Andiamo dunque a godere Valladolid.

Ahimè! quanto mutata dai bei tempi di Filippo III! La popolazione, che fu già di centomil'anime, è ora ridotta a poco più di ventimila; nelle strade principali fanno un po' di comparita gli studenti dell'Università e i viaggiatori che passano per andare a Madrid; le altre strade sono morte. È una città che fa l'effetto d'un gran palazzo abbandonato, nel quale si vedono ancora qua e là traccie di bassorilievi, di dorature e di mosaici, e nelle sale di mezzo alcune famiglie di povera gente, a cui la solitaria vastità dell'edifizio ispira malinconia. Molte piazze spaziose, qualche antico palazzo, case in rovina, conventi vuoti, lunghe strade erbose e deserte; tutti gli aspetti, insomma, d'una gran città decaduta. Il più bel punto è la piazza Maggiore, vasta, cinta tutt'intorno da un porticato sostenuto da grandi colonne di granito azzurrognolo, sulle quali s'alzan le case, tutte di tre piani, munite di tre ordini di terrazzini lunghissimi, dove si dice che starebbero comodamente sedute ventiquattro mila persone. Il porticato si stende ancora ai due lati d'una larga strada che sbocca nella piazza, e qui e in altre due o tre strade vicine è la maggiore frequenza della gente. Era giorno di mercato; sotto i portici e sulla piazza formicolava una folla di contadini, di erbivendole, di merciai; e poichè a Valladolid si parla il castigliano con proprietà mirabile di forma e di pronunzia, io mi misi a bighellonare fra le ceste d'insalata e i mucchi degli aranci, per cogliere a volo i motti e i suoni della bellissima lingua. Mi ricordo, tra gli altri, d'un curioso proverbio detto da una donna stizzita a un giovinastro che facea lo smargiasso: “Sabe Usted,” gli disse piantandosegli davanti, “lo que es que destruye al hombre?” Mi fermai e tesi l'orecchio: “Tres muchos y tres pocos: Mucho hablar y poco saber, Mucho gastar y poco tener, Mucho presumir y nada valer.[2]

E mi parve di sentire una gran differenza tra le voci di quella gente e le voci dei Catalani: qui più limpide e più argentine, ed anco il gestire più gaio, e l'espressione dei volti più vivace; benchè nulla ancora di particolare nelle fisonomie e nei colori; e il vestire punto differente da quello delle nostre plebi del nord. E appunto nella piazza di Valladolid m'accorsi per la prima volta che dacchè ero entrato in Spagna non avevo ancora visto una pipa! Gli operai, i contadini, i poveri, tutti fumano il cigarrito; e c'è da ridere a veder certi omoni tarchiati e baffuti andar attorno con quel cosino microscopico in bocca, mezzo nascosto dai peli; e fumarlo diligentissimamente fino all'ultimo filo di tabacco, fino a non aver più che una scintilla moribonda sul labbro di sotto; e questa ancora tenerla lì, come una goccia di liquore, fin che ne sputan la cenere, coll'aria di chi fa un sacrifizio. E d'un'altra cosa m'accorsi, che osservai pure in seguito, per tutto il tempo che rimasi in Ispagna: non ho mai sentito fischiare.

Dalla piazza Maggiore mi recai alla piazza di San Paolo, vasta ed allegra piazza, nella quale è l'antico palazzo reale. La facciata non è notevole, nè per grandiosità, nè per bellezza: mi affacciai alla porta, e prima di provare un senso d'ammirazione per la maestà del luogo, ne provai uno di tristezza per il silenzio sepolcrale che vi regnava. Non v'è cosa che produca una impressione più vicina a quella d'un camposanto, che la vista d'una reggia abbandonata, appunto perchè ivi è forte e vivo, più che in ogni altro luogo, il contrasto tra i ricordi che desta e lo stato in cui si trova. O superbi cortei di cavalieri piumati, o splendidi conviti, o godimenti febbrili d'una prosperità che pareva eterna! Dinanzi a questi vuoti sepolcri, è un piacere nuovo quello di tossire un po', come qualche volta fanno i malati per prova, e sentir ripetere dall'eco la vostra voce robusta, che v'assicura che siete giovani e sani. Nell'interno del palazzo è un ampio cortile, circondato di busti a mezzo rilievo che rappresentano gl'imperatori romani; una bella scala, e spaziose gallerie al piano superiore. Tossii, e l'eco mi rispose:—Che salute!—ed uscii confortato. Un portinaio sonnecchiante mi accennò sulla medesima piazza un altro palazzo, al quale non avevo badato, e mi disse che in quello era nato el gran rey Felipe segundo, dal quale Valladolid ricevette il titolo di città; “Usted sabe, Felipe segundo, hijo de Carlo quinto, padre de...”—“Lo sé, lo sé;” m'affrettai a rispondere per salvare il realito, e dato un sinistro sguardo al sinistro palazzo, m'allontanai.

Di fronte al palazzo reale è il Convento dei Domenicani di San Paolo, con una facciata di stile gotico, così ricca, stracarica di statuette, di bassorilievi, d'ornamenti d'ogni maniera, che basterebbe la metà ad abbellire un vasto palazzo. In quel punto vi batteva su il sole, e l'effetto era stupendo. Mentre io stavo contemplando a mio bell'agio quel labirinto di scultura, dal quale lo sguardo, una volta cadutovi, par che non possa più uscire; un accattoncino di sette o ott'anni ch'era seduto in un angolo lontano della piazza, si spicca dal suo posto come da corda cocca, e si slancia verso di me, gridando con voce tenera e affannosa: «Señorito! Señorito! que le quiero á Usted mucho!» (ch'io le voglio molto bene). Questa è nuova, pensai, che i poveri facciano delle dichiarazioni d'amore. Mi si venne a piantare dinanzi, e io gli domandai:

Porqué me quieres?

Porque” mi rispose con franchezza “Usted me da una limosnita.

“E perchè ti debbo dare una limosnita?”

Porque....” rispose esitando; poi risoluto, col tuono di chi ha trovato una buona ragione: “Porque usted tiene el libro.

La guida che avevo sotto il braccio! Ma vedete se bisogna proprio viaggiare per sentirne delle nuove! Io avevo la guida, la guida l'hanno i forestieri, i forestieri fanno la limosina, dunque io dovevo far la limosina a lui; tutto questo ragionamento sottinteso invece di dire:—Ho fame.—Mi piacque la speciosità del trovato, e misi nella mano del profondo ragazzo i pochi cuartos che mi trovai nelle tasche.