— Ma per che cosa?

— Ma per il pensiero, per la condotta, per lo stile, per la lingua, per tutto. Credete voi che se non vivessi in questo dubbio continuo di me stesso, se non mi tormentassi l'anima come faccio, avrei il colore che ho, e mi troverei nello stato di salute in cui mi trovo? Guardate le mie mani. Pare che io abbia il delirium tremens. E non bevo che acqua!

E dopo un po' soggiunse:

— M'ammazzo a lavorare, e non riesco a far quello che voglio; sono un uomo malcontento, ecco tutto.

Il suo tormento principale è lo stile e la lingua, com'era negli ultimi anni per il Flaubert, che urlava sopra una frase ribelle. — Noi — egli dice — siamo scrittori troppo nervosi. Il nostro stile è uno stile di spolvero, tutto bellezze grosse e patenti, frasi fatte e cadenze obbligate. A furia di voler cesellare, brunire, ricamare e dipingere, e pretender dalle parole l'odore delle cose, e ingegnarci di rendere tutti i suoni, ci siamo formati un linguaggio convenzionale, un gergo letterario nostro proprio, tutto stelleggiato e ingioiellato d'immagini, tutto tremolante di pennacchietti e di frangie, che non potrà piacere a lungo perchè non è la bellezza, ma la moda, non è la forza, ma lo sforzo; che anzi invecchierà immancabilmente, e riuscirà intollerabile alle generazioni future. Invece di parlare, insomma, trilliamo e facciamo delle fioriture. Invece di descrivere le cose, come diceva il Goethe, vogliamo troppo descrivere i loro effetti; e siamo arrivati in quest'arte a un grado di raffinamento puerile, assolutamente. Non è più l'arte, sono i ghiottumi, i tornagusti dell'arte. Siamo in piena decadenza di stile, ecco la cosa. — Ora lo Zola, dallo stesso principio che lo spinse a semplificare il romanzo, e a renderlo quanto più è possibile conforme alla semplicità del vero, e quasi all'andamento ordinario della vita, è condotto logicamente a fare il medesimo sopra lo stile; cioè a ridurre la forma alla sua semplicità massima, ritornando alla lingua secca, come egli dice, alla frase netta, allo stile logico, parco d'epiteti, sfrascato, che sia panno e non trina, e vesta strettamente il pensiero, senza pieghette e senza svolazzi: uno stile di cui tutto il valore consista nella evidenza, ottenuta con una parsimonia e una proprietà rigorosa della parola. Sogna, insomma, una prosa, come l'aveva in capo il Leopardi, e come la definì, senza averla mai scritta, il Giordani; vorrebbe, cioè «scrivere in modo che l'arte non si mostri, preoccupato dal solo scopo che le cose dette appariscano chiarissime e credibili, e che il pensiero passi per mezzo della parola con quella facile prestezza e limpidezza che dai limpidi cristalli ci pervengono all'occhio le specie degli oggetti posti al di là; non frapporsi mai, neppure passando, fra il lettore e l'argomento; risalire, in una parola, alla nudità tersa degli scrittori del gran secolo, serbando inalterato il sentimento ed il pensiero nuovo». In questa direzione egli vorrebbe aprire una nuova via. È una grande ambizione. E non si può negare certamente ch'egli abbia un concetto netto di quello che vuole. La giovinezza sempre fresca dello stile del Voltaire, e la solidità e la nitidezza marmorea di quello del Pascal, lo innamorano; e se bastasse, per dar corpo al suo ideale di forma, la potenza tecnica di scrittore, non c'è dubbio che ci riuscirebbe senza grande fatica. Ma la difficoltà massima sta in ciò: che questo rinnovamento dello stile ch'egli ha nel capo, richiederebbe inesorabilmente un accrescimento enorme nella ricchezza e nella intensità del pensiero. Perchè qual è lo scrittore di romanzi che potrebbe resistere a un tale denudamento? A che cosa si ridurrebbe un romanzo del tempo che corre, spogliato di tutto ciò che egli chiama pompons e falbalas della forma? E specialmente il romanzo dello Zola così profusamente descrittivo, e affollato d'immagini? Per rimaner saldo e palpabile, dovrebbe avere doppia ossatura e doppia carne. Può scrivere con quella meravigliosa austerità di stile il Pascal, che condensa in un periodo una lunga e profonda meditazione; ma come può farlo uno scrittore, di cui la facoltà principale è appunto quella di saper presentare con una evidenza straordinaria ogni più sfuggevole aspetto di ogni più piccola cosa? E quale scrittore avrà il coraggio di affrontare il gusto dominante con una maniera di stile, di cui la perfezione faticosissima rimarrebbe indubitatamente incompresa, o parrebbe freddezza, sbiaditura, miseria? Questo è il grande struggicuore dello Zola, e gli durerà, credo, per tutta la vita. Egli dice che non riesce a liberarsi dal suo vecchio stile e a impadronirsi del nuovo, perchè ha troppo fitto nell'ossa, come tutta la sua generazione, il veleno del romanticismo. Da giovane, dice, mi sono addossato anch'io il carico del frasario romantico, e cogli anni mi s'è mutato in gobba. Ma nell'intimo della sua coscienza, egli sente certamente che non è questa la ragione che gl'impedisce di porre in atto la sua idea: sente che gli manca anzitutto la fede nelle proprie forze; o piuttosto sente che non potrebbe riuscire se non a una condizione a cui non vorrà piegarsi mai certamente: di fare un romanzo solo coi materiali che gli bastano ora per due, e di lavorarci attorno tre anni invece di otto mesi, e di rinunziare alla soddisfazione dei grandi successi immediati.

