V'è però un giudizio che non occorre di sospendere, ed è quello che si riferisce a lui, non poeta, ma uomo. M'immagino che chi ha letto i suoi versi desideri di conoscerlo da vicino. Ma qui comincia l'imbarazzo del ritrattista. A ciascuno di noi è seguito, almeno una volta nella vita, di trovare una persona, di cui le prime parole furono come la rivelazione d'una amicizia d'infanzia o d'una parentela sconosciuta; una persona, alla quale, dopo il primo scambio d'idee e di sentimenti, anche da lontano, ci siamo sentiti avviticchiati come da una simpatia del sangue, tanto che vedendola per la prima volta c'è parso di rivederla e ci siamo meravigliati, nel riandare il nostro passato, di non trovare la immagine sua tra i nostri ricordi più intimi e più lontani. Ebbene, se c'è stato chiesto una volta un giudizio su questa persona, abbiamo titubato a darlo, per timore che la nostra amicizia facesse nascere un sentimento di diffidenza. Ma abbiamo avuto torto. Sfoghiamo tutti continuamente tanti rancori e tanta malevolenza, che una sola cosa ci può far perdonare: l'abbandonarsi qualche volta, senza meschini ritegni, all'espansione dei sentimenti benevoli. E chi potrebbe non abbandonarvisi, parlando del Déroulède, dopo averlo conosciuto? Io lo vedo ancora il bravo e simpatico poeta scendere di carrozza, in una via solitaria di Parigi, e guardata l'insegna d'un albergo, cercare intorno l'amico sconosciuto, il quale lo stava spiando un po' di lontano, per vederlo bene prima d'andargli incontro. Dall'atto con cui chiuse lo sportello della carrozza, riconobbi il braccio che gli era stato spezzato sulla barricata di Belleville, e subito dopo riconobbi il cuore dell'autore del Bon gîte e del Petit turco nel suo abbraccio espansivo ed allegro di soldato e nella sua calda parola d'artista. Era bene quella figura che m'ero immaginata molte volte, socchiudendo i Chants du soldat, e dicendo tra me: — Eppure un giorno t'andrò a scovare, dovunque tu sia, mio caro tenente dei cacciatori, quand'anche l'aggio dell'oro salisse al venti per cento. — Alto come un granatiere della vecchia guardia, asciutto e flessibile come una verga d'acciaio, biondo come un inglese, — il profilo ardito, gli occhi azzurri e pieni di dolcezza, e la bocca risoluta, — vestito con una certa eleganza severa, così, tra soldatesca ed artistica, era proprio lui, il grand avocat et rude soldat, che disegnano sui muri delle caserme i tiragliatori algerini; — signorile d'aspetto, ma con le carni un po' arrozzite dai venti delle aperte campagne, e con la fronte attraversata da una ruga diritta, che è come l'impronta nera delle sventure della patria. Aggiungete, per compiere il ritratto, una voce vibrata e metallica di soldato esercitato al comando, e la più stretta, la più arrabbiata pronuncia parigina che si sia mai sentita sonare dalla chiesa della Maddalena alla piazza della Bastiglia. E che bon enfant, che ammirabile originale nel significato nobile della parola! Parla, con una rapidità che si stenta a capirlo, tre ore di fila, senza che mai il suo discorso si stemperi in chiacchiera; gaio, vivo, fresco, al levarsi da letto come al levarsi da tavola, sempre ad un modo. Racconta le sue avventure più terribili di soldato come racconterebbe delle scappatelle di collegio, con una semplicità amabilissima, colorendo le scene più orrende della guerra d'una certa pietà affettuosa e virile che non si trova se non nelle anime che uniscono all'intrepidità la dolcezza, e in cui il coraggio non nasce da un disprezzo scettico della vita, ma da un sentimento profondo del dovere e da una passione ardente per una grande idea. Da ogni sua parola traspira la bontà e la gentilezza dell'animo. Non gli passa