Le pauvre garçon est pris d'un transport:

De blanc qu'il était, il en devient rouge,

De rouge violet, et de violet.... mort.

Ma la sua idea dominante è l'idea della rivincita: è come il rimbombo continuo d'un cannone lontano, che si sente in mezzo a tutti gli squilli di tromba delle sue poesie. — La rivincita, dice, è la legge dei vinti. È inevitabile. O Francia o Prussia. Il giorno sarà forse lento a giungere; ma giungerà. L'odio è nato, nascerà la forza. Toccherà al falciatore a vedere quando la messe sarà matura. — Dice alla Francia: mille voci ti eccitano, ti consigliano, ti rimproverano. Tu ascoltane una sola perchè hai un solo dovere. — Ma — come dice lo stesso critico, punto favorevole alla Francia, che s'è rammentato da principio, — quest'aspirazione alla rivincita è nel Déroulède un sentimento così virile, meditato e profondo, che non può essere che ammirato, anche da un nemico. Egli non considera la rivincita come un gioco e la strada di Berlino come una passeggiata; ma dice a sè ed ai suoi concittadini che sarà una lotta nella quale una delle due nazioni dovrà forse lasciare la vita, senz'altro conforto che di venderla il più caro possibile. — Perciò, a questo suo proposito va sempre unito il sentimento della necessità di apparecchi immensi e di sacrifizi sovrumani. — Il nostro errore è stato pazzo, dice; che il nostro dolore sia sensato. Ritempriamo la nostra fierezza nei nostri rimorsi. Soyons les artisans virils des fortes tâches. Rinnovelliamo i nostri cuori, non solamente le nostre armi. Prevediamo delle battaglie, senza sognare delle conquiste. Non parliamo dell'avvenire che vendica prima che sia cominciato l'avvenire che ripara. A chi dice: — Sii pronto! — l'altro risponda: — Sii giusto. Siamo tranquilli nei nostri sforzi. — E adombra lo stato e i doveri della Francia in una bella e larga poesia di soggetto biblico, in cui gli Ebrei, caduti sotto il giogo del re di Mesopotamia, mandano dei messaggieri ad Ataniele, nascosto nei burroni d'una foresta, perchè li guidi alla guerra liberatrice; e Ataniele li respinge più volte per il corso di varii anni, perchè non crede ancora il popolo preparato a sacrifizi supremi; e non impugna la spada e non grida: — Siete pronti! — se non quando riconosce che sono anime nuove in corpi ringagliarditi, purgati d'ogni orgoglio stolto, pentiti delle colpe antiche, armati i cuori come le braccia, e preparati alla morte. Questa ardente aspirazione fa sgorgare dal cuore del poeta versi pieni di forza e d'ardimento. — Io aspetto, egli dice; io custodisco nella mia anima francese la mia fede di cittadino e i miei odii di soldato, per il giorno fatale. La mia giovinezza è stata colpita da un dolore che nulla può mitigare. Ma non è il mio dolore che bestemmia, non è neanche il soldato che sogni la gloria. La rivincita è il voto della mia vita e la mia suprema speranza. Io debbo morire sul campo di battaglia ed essere sepolto in terra nemica. — E sempre questa idea si ripresenta, implacabile, e lampeggia da ogni parte, spandendo su tutta la sua poesia un riflesso color di sangue, che fa pensare con un senso di sgomento alla immensità degli eccidii futuri.

