La più bella cosa a vedersi in Valenza è il mercato. I contadini valenzani sono di tutta la Spagna i più artisticamente e bizzarramente vestiti. Per fare una bella figura in mezzo alle maschere dei nostri veglioni, non avrebbero che da entrare in teatro tal quale si trovano i giorni di festa e di mercato per le strade di Valenza e per le vie della campagna. Al vedere i primi così vestiti, vien da ridere, e non si può credere in nessuna maniera che sian contadini spagnuoli. Hanno non so che aria di greci, di beduini, di giuocatori di pallone, di danzatori di corda, di donne mezzo spogliate per andare a letto, di comparse da tragedia non finite di vestire, di gente faceta che voglia far ridere a spese sue. Hanno una camicia bianca ed ampia che tien luogo di giacchetta, un panciottino di velluto di vario colore aperto sul petto, un par di calzoni di tela, della forma di quei degli zuavi, che non arrivano al ginocchio, e paion mutande di donna, e svolazzano come le gonnelline d'una ballerina; una fascia rossa o azzurra intorno alla vita; una specie di uose di lana bianca, ricamate, che lascian vedere il ginocchio nudo; un par di sandali di corda come i contadini catalani; e per copertura della testa, che portan quasi tutti rapata come i chinesi, un fazzoletto rosso, o turchino, o giallo, o bianco, avvolto a modo di cartoccio e annodato sulle tempie o sulla nuca; sul quale metton qualche volta un cappelletto di velluto, di forma simile a quello che s'usa nelle altre provincie di Spagna. Quando vanno in città portan quasi tutti sulle spalle o sul braccio, ora a guisa di scialle, ora di mantellina, ora di ciarpa, una capa di lana, lunga e stretta, a striscie di vivissimi colori, per lo più bianco e rosso, ornata di fiocchi di frangie e di rosette. L'aspetto che presenta una piazza dove siano raccolti qualche centinaio di uomini così vestiti, è facile a immaginare; è una scena carnevalesca; una festa, un tumulto di colori che mette allegrezza come la musica d'una banda; uno spettacolo nello stesso tempo ciarlatanesco, gentile, pomposo e ridicolo; al quale i volti accigliati e gli atteggiamenti maestosi, che distinguono i contadini valenziani, aggiungono una sfumatura di gravità che ne accresce la stravagante bellezza.


Se v'è un proverbio insolente e bugiardo, è quell'antico proverbio spagnuolo che dice: in Valenza la carne è erba, l'erba è acqua, gli uomini son donne e le donne nulla. Lasciando da parte quella della carne e dell'erba, ch'è un bisticcio, gli uomini, specie del basso popolo, sono alti e robusti ed hanno un aspetto ardito quanto i catalani e gli aragonesi, con qualcosa di più vivo e di più luminoso negli occhi; e le donne sono per consentimento di tutti gli Spagnuoli e di quanti stranieri hanno viaggiato in Spagna, le più classicamente belle del paese. I valenziani, i quali sanno che la costa orientale della penisola fu prima occupata dai Greci e dai Cartaginesi, dicono: è chiaro! Aqui se quedó el tipo de la belleza griega. (Qui rimase il tipo della bellezza greca.) Io non ardisco dire nè sì nè no, perchè il definire la bellezza delle donne d'una città in cui si son passate alcune ore, mi parrebbe una licenza da compilatore di Guide. Ma è facile accorgersi d'una differenza recisa che corre tra la bellezza delle andaluse e la bellezza delle valenziane. La valenziana è più alta di statura, più grassoccia, meno bruna, e ha tratti più regolari, e occhi più soavi, e andatura e atteggiamenti più matronali. Non è un pepino come l'andalusa, che fa sentire il bisogno di mordersi un dito quasi per sedare la subita e disordinata insurrezione di desiderii capricciosi che ci si desta dentro alla sua vista; ma è una donna che si guarda con un sentimento di più tranquilla ammirazione, e mentre si guarda, come dice dell'Apollo del Belvedere il La Harpe, notre tête se relève, notre maintien s'ennoblit; e invece di fantasticare una casetta andalusa per nasconderla agli occhi del mondo, si desidera un palazzo di marmo per accogliervi dame e cavalieri che vengano a renderle omaggio.


A sentir gli altri Spagnuoli, il popolo Valenziano è feroce e crudele oltre ogni immaginazione. Chi vuol disfarsi d'un nemico, trova l'uomo servizievole che, per pochi scudi, s'incarica della bisogna colla indifferenza con cui accetterebbe la Commissione di portare una lettera alla posta. Un contadino valenziano che si trovi ad avere il fucile tra le mani mentre passa uno sconosciuto per una strada solitaria, dice al compagno:—Voy à ver si acierto,—(Vediamo se tiro giusto,) e piglia la mira e spara. Si racconta questa che, da quanto mi fu assicurato, è storica e seguì non molti anni sono. Nelle città e nei villaggi della Spagna i ragazzi ed i giovanotti del popolo soglion giocar fra loro, com'essi dicono, ai tori. Uno fa il toro e dà le capate; un altro, con un bastone stretto sotto l'ascella, a modo di lancia, portato a cavalluccio da un terzo che rappresenta il cavallo, respinge gli assalti del primo. Una volta una brigata di giovani valenziani pensarono di far questo gioco con qualche novazione che gli desse un po' più di somiglianza alle vere cose dei tori, e procurasse agli spettatori e agli artisti un po' più di emozione che i giuochi consueti; e la novazione fu di sostituire al bastone un lungo coltello aguzzato e affilato, una di quelle formidabili navajas che abbiamo viste a Siviglia e di darne all'uomo che faceva la parte di toro, due altre un po' più corte, le quali, tenute ferme da una parte e l'altra del capo, tenesser luogo di corna. Incredibile, ma vero! Si fece il gioco a coltellate, si sparse un lago di sangue, parecchi furono uccisi, altri feriti a morte, altri malconci, senza che il gioco si convertisse in rissa, senza che le regole dell'arte fossero una volta violate, senza che alcuno levasse la voce per far cessare la strage!

Relata refero, e son ben lontano dal credere tutto ciò che dei valenziani si dice; ma è certo che a Valenza la sicurezza pubblica, se non è un mito, come dicono poeticamente le nostre gazzette parlando delle Romagne e della Sicilia, non è neanco il primo dei beni che vi si goda, dopo quello della vita. Me ne persuasi la prima sera del mio soggiorno in quella città. Non sapevo andare al porto, credevo che fosse vicino, dimandai a una bottegaia per dove dovevo passare. Gettò un grido di meraviglia.

“Al porto vuol andare, caballero?”

“Al porto.”

Ave Maria purisima, al porto a quest'ora?” E si voltò verso un crocchio di donne che stavan accanto alla porta dicendo in dialetto valenzano: