Svoltando in una strada accanto, vidi la facciata del Collegio domenicano di San Gregorio, pure gotica, e più grandiosa e più ricca di quella di San Paolo. Poi, di strada in strada, giunsi fino alla piazza della Cattedrale. Nel punto che sbocco nella piazza, incontro una spagnolina graziosissima, alla quale si sarebbero potuti applicare quei due versi dell'Espronceda:
«Y que yo la he de querer
Por su paso de andadura.»
o il nostro «non era l'andar suo cosa mortale» che è la grazia suprema delle donne spagnuole. Aveva nell'andatura quei mille sfuggevoli guizzi e mollissimi ondeggiamenti, che l'occhio non iscorge a uno a uno, nè la memoria ritiene, nè la parola esprime; ma che formano tutti insieme quello che ha di più seducentemente femminino la donna. Qui mi trovai in un imbarazzo; vedevo in fondo alla piazza la gran mole della Cattedrale, e la curiosità mi stimolava a guardare la mole; vedevo, pochi passi davanti a me, quella personcina, e una curiosità non meno viva mi costringeva a guardare la personcina; e non volendo perdere nè il primo colpo d'occhio della Chiesa, nè la fugace vista della donna, correvo cogli occhi dal visino alla cupola e dalla cupola al visino, con sì affannosa avidità, che la bella sconosciuta dovette credere certamente ch'io avessi scoperto una qualche corrispondenza di linee, o qualche legame misterioso di simpatia fra lei e l'edifizio; perchè si volse a guardar la chiesa essa pure, e passandomi accanto sorrise.
La Cattedrale di Valladolid, benchè non finita, è una delle più vaste cattedrali della Spagna: è una imponente massa di granito, che produce nell'animo d'un incredulo un effetto simile a quello della chiesa del Pilar di Saragozza. Al primo entrare, si vola col pensiero alla Basilica di San Pietro: è un'architettura grandiosa e semplice, che riceve dal color fosco della pietra come un riflesso di mestizia; le pareti son nude, le cappelle buie, gli archi, i pilastri, le porte, ogni cosa gigantesco e severo; è una di quelle cattedrali che fan balbettar la preghiera con un senso di terrore segreto; non avevo ancora visto l'Escurial, ma ci pensai; è opera, in fatti, dello stesso architetto; la chiesa fu lasciata incompiuta per dar opera alla costruzione del convento; e visitando il convento si ricorda la chiesa. A destra dell'altar maggiore, in una piccola cappella, sorge la tomba di Pietro Ansurez, signore e benefattore di Valladolid, e al di sopra del monumento è deposta la sua spada. Ero solo nella chiesa, e sentivo echeggiare il mio passo; mi prese tutt'a un tratto un senso di freddo acuto e non so che fanciullesco timore; volsi le spalle alla tomba ed uscii.