Un altro pregio grande di questi canti, che non si trova in nessun'altra raccolta di poesie patriottiche francesi di questi ultimi tempi, è la coraggiosa e qualche volta sdegnosa franchezza con cui il poeta dice ai suoi concittadini delle verità spiacevoli ad intendersi. La gelosia artistica fa dire anche a qualche francese che la poesia del Déroulède deve in gran parte la sua fortuna alle carezze ch'egli prodiga all'orgoglio nazionale. Se ciò fosse vero, avrebbero dovuto ottenere una fortuna molto maggiore le poesie di cento altri. Ma è falsissimo. Senza dubbio egli si sforza in mille modi di tener viva la fede del suo popolo nelle proprie forze. Froeschviller, dice, è l'assalto d'uno contro quattro; Gravelotte e Borny non furono sconfitte; a Champigny, i vivi vendicarono i morti; le glorie come quella di Strasburgo sfuggono ai conquistatori; Parigi cadde superbamente. A quale patriotta si potrebbe negare il diritto di affermare il valore della sua gente? Ma per contro io non so quale altro giovane poeta francese abbia osato lanciare al proprio paese delle parole più terribili. Noi disimpariamo la guerra, dice in una delle sue migliori poesie; — ci sono stati degli eroi; ma un gruppo d'eroi non rifà la razza: è un povero popolo quello in cui i valorosi si contano. E in un altro luogo: — Son tristi tempi quelli in cui la paura medesima, coprendo di grandi parole il basso istinto che la muove, non ha più rossore sulla fronte. E altrove: — Ma come mai siamo decaduti? Scorre ben sempre lo stesso sangue nelle nostre vene; l'aria che noi respiriamo attraversa pur sempre i nostri boschi; le viti dei nostri colli e le messi dei nostri piani sono ben maturate dal sole antico; questo paese così ridente, fertile e vario, atto a tutti i prodotti, aperto a tutte le idee, questo sole possente, quest'acque vive, questo cielo mobile, tutto questo è la Francia! Dove son dunque i francesi? — E non tralascia di flagellare la mania dei suoi concittadini, di gridare al tradimento per scusare le conseguenze di tutte le debolezze e di tutti gli errori. — È così che si perde — dice, descrivendo un corpo di francesi accampati, che non sapevano e non cercavano di sapere dove fosse il nemico; — è così che si perde, per un'orgogliosa leggerezza, il valore d'un paese; è così che la colpa risale implacabilmente dai soldati mal guidati ai capi peggio obbediti; è così che dei pazzi gridano che Dio è ingiusto e che la Francia è stata tradita! — Ed anco quando cerca di scusar la sconfitta, non lo fa coi cavilli irritanti d'un patriotta vanaglorioso e cocciuto; ma nobilmente, con parole dignitose e tristi, che se non inducono la persuasione, ispirano il rispetto, perchè non vengon da orgoglio di soldato, ma da pietà e da affetto di figlio.

E l'affetto di figlio è quello che gl'ispirò i più dolci e insieme i più vigorosi di tutti i suoi versi. Egli non ha parlato di sua madre che nei Nuovi canti; ha aspettato che il suo successo di poeta glie ne desse il diritto, e che la simpatia e la riverenza con cui si pronunciava dal pubblico il nome di lei, gli desse animo a rivolgerle i suoi versi pubblicamente e a gettare quel nome ai propri soldati. Nulla è più naturale in un'anima eletta che il confondere l'affetto di famiglia con l'amor della patria, e il far che l'uno s'illumini e si nobiliti dell'altro. Ma non so qual altro poeta, confondendo quei due sentimenti, abbia congiunto tanta tenerezza con tanta forza, e n'abbia tratto ispirazioni così gagliarde e così gentili ad un tempo. — Si afferma che i tuoi figli hanno compiuto il loro dovere, — dice a sua madre; — ma il dovere che essi hanno compiuto è opera tua; l'onore è dovuto a te. Essi non son partiti per le battaglie furtivamente, come altri fecero, senza l'abbraccio materno, che li avrebbe trattenuti; essi non te l'hanno rubato il sangue delle tue viscere. Sei tu che hai detto loro: — Partite, figliuoli. I soldati della Francia son vinti. Il mio cuore non v'avrebbe concessi alla patria per la conquista; ma ora non è più la conquista, è la difesa. La patria è invasa; io vi do alla patria; partite. Ah perchè non hanno fatto così tutte le madri! Non credano, quelle che dissero ai loro figliuoli: — Non andate a combattere, — che la loro debolezza sia stata pagata in amore. Esse non versarono le lacrime della partenza; ma non conobbero le lacrime del ritorno. E non dicano che tu ci hai dati alla patria perchè ci potevi dare senza dolore, e che sei stata patriotta senz'essere martire. No, non ardiscano dirlo! Io l'ho vista l'angoscia immensa sotto il tuo violento coraggio. I tuoi figliuoli, partendo, ti han portata via l'anima, e tu hai sanguinato delle loro ferite; ed eccoti malata, invecchiata innanzi tempo, paralitica, che non hai più di vivo altro che l'anima nel tuo povero corpo sfinito! E lo presentivi pure quando infondesti nel nostro cuore la forza del tuo; ma come lo presentisti senza paura, ora lo sopporti senza lamento; ed è perciò che tuo figlio può parlare di te con alterezza. — O madri, — dice in un'altra poesia — se i vostri figliuoli crescono senza diventar uomini, o diventan uomini d'istinto pratico, avari del proprio sangue; se nel giorno della prova, la loro carne spaventata ha orrore del pericolo; se quando l'onore li chiama, essi non si trovan là, soldati, ritti in faccia al dovere e in faccia alla morte, — madri, la vostra tenerezza ha deformato quelle anime; — se essi non sanno morire, voi non sapeste creare.

