Y es un recuerdo glorioso
Aunque en guerra cimentado,
El venturoso reinado
De Felipe el Animoso.
Hoy el tercero sois Vos
Nacido en estraño suelo
Que viene á ver nuestro cielo
Puro destello de Dios.
Al rayo de nuestro sol
Sed bueno, justo y leal,
Que á un Rey bueno y liberal
Adora el pueblo español.
Y á vuestra frente el trofeo
Ceñid[13] de perpetua gloria,
Para que diga la historia
—Fué grande el Rey Amadeo.—»
Oh povera ragazzina, quante cose saggie hai detto tu, e quante cose insensate hanno fatto gli altri!
La città di Valenza, se vi s'entra ripensando alle ballate dei poeti che ne cantarono le meraviglie, non pare che risponda alla bella immagine che ce n'eravamo formata nella mente; e d'altra parte non offre quell'aspetto sinistro al quale ci si prepara, se si bada alla sua giusta fama di città turbolenta, battagliera, fomentatrice di guerre civili e piuttosto vaga dell'odor della polvere che della fragranza dei suoi boschetti d'aranci. È una città costrutta sur una vasta e florida pianura, sulla riva destra del Guadalaviar, che la separa dai suoi sobborghi, un po' lontana dalla rada che le serve di porto, tutta strade tortuose, fiancheggiate da case alte, sgraziate e multicolori, e però di men gradevole aspetto che le strade delle città andaluse, e prive affatto di quella vaga aria orientale che muove così caramente la fantasia. Sulla riva sinistra del fiume si stende uno stupendo passeggio formato da maestosi viali e da bei giardini, al quale si giunge uscendo dalla città per la porta del Cid, fiancheggiata da due grosse torri merlate, chiamata col nome dell'eroe perchè per essa egli passò nel 1094 dopo avere scacciato i Mori da Valenza. La cattedrale, costrutta in uno spazio dove sorse un tempio a Diana al tempo dei Romani, poi una chiesa a San Salvatore al tempo dei Goti, poi una moschea al tempo degli Arabi, convertita daccapo in chiesa dal Cid, mutata una seconda volta in moschea dagli Arabi nel 1101, e per una terza volta in chiesa dal re Don Iaime dopo la cacciata definitiva degli invasori, è un vasto edifizio, straricco di ornamenti e di tesori; ma che non può reggere il confronto colla maggior parte delle altre cattedrali spagnuole. V'hanno parecchi palazzi degni di esser visti, come il palazzo dell'Audiencia, che è un bel monumento del decimosesto secolo, nel quale si radunavano le Cortes del regno di Valenza; la casa de ayuntamiento, costrutta tra il secolo XV e il XVI, nella quale si conserva la spada di Don Iaime, le chiavi della città e la bandiera dei Mori; e sopra tutti la Lonja, la Borsa dei negozianti, per la sua celebre sala formata da tre grandi navate divise da ventiquattro colonne torte sulle quali s'incurvano con uno slancio ardito gli archi leggieri delle vôlte, e l'occhio riceve da quell'architettura una gradevole impressione di gaiezza e d'armonia. E infine v'è un museo di pittura che non è tra gli ultimi di Spagna.
Ma a dire il vero in quei pochi giorni ch'io rimasi a Valenza aspettando un bastimento, ebbi più il capo alla politica che all'arte. Ed esperimentai la verità delle parole che prima di partir dall'Italia avevo inteso dire da un illustre italiano, il quale conosce la Spagna come casa sua: «Lo straniero che vive, anche per breve tempo, in Ispagna, è condotto a poco a poco, senza quasi ch'ei se n'accorga, a scaldarsi il sangue e a beccarsi il cervello sulla politica, come se la Spagna fosse il suo paese, o le sorti del suo paese pendessero dalle sorti della Spagna. Le passioni son tanto ardenti, la lotta è così accanita, e in questa lotta è sempre così apertamente in giuoco l'avvenire, la salute, la vita della nazione, che non è possibile, a chi nulla nulla sia latino d'immaginazione e di fibra, il rimaner spettatore indifferente. Bisogna agitarsi, parlar nei crocchi, pigliar sul serio le elezioni, imbrancarsi nella folla che fa le dimostrazioni politiche, rompersi con qualche amico, formarsi una società di gente che la pensi come noi, e farsi, in una parola, spagnuolo fino al bianco dell'occhio. E via via che si diventa spagnuoli, si scorda l'Europa, come se fosse agli Antipodi, e si finisce col non veder più che la Spagna, come se la governassimo noi, e tutti i suoi interessi fossero nelle nostre mani.» Così è, e così m'avvenne. In quei pochi giorni era naufragato il Ministero conservatore, e i radicali avevano il vento in poppa; la Spagna era tutta in ribollimento; cadevano governatori, generali, impiegati di tutti i gradi e di tutte le amministrazioni; una folla di gente nuova irrompeva negli uffizi dei ministeri gettando grida d'allegrezza; lo Zorilla doveva inaugurare un'èra nuova di prosperità e di pace; Don Amedeo aveva avuto un'ispirazione dal cielo; la libertà aveva vinto; la Spagna era salva. Anch'io, sentendo suonar la banda dinanzi alla casa del nuovo governatore, sotto un bel cielo stellato, in mezzo al popolo allegro, ebbi un barlume di speranza che il trono di Don Amedeo potesse finalmente allargar le radici, e mi rammaricai d'essere stato troppo facile a pronosticar male. E quella commedia che rappresentava lo Zorilla nella sua villa quando non voleva a nessun costo accettare la presidenza del Ministero, e rimandava indietro amici e deputazioni, e finalmente, spossato dal continuo dir di no, cadeva in deliquio dicendo di sì, mi dava, allora, un alto concetto della fermezza del suo carattere, e mi induceva a bene augurare del nuovo Governo. E dicevo tra me ch'era un peccato partir dalla Spagna allora che l'orizzonte si faceva azzurro e il palazzo reale di Madrid si tingeva di color di rosa. E già ventilavo il disegno di tornare a Madrid per goderci la soddisfazione di poter mandare in Italia delle notizie consolanti, le quali m'avrebbero fatto perdonare l'imprudenza che avevo avuto fino allora di non dire delle bugie. E ripetevo i versi del Prati:
«Oh qual destin t'aspetta
Aquila giovinetta!»
e salvo un po' di gonfiezza negli appellativi, mi pareva che racchiudessero una profezia, e immaginavo di vedere il poeta in piazza Colonna, a Roma, e di corrergli incontro per dargli il mi rallegro e serrargli la mano....