Improvvisamente mi fece una grande sorpresa.
— Sapete — disse — ho letto i Promessi Sposi.
Avvicinai la seggiola.
Mi parve che titubasse un poco a esprimere la sua opinione, sia perchè non l'avesse netta, sia perchè, sospettando la mia, cercasse i termini per urtarla il più leggermente che poteva.
— Prima di tutto — disse — debbo confessare che ho letto la traduzione francese, e che ho poca fede nelle traduzioni. Credo che la migliore sciupi gran parte, e forse la più viva parte di qualunque lavoro, e specialmente di un lavoro originale. Perciò i Promessi Sposi non mi fecero l'impressione che m'aspettavo. Che so io? Il romanzo, nel suo complesso, mi parve troppo fedelmente lucidato dai romanzi di Walter Scott. Non mi son fatto un concetto preciso del suo valore. Certo però che ci sono delle parti, e molte, che serbano anche nella traduzione una bellezza e una potenza meravigliosa; squarci d'un realismo magistrale, nei quali si rivelano insieme la forza d'un grande pittore e quella d'un pensatore vasto e profondo: la storia della peste specialmente, che avrebbe innamorato il Flaubert, col quale il Manzoni ha molti punti di somiglianza....
Quello che lo colpì più d'ogni cosa, insomma, fu la descrizione, e di tutte le descrizioni, quella che gli rimase impressa più profondamente, tanto che ne ricorda tutti i particolari, è la scena che si presenta improvvisamente allo sguardo di Renzo, quando s'affaccia alla porta del lazzaretto, dopo la sua lunga e avventurosa pellegrinazione a traverso a Milano. Quelle compagnie di malati che entrano, quegli appestati accovacciati pei fossi, quelle faccie stupidite, quei visi sghignazzanti, quei pazzi che raccontano le loro immaginazioni ai moribondi, quel cantare alto e continuo di gente già trasfigurata dal morbo, quel brulichìo immenso e miserabile, e particolarmente quel cavallaccio sfrenato, che fende la folla in mezzo all'urlìo dei monatti, montato da un frenetico che gli tempesta il collo di pugni, e dispare in un nuvolo di polvere, sono un quadro, egli dice, che gli rimarrà davanti agli occhi per tutta la vita. Non disse altro, e non me ne stupii. Per quanto ingegno e accorgimento critico egli abbia, è impossibile che, per ora, gusti e giudichi rettamente un'opera pensata, sentita e condotta così diversamente dalle sue. Egli è ancora troppo caldo dell'ispirazione propria, troppo eccitato dalla battaglia, troppo immerso con tutte le facoltà nei suoi studi altrettanto profondi che rigorosamente circoscritti, e troppo vivente, non dico nella letteratura del suo tempo, ma in quella della sua giornata. Lo Zola rileggerà i Promessi Sposi in pace, fuori del campo di battaglia, come il Voltaire rilesse l'Ariosto, e cangierà di parere, come il Voltaire. Gli mancavano d'altra parte, per ora, gli elementi necessarii ad un critico per poter giudicare del valore intrinseco d'una grande opera letteraria. Rimase stupito udendo che i Promessi Sposi furono scritti nel primo quarto del secolo, e che il Manzoni, pure seguendo l'esempio del Walter Scott nel suo romanzo, fu nella letteratura italiana un novatore, il quale, ai suoi tempi, fece «parte da sè stesso»; un miscredente delle scuole, come lo definì il genero apologista, un Volteriano dell'arte, un loico del buon senso; iniziatore d'una riforma letteraria che bandì l'estrinseco, il convenzionale, il falso nel pensiero, nel sentimento, nello stile, nella lingua; e che la sua apparizione nella letteratura italiana, sollevò ben altre tempeste e diede l'impulso a un ben più largo e nuovo movimento d'idee che non abbia fatto lui, per ora, nella letteratura francese. Finì col dire che l'avrebbe riletto in italiano, e mostrò curiosità di conoscere le tragedie, per aver inteso qualcosa di quella maniera libera e tranquilla di condurre l'azione e di sceneggiare, che si deve accordare mirabilmente con le sue idee.
Di qui ricascò a parlare della sua stanchezza intellettuale, che lo rattristava:
— Ma chi mai — gli dissi — leggendo i vostri articoli, sospetterebbe che siete stanco?
— Capisco: non ve n'accorgete; ma è perchè ci metto uno sforzo doppio che per il passato, appunto per nascondere la stanchezza.
— E poi — disse dopo qualche momento di riflessione, — sono stanco sopratutto della polemica, che mi attira tanti odî. È un'impresa che schiaccia le mie forze, e schiaccerebbe le forze di chi che sia, quella di fare nello stesso tempo il novatore e il demolitore. Io mi trovo in una condizione disgraziata. Vedete Victor Hugo. Certo, nel suo grande cammino trionfale egli è stato spinto innanzi dalla forza immensa delle simpatie e degli entusiasmi della nazione; ma aveva il vantaggio di non esser costretto a combattere a corpo a corpo. Una legione di devoti e di fanatici gli andava innanzi sgombrando la strada a colpi di spada e d'accetta, e gli faceva largo intorno, gli lasciava un grande spazio d'aria libera, nel quale egli procedeva serenamente, tutto assorto nella propria ispirazione. Io, invece, debbo far tutto, ossia fare e disfare. Ed è quello che non vogliono perdonarmi. — Badate a scrivere dei romanzi — mi dicono; — lavorate sul vostro, e lasciate in pace gli altri sul proprio: create senza distruggere. — E perchè ciò, dal momento che essi tirano a distruggermi, e non creano? Perchè non credono ch'io sia in buona fede; perchè credono ch'io critichi, non per convinzione, ma per passione; non per abbattere delle scuole che credo false e dannose al progresso dell'arte e del pensiero, ma per sbarazzarmi di rivali che credo incomodi. Credono che io odii delle persone, mentre non combatto che dei principii. Vogliono ad ogni costo che sia egoismo di bottegaio quello che è coscienza d'artista. Questo è quello che mi affligge. Che cosa ne pensate?