Per liberarsi da questa sua spina dello stile, tornò a parlare dell'Italia. L'Italia e la Russia sono i due paesi che gli dimostrano maggior simpatia; ed egli vi si rifugia col pensiero ogni volta che si sente stanco della guerra che gli si fa in patria. Ecco una cosa che i nemici arrabbiati dello Zola non possono masticare. — Che cos'è questa toquade — ci domandano — che vi prese per lo Zola, voialtri italiani? S'ha da vedere anche i vostri Ministri dell'istruzione pubblica menare il turibolo davanti all'autore di Nana! — Alludono alla lettera del De Sanctis, che fece un po' di scandalo. Certo che è un caso letterario notevole la grandissima diffusione dei romanzi dello Zola in Italia, dove una sola delle due traduzioni dell'Assommoir ebbe più spaccio di qualunque libro italiano più popolare; dove tutti i suoi romanzi sono tradotti e, quel ch'è più raro, tradotti tutti accuratamente, e parecchi benissimo; dove si può dire, anzi, che si deve allo Zola il fatto nuovissimo d'una vera gara letteraria di traduttori colti e coscienziosi, alla quale il pubblico tenne dietro curiosamente. Si direbbe che c'entra po' in questa grande simpatia l'origine italiana dello scrittore e il carattere particolare del suo ingegno, per quello che ha di discordante e quasi di opposto allo spirito generale degli scrittori parigini. È incredibile la quantità di giornali che egli riceve dal nostro paese, fin dalle più lontane provincie meridionali; fra cui dei giornaletti sconosciuti, dei quali mi fece molta meraviglia udirgli ripetere i titoli, con uno sforzo visibilissimo delle labbra. — Je tâche d'être poli avec tout le monde, disse; ossia di rispondere a tutti. Se non ci riesce, non è per difetto di buon volere. Riceve tanti giornali che, a furia di provarsi a leggere, è arrivato ormai a capire alla meglio l'Italiano, e intende di continuar l'esercizio. E infatti dev'esser gradevole e facile imparare una lingua studiandola nelle proprie lodi, in modo da godere in ogni difficoltà risolta una doppia soddisfazione. Ma non lesse soltanto gli scritti che lo riguardavano; quindi gli rimase nel capo un guazzabuglio di nomi di romanzieri, di poeti e di giornalisti, dei quali volle saper qualche cosa singolarmente; e stette a sentir le informazioni con una certa curiosità, mista di stupore, come si starebbe a sentire chi ci mettesse al corrente della letteratura patagona. — Et notre brave Cameroni? — domandò; — quello è davvero una fontana a getto continuo! — Si mostrò molto soddisfatto delle due traduzioni dell'Assommoir. Credeva però che quella del Petrocchi fosse in patois, e si rallegrò di sentire che non è più in dialetto quella traduzione di quello che lo sia l'Assommoir originale, poichè i modi e i vocaboli fiorentini che vi sono sparsi, non le tolgono di essere tutta intelligibile da un capo all'altro d'Italia. Disse poi d'aver ricevuto una lettera di Cesare Cantù; e questo non me l'aspettavo. Gli scrisse per domandargli informazioni intorno a suo padre, che egli credeva essere uno Zola che prese parte nelle cospirazioni carbonaresche del 21. Sorrise per la prima volta quando gli dissi: — Vedete; voi non potreste immaginare lo strano effetto che farebbero in Italia questi due nomi accoppiati: Cesare Cantù e Emilio Zola — collaboratori, per esempio, in un romanzo intitolato Satin. — Non aveva però cognizione della fama vastissima dello storico lombardo, e diede segno di gradire singolarmente la lettera, quando seppe bene da chi veniva. Poi domandò bruscamente:

