Credetti di dovergli dire quello che sinceramente credevo, cioè che fuori di Parigi, fra noi, per esempio, si faceva generalmente un giudizio assai diverso della sua critica. — Troviamo nei vostri articoli della violenza, ma non dell'odio. Se ci fosse odio, ci sarebbe del veleno, e questo non l'avete. Ci paiono critiche di testa, vi direbbe un maestro di canto, e non critiche di petto; colpi di mazza, non colpi di stile; che è molto diverso. E chi volete che creda che coi successi enormi che ottenete, possiate attaccare per gelosia letteraria, fra gli altri, degli avversari mille miglia lontani dal vostro campo, e quasi sconosciuti fra noi? Del resto, voi potete sempre rispondere che non avete ancora detto contro gli altri la metà di quello che si disse contro di voi.

— Ah! — esclamò — di quello che si disse contro di me non ne potete avere un'idea, voi che vivete lontano da Parigi. Io mi diedi a scrivere sul Figaro per non troncare tutt'a un tratto la mia «campagna critica» dopo la rottura col Voltaire; chè m'avrebbero creduto smarrito d'animo e ridotto all'impotenza. Ma sapete perchè ho scelto il Figaro? Il Figaro, prima di tutto, contro cui si fa tanto gridare, non è mica peggio degli altri giornali, sotto nessun aspetto. La sua disgrazia è che tutti i torti della stampa che ha dei torti, si fanno ricadere sulla sua testa; lui è lo scandalo, lui è il morbo della nazione, lui raccoglie in sè tutti i vizi, tutte le magagne, tutte le brutture del giornalismo francese. È destinato che sia il capro emissario, e s'intende che se non ci fosse il Figaro, non ci sarebbe che una stampa purissima e santissima: sta bene. Ma questo non monta. Sono collaboratore del Figaro, ma non l'ho sposato. Io non so quello che ci scrivano; so che ci scrivo quello che voglio. Ho scelto il Figaro per questa ragione: che essendo un giornale diffusissimo per tutta la Francia e fra ogni ceto di gente, volevo cercare, scrivendoci, se ci fosse modo di distruggere quella specie di leggenda odiosa e ridicola che s'è formata sulla mia povera persona. Una vera leggenda, vi dico. Quelli che l'hanno creata e divulgata, i critici e giornalisti, non ci credevano: s'intende benissimo: sono maligni, ma non imbecilli. Il grande pubblico, però, l'ha bevuta. Per questo grande pubblico io sono un uomo senza coscienza, senza legge, senza pudore, senza affetti; uno speculatore d'immoralità, un sacco di vizi, un bevitore di sangue, un'anima perduta. Credono che io sguazzi veramente in tutte le sozzure, come qualche personaggio dei miei romanzi, e non solamente nelle sozzure morali. Un égoutier, infine. Un uomo da velarsi gli occhi e da turarsi il naso, passandogli accanto. Ebbene, io dissi tra me: je suis un brave homme, après tout (non c'è vanità a dichiararlo, non è vero?); mi sento un cervello sano nel capo e un cuore onesto nel petto; vediamo se, scrivendo in un giornale che va per le mani di tutti, provandomi a dirvi le mie ragioni con la maggior pacatezza possibile, e a esprimervi i miei sentimenti con la mia abituale sincerità, mi riesce di raddrizzare l'opinione storta della gente. Prima ancora ch'io scrivessi, al semplice annunzio della mia collaborazione, i buoni borghesi, gli onesti abbonati rimasero atterriti. Ma come! Lo Zola scrive nel Figaro? Saremo costretti ad asciugarci la prosa di questo matto pervertito e scandaloso, e a nascondere il giornale alle nostre famiglie? Credevano in buona fede che ad ogni periodo io buttassi fuori un'oscenità stomachevole o sputassi sopra un sentimento gentile o lacerassi un nome onorato. Ora io so che molti hanno espresso una grande meraviglia dopo letti i primi articoli. In fin dei conti, hanno detto, tutto ben considerato, è un uomo — presso a poco — come gli altri. Avrà torto, ma ragiona; ragionerà male, ma par persuaso di quello che dice. Porcherie non ne scrive; critica, ma non insulta; è un capo originale, ma non è un pazzo da catena. Non è lo Zola che ci avevano dato ad intendere. — Ora questo è già qualche cosa, ma è poco più di nulla. Per uno che si ricrede, cento altri del pecorame immenso continuano a credere. Voi non potete immaginare quanto sia difficile in Francia lo sradicare un pregiudizio. Una leggenda calunniosa s'è formata sopra di me: ebbene, ho quarant'anni, posso viverne ancora altri venti, ma son sicuro di non vederne la fine, di quella leggenda. E questo m'addolora.

