XIII.
VALENZA.
Il viaggio da Granata a Valenza, fatto tutto de un tiron, come si dice in Spagna, o d'un fiato, è uno di quegli spassi che un uomo ragionevole si piglia una volta sola nella vita. Da Granata a Menjibar, villaggio posto sulla riva sinistra del Guadalquivir tra Iaen e Andujar, è una nottataccia di diligenza; da Menjibar all'Alcazar di San Juan è una mezza giornata di strada ferrata, in un carrozzone senza tendine, in mezzo a pianure nude come la palma della mano, con quel po' po' di sole; e dall'Alcazar di San Juan a Valenza, tenuto conto di tutta una serata che si passa nella stazione dell'Alcazar aspettando il treno, è un'altra notte e un'altra mattinata, per arrivar poi alla sospirata città sul punto di mezzogiorno quando la natura, come direbbe Emilio Praga, raccapriccia all'orrida idea che ci siano ancor quattro mesi di estate.
Ma bisogna dire che il paese che si percorre sul principio e sulla fine di questo viaggio è così bello che se si fosse capaci di un sentimento gentile quando si casca dal sonno e si va in acqua dal caldo, ci sarebbe da andare mille volte in visibilio. È un viaggio di vedute inaspettate, di cambiamenti improvvisi, di contrasti stravaganti, di colpi di scena, per così dire, della natura, di trasformazioni meravigliose e fantastiche, che lascia nella mente non so che vaga illusione d'aver percorso, non un tratto della Spagna, ma tutto un meridiano della terra, a traverso i paesi più disparati. Dalla vega di Granata, che attraversate al lume della luna, quasi aprendovi la via fra i boschi e i giardini, in mezzo a una vegetazione pomposa che par che vi s'affolli intorno come un mare gonfiato per avvolgervi ed inghiottirvi nei suoi cavalloni di verzura; riuscite in mezzo a monti brulli e dirupati ove non si vede traccia d'abitazione umana, rasentate l'orlo dei precipizii, costeggiate le rive dei torrenti, scorrete in fondo ai burroni, vi par di esservi smarriti in un labirinto di roccie. Di qui riuscite un'altra volta in mezzo alle colline verdi e ai campi fioriti dell'alta Andalusia, e poi tutto a un tratto spariscon campi e colline, e vi trovate in mezzo alle montagne di pietra della Sierra Morena, che vi pendon da ogni parte sul capo e vi chiudon tutt'intorno l'orizzonte come le pareti d'un abisso immenso. Uscite dalla Sierra Morena, vi si stendon davanti le deserte pianure della Mancia; uscite dalla Mancia, v'inoltrate nella florida pianura d'Almansa, svariata d'ogni maniera di coltivazioni, che presenta l'aspetto d'un vastissimo tappeto a scacchiere dipinto di tutte le sfumature di verde che possano uscire dalla tavolozza d'un paesista. E finalmente di là dalla pianura d'Almansa, s'apre un'oasi deliziosa, una terra benedetta da Dio, un vero paradiso terrestre, il regno di Valenza; dai confini del quale fino alla città, si trascorre in mezzo ai giardini, ai vigneti, a folte macchie d'aranci, a villette bianche coronate di terrazze, a villaggi allegri dipinti di vivi colori, a gruppi, a filari, a boschetti di palme, di melagrani, di aloè, a canneti di zucchero, a sterminate siepi di fichi d'India, a lunghe catene di collinette e di poggi di forma conica, coltivati a orticelli, a giardinetti, ad aiuoline, scaccheggiati minutamente di cima in fondo e variopinti come grandi mazzi di erbe e di fiori; e per tutto una vegetazione ardente, che colma ogni vuoto, che soverchia ogni altezza, che veste ogni sporgenza, che s'alza, che spenzola, che striscia, che si pigia, s'ammucchia, s'intralcia, vi impedisce la vista, vi chiude la strada, vi abbarbaglia di verde, vi stanca di bellezza, vi confonde coi suoi capricci e le sue follie, e vi fa l'effetto come d'una figliazione improvvisa della terra accesa d'una febbre voluttuosa dal fuoco d'un vulcano segreto.
Il primo edifizio che dà nell'occhio entrando in Valenza, è un immenso Circo di tori, situato a destra della strada ferrata, formato da quattro ordini sovrapposti di archi sorretti da robusti pilastri, tutto di mattoni, arieggiante, alla lontana, il Colosseo. È il Circo dei tori, dove il quattro settembre del 1871 il re Amedeo al cospetto di diciassette mila persone strinse la mano al celebre torero soprannominato il Tato, monco d'una gamba, che, essendo direttore dello spettacolo, aveva chiesto il permesso d'andargli a presentare i suoi omaggi nel palco. Valenza è tutta piena di ricordi del duca d'Aosta. Il sacrestano della cattedrale possiede un cronometro d'oro, colle sue iniziali in diamanti, e una catena imperlata, regalatagli da lui quando andò a pregare nella capella di Nuestra Señora de los Desamparados. Nell'Ospizio di questo nome i poveri si ricordano d'aver un giorno ricevuto dalla mano sua il loro pane quotidiano. Nell'opificio di musaici di un tal Nolla si conservan due mattoni, sull'uno dei quali egli incise di suo pugno il proprio nome, e sull'altro il nome della regina. Nella piazza di Tetuan il popolo addita la casa del conte di Cervellon, nella quale ei fu ospitato; che è la casa medesima dove Ferdinando VII firmò nel 1814 i decreti che annullavano la Costituzione, dove abdicò la regina Cristina nel 1840, dove passò alcuni giorni la regina Isabella nell'anno 1858. Infine, non v'è angolo della città nel quale non si possa dire: qui strinse la mano a un popolano; qui visitò un opificio, qui passò a piedi, lontano dal suo seguito, circondato da una folla, fiducioso, sereno, sorridente.
E fu appunto Valenza, poichè sono a parlare del duca d'Aosta, fu Valenza la città nella quale una bambina di cinque anni, recitandogli dei versi, toccò quel terribile argomento del Rey extranjero colle più nobili e più sensate parole che si sian forse pronunziate in Spagna da parecchi anni a questa volta; parole che se tutta la Spagna avesse raccolte e meditate, forse ella si sarebbe risparmiate molte delle calamità che l'hanno colpita e che l'aspettano; parole che forse, un giorno, qualche spagnuolo rammenterà sospirando, e che già fin d'ora traggono dagli avvenimenti una luce meravigliosa di verità e di bellezza. E poichè i versi son gentili e facili, io li trascrivo. La poesia è intitolata Dio e il Re, e dice così:
«Dios, en todo soberano,
Creò un dia á los mortales,
Y á todos nos hizo[7] iguales
Con su poderosa mano.
No reconoció Naciones
Ni colores ni matices[8]
Y en ver los hombres felices
Cifró sus aspiraciones.
El Rey, che su imágen es,
Su bondad debe imitar
Y el pueblo no ha de indagar
Si es aleman ó francés.
¿Porqué con ceño[9] iracundo
Rechazarle[10] siendo bueno?
Un Rey de bondades lleno[11]
Tiene por su patria el mundo.
[12]
Vino de nacion estraña
Cárlos Quinto emperador,
Y conquistó su valor
Mil laureles para España.