— Perchè non fate un romanzo?

Guardai il pendolo per non abusare del suo tempo; ma era presto: potevo rimanere.

— È una vergogna per noi — riprese lo Zola — non studiare la lingua e la letteratura italiana, perchè ne potremmo ricavare un vantaggio grande, oltre che pel rimanente, per lo stile, ed anche per la lingua nostra. I nostri grandi scrittori del buon secolo, e molti del secolo scorso, la studiavano. Non ci sarà mai critica larga e feconda in Francia fin che non ci dedicheremo coscienziosamente allo studio delle letterature straniere. La nostra critica teatrale, per esempio, è quella che pecca di più da questo lato. Non si parla che del teatro francese, si vede ogni cosa da una parte sola. Quando i nostri critici dicono: il teatro, intendono il nostro. Si dovrebbero intender tutti. Pare che per loro non esista un teatro tedesco, un teatro inglese, un teatro italiano, un teatro spagnuolo. Merci. E che teatri sono! Così nel resto. È inutile. Bisogna rompere il tetto e spalancare porte e finestre, e far entrare dell'aria. Se avessi tempo, vedete, vorrei fondare un giornale, il quale non desse che una piccolissima parte alla politica, che è la nostra peste, e non avesse altro ufficio che di seguire passo a passo, fedelissimamente, il movimento letterario degli altri paesi, rendendo conto d'ogni pubblicazione che si facesse a Madrid come a Pietroburgo, a Roma come a Stoccolma, con una critica largamente espositiva e imparziale, ma piuttosto benevola che severa, chiunque fosse l'autore e qualunque la scuola; in modo da far penetrare in Francia il maggior numero possibile di scrittori stranieri. Questo ci vorrebbe per noi. Ma come potrei farlo? Basta un giornale ad assorbir la vita d'un uomo.

Nondimeno, secondo lui, s'è già fatto un gran passo in Francia, dal 70 in poi, nello studio delle letterature straniere. Oltre che si traduce un assai maggior numero di libri che per il passato, e che non par più una cosa dell'altro mondo, come una volta pareva, che un giornale francese s'occupi d'uno scrittore straniero, se anche non è famoso nel mondo; è fuor di dubbio che molti libri inglesi, italiani e tedeschi sono letti in Francia, ora, nel testo originale. Ed è cresciuta mirabilmente anche la vendita dei libri francesi. Lo Zola, così a un di grosso, crede che sia triplicata. Dodici edizioni d'un libro, che erano già un gran che, non sono più oggigiorno che un mediocre successo librario. E i poeti, in ispecie, hanno torto di lagnarsi. D'un volume di versi, in qualsiasi condizione pubblicato, si esitano immancabilmente mille esemplari. E si è migliorata pure la condizione degli scrittori rispetto agli editori: c'è più buona fede e più fiducia reciproca. Non è gran tempo che essi si trattavano a vicenda, e con molto chiasso, di scrocconi e di ladri.