un'ombra sul viso che tradisca un pensiero ch'egli non voglia esprimere, o uno di quei leggerissimi turbamenti dell'animo di cui non si osa dire la cagione. Il suo viso è sempre aperto e trasparente, in modo che gli si legge fin nel più profondo dell'anima. Mai che gli sfugga dalla bocca una parola amara contro a chi che sia o a qualsiasi proposito. Parlando, ha tutti quei gesti simpatici delle persone affettuose ed espansive, e cercano la spalla e il braccio di coloro a cui parlano, ed è carezzevole e festoso come un ragazzo. Gli si può ripetere qualunque più acerba critica dei suoi lavori letterarii, letta od intesa, che il suo viso rimane sereno e ridente come all'udire una lode, tanto è poca cosa in lui l'orgoglio artistico in confronto al sentimento del patriotta. E a sentirlo parlare così precipitosamente, mutando discorso a ogni tratto, si sospetta sulle prime un po' di leggerezza. Ma non si tarda a scoprire un'armonia inalterabile fra tutti i suoi sentimenti e tutte le sue idee, e un fondamento morale solidissimo sotto gli uni e le altre. Per quanto cangi discorso, tutti i suoi discorsi finiscono col ricadere sopra un argomento unico: la sua patria. Egli s'è risolutamente tracciata la via. S'è proposto di consacrare tutte le sue forze al risorgimento del suo paese; non scriverà mai una parola che non sia diretta a quello scopo; drammi, lirica, novelle, polemica, ogni cosa sarà ispirata a quell'idea. Concetti di commedie satiriche gli passano per la mente, e strofe di poesie amorose, e capricci poetici d'ogni natura; egli mette tutto da un lato. Vuole che la sua arte, il suo nome, per quello che valgono, significhino una cosa sola: non facciano che l'ufficio d'una spada e d'una tromba di guerra. Capisce che dovrà sacrificare a questo proponimento molte soddisfazioni d'artista; ma non gliene importa. Per la stessa ragione tiene il suo cuore libero da ogni affetto, fuorchè da quello della sua famiglia, e sottopone tutti i suoi disegni per l'avvenire a una condizione che gli è sempre presente allo spirito: — Se non sarò ucciso. — E ha inflitti nell'aspetto e nei modi qualcosa di singolare, come l'espressione di una leggerezza fisica e morale, simile a quella del viaggiatore che passeggia nelle sale della stazione, dopo aver preso il suo biglietto e spedito i suoi bagagli, sciolto da ogni impiccio, libero da ogni pensiero, preparato a partire al primo momento. Anche quando parla più caldamente dell'arte, della gloria, della famiglia, si capisce che in nessuna di quelle cose ha fondato la sua esistenza, che a nessuna soddisfazione, o speranza di soddisfazione, si lascia andar tutto intero con quell'abbandono cieco delle nature artistiche, nate a godere, che adorano la vita. Eppure in fondo a questo appassionato amor di patria, non ha ombra di chauvinisme. L'odio di cui parla nei suoi canti è un odio di soldato, non d'uomo; la sua avversione per la Prussia non è che un amore rovesciato; le nature come la sua non possono odiare. — Io non odio la Prussia — dice; — amo la Francia. Venero un sincero e ardito patriotta prussiano. Ciascuno deve amare la sua patria. — E così riguardo alle recriminazioni di certi francesi contro l'Italia, ha una sola cosa a dire: — Voi italiani dovevate essere prima di tutto italiani. — Non c'è caso di coglierlo in contraddizione sopra nessun argomento. In arte, in politica, in morale, tutte le sue idee sono concatenate, e tutte ugualmente nette nella sua mente e radicate nella sua coscienza. E di tutto s'è occupato con amore. Bisogna sentire gli studi psicologici che ha fatto sui soldati, i mille ragionamenti che ha messo insieme, le mille industrie ingegnose che ha trovate per metter coraggio ai