Uscendo, incontrai un prete e gli domandai dov'era la casa che aveva abitato il Cervantes. Mi rispose ch'era nella strada Cervantes e m'indicò da qual parte dovevo passare; lo ringraziai, mi domandò s'ero straniero, risposi di sì; “de Italia?”—“de Italia.” Mi diede un'occhiata da capo a piedi, si levò il cappello e tirò via per la sua strada. Mi mossi anch'io, in senso opposto, e mi venne un'idea:—Scommetto che s'è fermato per vedere com'è fatto un carceriere del Papa;—mi voltai, ed egli era proprio là immobile in mezzo alla piazza, che mi guardava con tanto d'occhi. Non potei trattenermi dal ridere e scusai il riso con un saluto: “Beso a usted la mano!” ed egli a me: “Buenos dias!” e tirò via; ma deve aver soggiunto, non senza meraviglia, che, per essere un Italiano, non avevo poi tanto la faccia di farabutto. Attraversai due o tre strade strette e silenziose, e riuscii nella strada Cervantes, lunga, diritta, fangosa, fiancheggiata da case meschine. Andai per un pezzo non incontrando che qualche soldato, qualche criada, e qualche mulo, e guardando qua e là pei muri in cerca dell'iscrizione:—A qui vivió Cervantes ec.;—ma non trovai nulla. Giunto in fondo, mi trovai nell'aperta campagna; non c'era anima viva; stetti un po' là a guardare intorno, poi tornai. M'imbattei in un mulattiere, e gli domandai: “Donde está la casa que vivió Cervantes?” Per tutta risposta diede una sfruconata al mulo, e tirò innanzi. Interrogai un soldato: mi mandò in una bottega. Nella bottega interrogai una vecchia: non mi capì, credette ch'io volessi comprare il Don Chisciotte, mi mandò da un libraio. Il libraio, che volea fare il saputello, e non sapeva risolversi a dirmi che della casa del Cervantes non aveva notizia, mi si mise a batter la campagna, parlando della vita e delle opere del milagroso escritor; così che in somma delle somme me ne dovetti andare pei fatti miei senza aver visto nulla. Eppure si dev'esser serbata memoria di quella casa (e certo, se l'avessi meglio cercata, l'avrei rinvenuta), non solo perchè il Cervantes l'abitò, ma perchè seguì là un fatto, del quale tutti i suoi biografi fanno menzione. Poco tempo dopo la nascita di Filippo IV, essendosi incontrati, una notte, un cavaliere della Corte e uno sconosciuto, vennero, non si sa perchè, a parole, misero tutti e due mano alle spade, si batterono, e il cavaliere fu ferito mortalmente. Il feritore se la svignò; il ferito, tutto intriso di sangue, corse a chieder soccorso ad una casa vicina. Abitavano in quella casa il Cervantes colla sua famiglia, e la vedova d'un rinomato scrittor di cronache, con due figliuoli. Uno di questi accorse, alzò da terra il ferito, e chiamò il Cervantes, ch'era già a letto. Il Cervantes scese, e aiutò l'amico a portare il cavaliere in casa della vedova. Due giorni dopo morì. Se ne mischiò la giustizia, si cercò di scoprir la cagione del duello, si credette che i due campioni facessero la corte tutti e due alla figlia o alla nipote del Cervantes: tutta la famiglia fu messa in gattabuia. Dopo non molto tempo vennero lasciati in libertà, e non si seppe più altro. Ma anche questa doveva capitare al povero autore del Don Chisciotte, perchè potesse proprio dire d'averne avuta una per sorte!
In quella stessa strada Cervantes, mi son goduto una scenetta che mi compensò a mille doppi di non aver trovato la casa. Passando davanti a una porta, sorpresi al piè d'una scala una castiglianina, di dodici o tredici anni, bella come un angioletto, la quale teneva fra le braccia un bambino. Non trovo parole abbastanza delicate e gentili per descrivere l'atto ch'ella faceva! Una infantile curiosità delle dolcezze dell'amor materno l'aveva soavemente tentata; i bottoni del suo camiciotto erano usciti pian piano dagli occhielli, l'un dopo l'altro, sotto la pressione d'un ditino tremante; era sola, non sentiva rumor nella strada, aveva nascosto la mano nel seno; allora, forse, era rimasta un momento perplessa; ma data un'occhiata al bambino, e sentito rinascere il coraggio, aveva fatto un leggero sforzo colla mano nascosta, e aveva messo fuori quello che poteva; e tenendo schiusi i labbruzzi al bambino coll'indice e col medio, gli diceva con tenerezza: “Héla aqui” (eccola qui), e aveva il volto color di foco, e un sorriso dolcissimo negli occhi. Sentito il mio passo, gettò un grido, e scomparve.