Questa è la poesia del Déroulède. Vi si aggiunga il pregio d'una spontaneità e d'una chiarezza mirabile; una grande abbondanza (non dico ricchezza nel significato francese) di rime; un uso abilissimo del ritornello per ottenere effetti tristi e affettuosi; un misto di linguaggio popolano e soldatesco, adoperato opportunamente, che dà ai dialoghi e ai racconti un colore di verità grandissimo; e qua e là dei versi potenti che saltan su ad un tratto, come lame compresse che si raddrizzino, e gettano scintille su tutta la strofa. Il letterato non vi si mostra se non quanto è strettamente necessario per dare dignità ed efficacia alla parola del soldato. Non vi son forse dieci similitudini in tutti e trentaquattro i canti; non una gambata rettorica; non una strofa in cui l'artista imbizzarrito levi la mano all'uomo sensato; non un verso che porti il fiore all'occhiello; rarissimamente uno dei così detti versi di maniera che il poeta compone senza sentirli; specie di note di testa, a cui si ricorre quando manca il fiato. La veste, o piuttosto la pelle della sua poesia, è tutta tesa e liscia sulla carne salda e colorata dal sangue giovanile che vi circola sotto. Se v'è un difetto che si ripeta in modo da attirare l'attenzione, è una tendenza a una certa simmetria d'immagini, di frasi e di suoni, a una certa regolarità di contrapposti nell'esplicazione del pensiero, che se giova qualche volta alla chiarezza, qualche altra volta scema l'efficacia facendo sospettare l'artificio; tendenza che si manifesta anche di più nella Moabite, in cui alla contrapposizione delle parole comincia a sostituirsi quella dei concetti, e quindi a pullulare l'antitesi. Ma nei canti è un difetto che riesce più sovente a vantaggio che a danno, poichè dà alla poesia un certo andamento rapido e regolare ad un tempo, e come bruscamente cadenzato da un tamburo che suoni la carica, imponendo una frase per passo. Le strofe passano snelle e risolute, spoglie d'ornamenti, come plotoni di soldati in assetto di combattimento, e fanno fuoco e spariscono, incalzate dalle sopravvenienti, senza che vi si noti mai un'incertezza o un principio di disordine. Ma tutto ciò non riguarda che l'esteriorità della forma. Riguardo al valore, se così può dirsi, specifico del verso, alla virtù intima della frase e dello stile poetico, non oso metter parola, e mi son persuaso che è difficilissimo ad un italiano, per quanto conosca la lingua francese, di giudicare rettamente in questa materia. Esponendo a francesi colti il nostro schietto parere sul verso di certi loro poeti, noi andiamo incontro a contraddizioni così imprevedute, che tutti i criterii del nostro giudizio ne rimangono scompigliati. Bisognerebbe conoscere profondamente, e non solo per teoria, ma per pratica, tutte le condizioni severe di cesura, di emisticchio, di iato, di elisione, di accavalcatura, a cui va soggetto il sistema sillabico della loro poesia. Per i verseggiatori dotti, che hanno fatto della versificazione una specie di scienza di contrappunto, per quelli che il Gautier chiamava milionari della rima e gioiellieri della poesia, che cercano mille effetti delicati