio, come diceva il Lamennais, che non si deve confondere con quello dei portinai, — che in qualunque disciplina si fosse esercitato, vi avrebbe fatto buona prova. E ne fa testimonianza l'unico suo scritto politico, quel breve studio sulla questione elettorale che pubblicò nel 1864, per proporre il suffragio misto; poche pagine, nelle quali, qualunque sia il valore della sua idea, c'è una cognizione così netta di tutti gli elementi e di tutti gli aspetti della quistione, un ragionamento così fortemente tessuto, e un'esclusione così sapiente d'ogni anche minima intromissione delle sue facoltà artistiche —, intromissione che cresce allettamento, ma toglie efficacia morale agli scritti sociali del Dumas, — da far credere l'autore, a chi non lo conoscesse, un uomo tutto politica e amministrazione, che non abbia fatto un verso in vita sua.

E questo alto buon senso, quest'armonia mirabile dell'immaginazione e del raziocinio, del sentimento poetico e dell'esperienza della vita, che si rivela nelle sue opere letterarie, si rivela in tutti i suoi atti e in tutti i suoi discorsi. Nulla egli perde a conoscerlo in casa dopo averlo applaudito al teatro. Lo si trova sensato e poetico, forte e affettuoso, profondo e semplice in ogni cosa. Non ha figli; ma una corona di nipoti, che lo amano e lo accarezzano come un padre e lo trattano con un misto di famigliarità, di riverenza, di gaiezza e di terrore artistico, carissimo a vedersi. Ha una villa a Croissy, vicino Chatou, in un luogo dove fece lui fabbricar la prima casa e piantare i primi alberi; in grazia di che fu dato il suo nome ad una strada; e dire Emilio Augier fra la gente di quel paese, è come dire padre della patria e imperatore del teatro. Vicino alla sua ci sono le ville delle sue sorelle. Quando ha una commedia da scrivere, o una scena da rivedere per una ripresa, scappa da Parigi col suo scartafaccio, e va a rifugiarsi nella sua palazzina tranquilla, che si specchia nella Senna, in faccia a un antico castello della Dubarry. Di là, tra un atto e l'altro, fa una corsa in casa dei nipoti, i quali festeggiano dal terrazzo ogni sua apparizione, come una nidiata d'ammiratori plaudenti dal palchetto d'un teatro. In questa nidiata ci sono due signorine di sedici anni, Paolo Déroulède, autore dei famosi Chants du soldats, un capitano d'artiglieria decorato della medaglia al valore, e un giovane Guiard, che sarà forse una gloria del teatro francese: un gruppo di belle persone, di belle anime e di begl'ingegni. L'Augier, si capisce, ha una grande simpatia per il suo Paul, saltato su tutt'a un tratto con cinquanta edizioni di un volumetto di liriche. Il giorno che uscirono i suoi Chants du soldat gli disse: — Bravo Paolo! Ora hai finito d'essere mio nipote. — Ma tanto, un po' per affetto e un po' per essere più sicuro del fatto suo, un'occhiatina ai manoscritti di lui, prima della pubblicazione, ce la vorrebbe dare. — Ma com'è possibile? — dice il nipote. — Supponete che egli mi dica: cambia, e ch'io non ne sia persuaso, come si fa a dirgli di no, a uno zio che si chiama Emilio a Croissy, sta bene; ma che si chiama Augier a Parigi? E non si può immaginare la festività cordiale e brillante di quei desinari di famiglia nella sala a terreno della villa Déroulède, quando in mezzo a quella bella corona di teste giovanili, troneggia l'oncle — quell'oncle —, specialmente negli anniversarii dei suoi grandi trionfi drammatici, che i nipoti festeggiano con commediole di occasione scritte dal poeta della Moabite. Per tutta la serata è un alternarsi vivacissimo di frizzi, di aneddoti ameni e di discussioni utili e belle, in cui ai ricordi gloriosi dello zio si mescolano le speranze gloriose dei nipoti; e pare che col suono delle voci allegre e dei bicchieri, si confonda un'eco degli applausi delle platee lontane, e che fra commensale e commensale sporgano il viso i fantasmi di Giboyer, di Guérin, di Fabrice, di Gabrielle, di Philiberte, di Poirier; e che dietro ai vetri della finestra debba comparire da un momento all'altro la larga faccia sorridente e benevola del padre Molière. Amabile e ammirabile famiglia davvero, la quale vi fa benedire mille volte quelle poche pagine bagnate di sudore e di pianto, che vi fruttarono la gioia d'esservi ricevuti come un amico.

L'ATTORE COQUELIN