pusillanimi, per ridurre i ribelli, per far entrare l'idea della patria e del dovere nella testa agl'ignoranti; i piccoli stratagemmi di guerra, da comandante di plotone, che ha escogitati; il lavorìo di cervello che ha fatto per inventare dei piccoli rimedi e dei piccoli comodi per i malati e per i feriti; le storie meravigliose che ha immaginate per rallegrare la fantasia e sostener l'animo dei suoi soldati africani in mezzo alla tristezza dei bivacchi invernali: tanta roba da farne una piccola biblioteca istruttiva ed educativa per un esercito. Così nelle discussioni letterarie, aiutato da una memoria felicissima, ammonta citazioni, osservazioni e confronti con una abbondanza e una furia da sbalordire, esponendo opinioni discutibili, senza dubbio, ma tutte sue, e coscienziosamente meditate, benchè paia che gli sboccino sul momento; e sostenute, se occorre, con una così impetuosa facondia che si rimane prima sopraffatti che persuasi, e ammirando quella sua bella vivacità giovanile, si dimentica che s'ha un'idea contraria da difendere. Ma non è mai tutto letterato, come non è mai tutto soldato: lo spirito lo tien lontano dalla pedanteria, come la gentilezza del cuore e l'educazione squisita dalla petulanza soldatesca. Gentiluomo e buon ragazzo, franchissimo nel dir quel che pensa senza ferir l'amor proprio di nessuno, arrendevole senza affettazione di cortesia, confidente ed affabile con tutti, quando entra lui in un salotto o in un crocchio, par che ci entri una fiatata d'aria viva, che porti il mormorio allegro d'un reggimento accampato. Quella sua parola ardente e colta, quell'entusiasmo di poeta e di zuavo, quell'allegrezza giovanile, quell'aspetto di bontà e di forza, attirano le simpatie di tutti, e disarmano le più accanite gelosie letterarie. A stargli insieme, a sentirlo parlare, ci si sente presi da un grande ardore di lavorare, di muoversi, di fare, andando diritto dinanzi a sè nella vita, come lui, cogli occhi fissi a una meta, senza soffermarsi, senza voltarsi mai nè a sinistra nè a destra, non lasciando un'ora di riposo nè allo spirito nè al corpo, non abbandonando mai l'anima nè a uno scoraggiamento nè a un dubbio. Così egli vive, parte nello studio, parte nella società, passando dalla sua villa solitaria nel salotto affollato della signora Adam, dalla Comédie Française alla caserma de' suoi antichi compagni d'armi, dalla biblioteca al banchetto d'artisti, recitando versi per tutto, provocando e accettando discussioni a qualunque proposito, abbozzando poesie a tavola, fantasticando scene di commedie sulla strada ferrata, studiando l'italiano in carrozza nei giornali comprati sui boulevards, mandando innanzi insieme tre grandi lavori drammatici, leggendo tutto il leggibile, andando da per tutto dove c'è una idea da attingere o una bella emozione da provare. E quando lo si è accompagnato per tutta intera una di queste giornate, e avendolo udito parlare per dieci ore, non gli si è mai sentito dire una parola malevola, nè profferire un giudizio avventato; ma lo si è trovato sempre logico e amorevole, — pronto a sentire le tristezze e le allegrezze di tutti — fermo nei suoi principii come una colonna sul suo piedestallo, vivo che par che abbia un diavolo per capello, e buono fin nel midollo delle ossa, — non si può a meno di ammirarlo e d'amarlo. Egli dà l'idea d'un francese d'un tempo avvenire, — che abbia serbato tutte le buone qualità e perduto tutti i difetti del suo popolo. È impossibile ad un italiano trovare un altro figliuolo della Francia che gli faccia sentire più fortemente di lui la fraternità di sangue che lega le due nazioni «così ben fatte per intendersi» come disse Garibaldi, e «per amarsi» come disse il Manzoni.