e difficili nelle ondulazioni della frase, nelle trasposizioni delle parole, nella varietà dei suoni, in una specie di ritmo intimo, che tocca le fibre più segrete a chi ne conosce il magistero, e sfugge ai profani; per costoro i versi del Déroulède sono versi incolti, il suo stile è cascante, la sua forma sovente volgare, e qualche volta barbara affatto. Appena qualche strofa qua e là merita la considerazione d'un sapiente artefice di versi. Che cosa rispondere a queste censure, che si potrebbero ripetere quasi egualmente sulle poesie del Berchet? Saranno giuste; ma è lecito accoglierle con qualche diffidenza, pensando che in tutti i paesi i letterati sono stati sempre particolarmente severi con quelli dei loro confratelli che arrivarono alla fama per una scorciatoia. Una gran parte del successo ottenuto, dicono molti, il Déroulède lo deve all'elevatezza dei suoi sentimenti patriottici, alle sue avventure, al suo carattere, più che al merito intrinseco della sua poesia. A me pare che questa distinzione non sia ragionevole. Ciò che forma un poeta è la congiunzione di parecchie facoltà e doti diverse della mente e dell'animo, alcune ricevute dalla natura, altre dall'educazione: l'ingegno, la coltura, il cuore, il carattere, l'esperienza, la vita; tutto ciò fuso e confuso. Come si può distinguere questi elementi, e separare l'artista dall'uomo, per assegnare a ciascuno la sua parte misurata di merito? Un illustre poeta francese diceva un giorno: certe grandi idee vengono dal carattere. Ma chi potrà riconoscere le idee che vengono dal carattere tra quelle che vengono dall'ingegno? Quando abbia ben sentito distinguere, il lettore, leggendo ed ammirando, tornerà a confondere. Noi non sappiamo se sia trasandata o rozza la forma della poesia del Déroulède: sappiamo che è una poesia nobile, generosa, maschia, feconda, che mette delle lacrime negli occhi e delle fiamme nel cuore. Migliaia di poesie di suoi concittadini, magistralmente ricamate, e piene di perle e di gingilli d'oro, passeranno; i suoi canti semplici e schietti, concepiti in faccia alla morte e scritti colla punta della spada, resteranno; e mentre la critica baderà a notarne i versi scadenti e le frasi neglette, essi continueranno a ritemprare dei caratteri, a formar dei cittadini, a preparare dei valorosi; e la gloria del poeta crescerà con la forza della patria.

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Ora il Déroulède si è dato al teatro e ha rivelato una singolare potenza drammatica nell'ultimo atto della Moabite. Ma per me il suo teatro è ancora tanto al di sotto della sua poesia lirica, che mi par che si debbano aspettare da lui altri lavori per giudicarlo. Forse egli non ci ha ancor dato la misura intera delle sue forze nemmeno nella lirica, e perchè il poeta possa sollevarsi ancora, può darsi che l'uomo abbia bisogno di ripassare per la prova dell'azione. O fors'anche, come molti altri, egli è nato per dare una sola manifestazione originale e potente del suo ingegno, e l'ha già data. Auguriamogli che questo non sia, e teniamo il giudizio sospeso.

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