E disse le ultime parole con un accento di vero rammarico.

— Pensate però — gli osservai — che la leggenda non è uscita di Francia, e che noi, lontani, vi giudichiamo diversamente. I lettori sensati, che conoscono tutte le vostre opere, e che tengono dietro a tutte le manifestazioni dei vostri principii artistici, spassionatamente, e senza cocciutaggini scolastiche, sono persuasi che quello che si può trovare d'eccessivo, sotto certi aspetti, in alcuni dei vostri romanzi, è conseguenza logica del concetto fondamentale che avete dell'arte, non predilezione per il brutto, per il tristo e per l'orrido, che derivi da animo malvagio. Certo, l'arte ottimista che sceglie ad un fine consolante i caratteri e gli avvenimenti, e si sforza di alleggerire ai lettori tutte le impressioni ingrate, e di girare intorno, senza attrito, a tutte le opinioni che hanno una radice nell'animo, cattiva facilmente la simpatia agli scrittori. Ma sotto la vostra arte di ferro, noi ammiriamo e amiamo la schiettezza, il coraggio, la devozione ardente e indomabile ad un'idea, che non è possibile che in un'anima nobile. Gli arrabbiati che leggono i vostri romanzi con un occhio solo, non vedono che Lantier, e Bijard, e Pierre Rougon, e Renée; noi li leggiamo con due, e vediamo Miette e Goujet e Lalie ed Hélène e la piccola Jeanne. Ed è l'intensità, non la molteplicità e la diffusione delle manifestazioni del cuore, quella da cui giudichiamo l'intima natura dell'artista. Per me, vedete, Hélène, che dopo aver visto morir la sua creatura senza poter piangere, e quasi chiusa nel suo dolore, getta un urlo improvviso vedendo ai piedi del letto le scarpettine che la povera bimba non si metterà mai più; e il singhiozzo disperato che lacera il petto di Goujet mentre Gervasa, incanutita e convulsa, si sfama sotto i suoi occhi, dovrebbero bastare a giudicar l'uomo quanto un poema d'affetto. E molti la pensano a modo mio.

— Eppure — osservò sorridendo leggermente — dicono che contamino tutto.

— Lo dissero anche del Flaubert. Dopo che aveva lavorato per cinque anni a un romanzo, un critico scrisse che s'era ravvoltolato in una fogna e che l'aveva sporcata.

— E che cosa si dice, in Italia, quando si legge una di codeste critiche?

— Non so.... credo che si continui a leggere il Flaubert.

— Io credo però che sarà utile, a proposito di critiche, un libro d'un nuovo genere, che sto preparando da un pezzo. Man mano che mi cadevano sotto gli occhi, sono andato raccogliendo e ordinando le più grossolane insolenze, i più spropositati vituperii che vennero vomitati contro di me. V'accerto che a leggerli tutti di seguito, come una lunghissima lirica furibonda, fanno un singolare effetto. Li pubblicherò in un volume, con una grande prefazione sulla critica, e intitolerò il volume: Leurs injures. Sarà la mia apologia.

Questo è il suo chiodo fisso; per quanto faccia, bisogna sempre che torni a batterci su. Il suo grande tormento è d'essere male giudicato come uomo. E questo tormento, possono averlo celato, ma lo provarono certamente tutti gli artisti, anche i più incuranti e sdegnosi del mondo, e i più gloriosi, quando il loro carattere morale fu denigrato. Poichè si può ben amare disperatamente la gloria, ma non si può averne un godimento pieno e sereno, se non si sente che insieme all'artista è stimato l'uomo, suo padre e suo giudice, e depositario del suo onore. Prima si ambisce la gloria pur che sia; poi quella tal gloria — senza ombra e senza turbamenti; — ossia la stima e l'affetto, che sono il calore della sua luce. Il che i nemici cercan di togliere, quando non riescono a toglier altro, poichè è una grande consolazione dell'amor proprio, dovendo dire che un tale è un grande artista, poter soggiungere subito dopo che è un birbante.