Notevoli in special modo sono le sue idee in fatto di poesia. I suoi due poeti preferiti sono il Corneille e il Musset: chi ha letto le sue poesie se ne rende ragione alla prima: il Corneille, perchè è il poeta dell'idea del dovere e dell'onore, dell'eroismo e della gloria, un educatore di caratteri — «il padre del grande coraggio», — il gran soldato dell'arte, nella cui voce si sente lo strepito d'armi d'un esercito e come il soffio stesso dell'immenso petto della patria; il Musset per la vena ricca e fluida dell'ispirazione, per la negligenza piena di grazia, per la poesia facile e chiara che gli zampilla dall'anima come un'acqua argentina da una roccia. Non si può dire però ch'egli abbia imitato chi che sia. Nell'arte, come dice egli medesimo in uno dei suoi drammi, on n'y devient quelqu'un qu'en imitant personne. Il suo studio primo e costante è stato d'esser semplice e chiaro. Perciò s'è proposto di bandire dalla poesia, quanto gli fu possibile, il linguaggio poetico convenzionale. Per me, egli dice, la poesia dovrebb'essere eletta prosa misurata e rimata. Bisogna intendersi, certamente. Tutto si può dire poeticamente senza adoperare una frase che non sia propria del dignitoso e corretto linguaggio parlato. Tutto ciò che si scosta da questo linguaggio, in poesia, può essere bellezza, ricchezza, eleganza, splendore; ma nuoce all'efficacia immediata del sentimento o del pensiero che esprime. Si cerchino pure nei più grandi poeti le strofe più splendide e i versi più potenti: si troverà sempre che sono i più semplici; non solo, ma quelli in cui una idea luminosa o un sentimento sublime sono espressi con le parole più usuali, con la frase che tutti avrebbero adoperato spontaneamente per esprimere quel sentimento o quel pensiero, se l'avessero avuto. La così detta frase poetica non ha che un valore di convenzione, un valore puramente letterario; quindi non il massimo dei valori: la sua potenza non è intima e assoluta, quindi non va dritta all'anima umana; non ci vanno che le espressioni che ne conoscon la via, che son la veste spontanea e necessaria del pensiero nella vita reale, e che — lo vediamo bene — bastano a tutti ed a tutto, e agiscono egualmente su tutti. La poesia — che è una lingua che il mondo intende e che nessuno parla — dovrebbe essere sottoposta, dentro al ritmo, a tutte le condizioni di spontaneità e di logica a cui va soggetto il linguaggio comune; essere tale da far parere, ascoltando il poeta, che quello sia il suo modo naturale di parlare, irresistibile, senza bisogno di sforzo nè d'artifizio. E l'unire così una semplicità nuda ad una spontaneità massima e a una eleganza che consista nel contorno e non nell'ornamento, è ben altrimenti difficile, richiede uno studio assai più rigoroso e un gusto assai più delicato, di quello che occorra per servirsi accortamente d'una immensa collezione di frasi e di modi coniati e faccettati espressamente per essere incastrati nei versi. — Tutto ciò è indiscutibilmente vero riguardo alla poesia popolare, che è quella del Déroulède. Per questo egli dice che studia la lingua della poesia nei grandi prosatori francesi; e impara a far dei versi dal Pascal e dal Bossuet. E cerca costantemente di dare alle sue poesie una forma che le renda facili ad esser ritenute: vuole che ogni pensiero e ogni sentimento sia chiuso in un verso o al più in un distico, in modo da stamparsi nella mente alla prima lettura, e poter esser citato di passata, e diventare, come diceva il Rossetti, ripetuta sentenza; che ciascuna strofa formi un periodo e corrisponda un verso ad ogni proposizione; che tutte le rime si sentano nettamente, e segnino quasi l'accento del pensiero; che tutta la poesia suoni e splenda e sia limpida da un capo all'altro, come una lastra di cristallo. Cerca quello che raccomandava il Voltaire: — Voyez avec quelle simplicité notre Racine s'exprime toujours. Chacun croit, en le lisant, qu' il dirait en prose tout ce que Racine a dit en vers: croyez que tout ce qui ne sera pas aussi clair et aussi simple, ne vaudra rien du tout.

