E riparlò del suo antico proposito di fare un viaggio in Italia, anzi di venirsi a stabilire per qualche tempo fra noi, in una città del mezzogiorno. Da molto tempo si sente stanco e ha gran bisogno di riposo. Vorrebbe venire in Italia, senza che lo sapesse nessuno, fuorchè un piccolo numero di amici, per poter vivere raccolto e quieto nel suo cantuccio; non perchè sia selvaggio, e non ami la gente che va a lui, mossa da un sentimento di simpatia; ma perchè non sa jouer le prince, e davanti a tre persone con cui non abbia dimestichezza, perde la sua libertà di spirito. Ma per quanto dica, son persuaso che il suo viaggio in Italia non sarà mai altro che un proponimento. E d'altra parte, quanto s'inganna se crede di venir qui a vivere in pace! Il giorno dopo l'arrivo avrebbe un assembramento di veristi davanti all'albergo, e sarebbe costretto a esporre la teoria del naturalismo dalla finestra.

— Ho bisogno di riposo.... — ripetè con tristezza —; non posso più lavorare come una volta.

— Eppure, — gli osservai, — oltre a tutto il resto, riempite ogni settimana quattro colonne del Figaro. Noi siamo meravigliati della vostra operosità.

— No, no, — rispose, scrollando il capo, — credetelo a me, non lavoro più come una volta; non sono più quello di prima. Non ho ancora potuto rimettermi al mio romanzo. Per scrivere, vedete, bisogna aver dello spazio e dell'aria davanti a sè, bisogna credere alla vita.

Mi fecero tristezza queste parole, tanto più perchè non erano smentite dal suo aspetto.

Credette per qualche tempo d'aver una malattia di cuore; i medici lo disingannarono; ma nondimeno egli sente sempre in sè qualcosa di sordo e d'inquietante, che gl'impedisce il lavoro, e lo volge alle previsioni nere. Ora avrebbe un disegno. Continuare a scrivere per il Figaro finchè ce l'obbliga l'impegno assunto; poi uscire dal giornalismo, sdarsi interamente, e per sempre dalla polemica, e consacrare tutto il suo tempo e tutte le sue forze ai romanzi, curando insieme la raccolta e la pubblicazione dei suoi scritti sparsi; i quali tra novelle, ritratti e critica, formerebbero otto volumi, e ne uscirebbe uno ogni tre mesi. Terminata la storia dei Rougon-Macquart, alla quale mancano ancora undici romanzi, farebbe un'edizione definitiva di tutti e venti i volumi, collegandoli meglio fra loro (pensiero che deve essergli venuto in seguito a uno studio arguto e diligentissimo fatto da uno scrittore francese sulle contraddizioni cronologiche e sociali della sua storia); e poi si darebbe tutto al teatro, che è sempre il suo pensiero dominante. Riguardo al primo romanzo che pubblicherà ora, egli è ancora incerto fra tre idee. Dapprima voleva scrivere Un peintre à Paris; romanzo che abbraccierebbe la vita artistica e la vita letteraria, raccontando le lotte e le avventure di un giovane di genio, o di parecchi, venuti dalla provincia a Parigi a cercar la gloria e la fortuna; ma poichè per trattar questo argomento, dovrebbe fare un viaggio in Provenza, terra natale dei suoi personaggi, a raccogliere notizie e ispirazioni, intende di lasciarlo da parte per ora. Vorrebbe scrivere un romanzo del genere della Page d'amour, ma in un altro campo sociale, di cui il soggetto sarebbe il dolore, la bontà, la forza e il coraggio nella sventura, e gli affetti gentili e profondi; — ma teme che un lavoro di questa natura, nello stato di animo in cui si trova al presente, rimescolerebbe troppo dolorosamente il suo cuore. Propende quindi per un terzo romanzo, del quale m'aveva già parlato tre anni or sono, che avrebbe per campo «i grandi magazzini» di Parigi, come il Louvre e il Bon Marché; e per argomento la lotta del grande commercio col piccolo, dei milioni coi cento mila franchi. Questo farà più probabilmente; e perciò comincierà tra poco le sue visite e i suoi studi minuti di romanziere esperimentale; passerà delle ore e delle ore in mezzo al via vai e al rimescolìo rumoroso dei «magazzini» enormi, a raccoglier colori per le descrizioni e motti per i dialoghi, e a cercar tipi e avventure locali, interrogando commessi e ragionieri, con la sua amorosa pazienza di musaicista, come fece nei mercati e nelle botteghe dei salumai per scrivere il Ventre di Parigi, e nei lavatoi e all'ospedale per far l'Assommoir. Ma subito non ci si può mettere: non riuscirebbe a far nulla.

Gli domandai se gli seguiva spesso, anche nel suo stato abituale, di non poter far nulla.

— Ah che tasto toccate! — rispose. — Ci son dei giorni in cui mi pare d'essere finito, non per quel giorno, ma per sempre; giorni in cui son come morto. Mi metto al tavolino la mattina per tempo, senz'aver coscienza del mio stato, e al momento di ripigliare il filo del romanzo, mi sento nella testa un vuoto e un silenzio da far paura. Personaggi, luoghi, scene, avvenimenti, tutto s'è come agghiacciato dentro a una nebbia oscura, in cui mi sembra che non riescirò mai più a far penetrare un raggio di sole. E allora resto qui delle ore, colla testa sopra una mano e gli occhi fissi alla finestra come uno smemorato. E poi.... mi pigliano degli scoraggiamenti terribili anche riguardo all'arte mia.

— Come! — gli dissi, — voi, che percorrete una via così nettamente e profondamente tracciata, che lavorate con un metodo così rigoroso, e di cui parete tanto sicuro, andate soggetto voi pure allo scoraggiamento e al dubbio della vostra arte?

— Se ci vado soggetto! — rispose. — Ma chi non ci va soggetto? Ci sono due soli artisti in questo secolo, un pittore e un poeta, i quali non hanno mai sospettato una volta, neppure alla lontana, il primo di poter sbagliare una pennellata, l'altro di poter scrivere un cattivo verso; e sono il Coubert e Victor Hugo. Io trovo orribile oggi quello che ho fatto ieri — infallibilmente. Se voglio tirar innanzi a lavorare di buon animo e con qualche illusione di far bene, bisogna che non mi volti mai indietro. Per questo, terminato un libro, non me ne occupo più; e non solo sfuggo l'occasione di parlarne, ma faccio uno sforzo continuo per dimenticarlo. Guardate: io non rileggo mai, assolutamente mai, una pagina dei miei libri, se non son costretto a leggerla, come m'accade qualche volta, per scansare una ripetizione in quello che sto scrivendo. Ebbene, quando rileggo qualche cosa, faccio compassione a me stesso, ma una compassione, vedete, da levarmi il pianto dal cuore.