In politica le sue idee sono egualmente nette. È repubblicano, e non ha fede che nella repubblica; ed ha per il popolo quella simpatia affettuosa che nutrono tutte le anime nobili per chi soffre e lavora. Ma non si lascia dominare dal sentimento poetico nei suoi giudizi intorno all'avvenire della società umana. In questo va d'accordo con lo Zola, che se la piglia coi poeti dell'humanitairerie, i quali sognano un avvenire impossibile di prosperità e di pace universale, e credendo di far del bene col mostrare di crederci, non fanno che sciupare le proprie forze per mantenere un'illusione funesta. Io capisco, dice, che predichino contro la guerra coloro che non hanno terre conquistate nè concittadini rubati con la forza, da liberare e da riconquistare con quella medesima forza: le anime generose e dolci hanno sempre sognato un avvenire senza eserciti e senza battaglie. Ma è anche tanto più facile il ritrovare e il ravvivare nell'uomo il sentimento dell'orrore del pericolo, che suscitare o conservare in lui il sentimento del coraggio! Un grande merito della civiltà moderna è d'aver creato degli eserciti nazionali, in cui senza paga, senza bottino, senza speranze, senza interessi positivi di nessuna sorta, migliaia e migliaia di contadini vanno docilmente a farsi uccidere per il loro paese. Anche a me, alla vista di un campo di battaglia, si inumidiscono gli occhi di lacrime; ma son più lacrime di ammirazione che di pietà. Non c'è cosa più nobile del sacrificio, e il sacrificio della vita essendo il più grave a compiersi, mi par che non ci sia nulla al mondo di più ammirabile che questo grande consenso popolare che fa pagar senza rivolta l'imposta del sangue a tutta una nazione, della quale una metà appena sa che cosa sia la patria, e nove decimi non sanno che cosa sia la gloria, e non l'avranno mai. Certo gli umanitari non predicano nè la fiacchezza nè la viltà; quello che essi vogliono non è che si faccia male la guerra; ma che non si faccia più; e a questo voto direi volontieri: così sia. Ma così non sarà mai disgraziatamente.... o fortunatamente forse. Perchè il giorno in cui l'Europa, incivilita come gli umanitari la sognano, avesse perduto quel resto di barbarie che si chiama il coraggio militare, dei veri barbari verrebbero da altri continenti a dimostrarle che è stata imprudente. Ciò che forma ancora la vitalità della nostra vecchia Europa, è che noi sappiamo ancora farci uccidere. Il giorno in cui non vorremmo più che vivere e viver bene: finis nostrum! — Son le opinioni del maresciallo Molke: le riferisco e non le discuto. Ma sono opinioni che non tolgono a chi le professa d'essere umanitario quanto gli umanitari più pacifici, poichè la differenza che passa tra gli uni e gli altri non è, in fondo, differenza di affetti e di desiderii, ma differenza di speranze; e forse non c'è neppur questa: c'è forse in tutti una stessa dolorosa certezza, che gli uni, più forti confessano arditamente, e di cui gli altri, più miti di natura, han bisogno di consolarsi con la fantasia: quistione di veristi e d'idealisti, come nell'arte.

Quanto alla religione, egli ha fatto una dichiarazione esplicita nella prefazione della Moabite: — Sono repubblicano e religioso. — Ma come religioso? E una di quelle domande, si capisce, che non son lecite se non ad un'antica amicizia. Un altro critico del Déroulède cercò di ricavare la definizione del suo sentimento religioso dai suoi versi. Ma il sentimento religioso del poeta non è sempre quello dell'uomo. Nel poeta, eccitato dalla passione, una tendenza del cuore si cangia facilmente in un'affermazione del pensiero: la fede che è nei suoi versi non è sempre tutta nella sua coscienza. Io non so se quella del Déroulède sia fede vera, o quello stato della coscienza comune al maggior numero, nei quale tien luogo della fede una speranza grande e confusa, in cui il pensiero si riposa vagamente; una speranza, intorno alla quale ci s'affollano continuamente mille argomenti favorevoli e contrarii, tra cui, dopo una discussione rapidissima, diamo quasi sempre la preferenza ai favorevoli; speranza che i più piccoli avvenimenti della vita ravvivano e illanguidiscono con una vicenda incessante, e ch'è tenuta viva in special modo dal bisogno che sentiamo tutti di aprire un avvenire infinito, nel nostro pensiero, agli affetti di cui viviamo. Il certo è che nella sua idea della morte c'è qualche cosa d'azzurro e di bianco che rischiara e conforta l'animo. I suoi soldati muoiono «con l'amore nell'anima e col cielo negli occhi.» In tutti i suoi pensieri, in tutte le sue immagini, così nella poesia che nel discorso, c'è come una tendenza ascensionale verso un più spirabil aere, che solleva il cuore e la mente. Si può dissentire da lui su tutto e per tutto, ma, lasciandolo, s'è contenti di aver discusso con lui; ci si sente come una chiarezza intima, che dispone alla bontà e alla gentilezza; e ci pare che si sia allargata la strada per cui camminiamo, e allontanato l'orizzonte che ci si stende dintorno.

Caro e nobile giovane! Mi par sempre di vederlo venir su per la strada della sua villa di Croissy, lungo la Senna, stretto nel suo lungo soprabito soldatesco, e preceduto da due enormi cani levrieri; e di sentirgli fare i suoi esercizi di lingua italiana pronunziando costantemente santò invece di cento, senza il più lontano sospetto di non pronunziar bene. Nel suo piccolo studio, in mezzo a un'elegante collezione di libri, si ritrovano tutti i suoi ricordi più preziosi; i fiori mandati a sua madre dai campi di battaglia, la palla estratta dal petto di suo fratello, i pezzi d'osso caduti dal suo braccio, gli occhiali verdi d'ebreo polacco che servirono a coprire lo scintillamento pericoloso dei suoi occhi di zuavo, nella fuga dalla Germania. Un particolare curioso: il suo avo materno e il suo avo paterno, di cui conserva delle memorie in un quadretto, si trovarono insieme, volontari tutti e due, alla battaglia di Valmy. Il suo studio di poeta è tutto pieno dei suoi ricordi militari; si mette la mano tra i volumi del Corneille, e si trova un trattato di tattica; si sfogliano i suoi scartafacci pieni d'appunti sulla Bibbia, e si scopre la fotografia d'un turcò; si scompongono le sue prove di stampa, e salta fuori una pipetta da soldato. Il luogo è bello e raccolto: dalla finestra si scoprono i tetti di Bougival, dove seguì un combattimento accanito durante l'assedio, e si vedono scivolare i barconi e i vaporini sulla Senna, che in quel punto è silenziosa e verde che par il lago d'un giardino. In quella piccola stanza egli passa la maggior parte del suo tempo, e accanto a sua madre, che sta tutto il giorno in una sala a terreno, distesa sopra un letticciuolo, e rivolta verso la porta da cui si vede il fiume. Non si trovan parole abbastanza pietose e riverenti per esprimere il senso che si prova vedendo per la prima volta quella santa donna, immobile come una statua, e tormentata da continui dolori, ma ancor piena di coraggio, e sempre sorridente coi suoi grandi occhi neri e dolci, in cui pare che si sia rifugiata tutta la sua bell'anima di madre e di martire. Vengono sulle labbra certi versi inediti del suo figliuolo:

Bonjour, maman! O nom sacré!

Premier mot des premiers langages

Qu'à travers le monde et les âges

Le genre humain ait proféré!

Mère est un beau nom, un nom grave;