Invece della casa del Cervantes, trovai, di lì a poco, quella dove nacque don José Zorilla, uno dei più valenti poeti spagnuoli di questi tempi, vivo tuttora, da non confondersi, come fanno molti in Italia, collo Zorilla capo del partito radicale; benchè della poesia in testa ce n'abbia anche questi, e la sparga a larga mano ne' discorsi politici, con rinforzo di alte grida e di gesti furiosi. Don José Zorilla è nella letteratura spagnuola, a parer mio, un po' più di quello che nell'italiana è il Prati, col quale ha molti tratti di somiglianza: il sentimento religioso, la passione, la fecondità, la spontaneità, e un non so che di vago e di ardito, che scalda le fantasie giovanili; e un modo di leggere, a quello che si dice, risonante e solenne, benchè leggermente monotono, del quale molti spagnuoli vanno matti. La forma, direi che l'ha più corretta il poeta spagnuolo; prolissi un po' l'uno e l'altro; in tutti e due un barlume di grande poeta. Ammirabili, sovra ogni altra opera dello Zorilla, I cantos del Trovador, racconti e leggende, pieni di versi d'amore dolcissimi e di descrizioni d'un'evidenza impareggiabile. Scrisse anco pel teatro: e il suo Don Juan Tenorio, dramma fantastico, in versi ottonari a rime, è una delle più popolari opere drammatiche della Spagna. Si rappresenta ogni anno il giorno dei morti, con grande apparato, e vi accorre il popolo come a una festa. Alcuni tratti di lirica sparsi nel dramma, corrono per le bocche di tutti; e in special modo la dichiarazione d'amore di Don Giovanni all'amante rapita, che è quanto di più soave, di più tenero, di più ardente possa uscire dalle labbra d'un giovane innamorato nel più impetuoso prorompere della passione. Sfido il più freddo degli uomini a legger quei versi senza tremare! Ed è forse anche più potente la risposta, della donna:—Don Giovanni! Don Giovanni! Lo imploro dalla tua nobile compassione: o strappami il cuore o amami, perchè t'adoro!—Fateveli dire, quei versi, da un'Andalusa, e ve n'accorgerete; o se non potete far questo, vedete di leggere almeno la ballata col titolo La Pasionaria, lunghetta, ma piena d'un affetto e d'una malinconia che innamora. Io non posso ricordarmene senza che mi si riempian gli occhi di lagrime; vedo sempre quei due amanti, Aurora e Felice, giovanetti, in una campagna deserta, al cadere del sole, che s'allontanano per opposte vie, voltandosi ad ogni tratto, e salutandosi, e non saziandosi mai di guardarsi. Son versi, come li chiaman gli Spagnuoli, asonantes, senza rima, ma composti e ordinati così che la penultima sillaba d'ogni verso dispari o pari, sulla quale cade l'accento, abbia sempre la stessa vocale; che è la maniera di verso più popolare in Spagna, il verso del Romancero, nel quale moltissimi improvvisano con meravigliosa facilità; nè può uno straniero sentirne tutta l'armonia se non ci abbia fatto l'orecchio.
“Si può vedere il Museo di Pittura?”—“Porqué no, caballerito?” La portinaia mi schiuse le porte del Collegio maggiore di Santa Croce, e mi accompagnò nell'interno. I quadri son molti, ma fuor di qualcuno del Rubens, del Mascagni, del Cardenas, di Vincenzo Carducci, gli altri son quadri di pochissimo pregio, razzolati qua e là pei conventi, e sparsi a casaccio nelle stanze, nei corridoi, nelle scale, nelle gallerie. Ciò non di meno, gli è un Museo che lascia nell'animo una impressione profonda, non molto dissimile da quella che produce la prima volta lo spettacolo del combattimento dei tori; e infatti sono trascorsi più di sei mesi da quel giorno, ed io la risento ancora come se l'avessi ricevuta poche ore fa. Quanto di più tristo, di più sanguinario, di più orrendo è uscito dal pennello dei più feroci pittori spagnuoli, si trova raccolto là. Immaginate pur delle piaghe, delle membra mutilate, delle teste spiccate dal busto, dei corpi estenuati, flagellati, tanagliati, arsi, straziati con quanti tormenti abbiate mai trovati descritti nei romanzi del Guerrazzi o nelle Storie dell'Inquisizione, non giungerete a formarvi un'adeguata idea del Museo di Valladolid. Passate di sala in sala, e non vedete che visi stravolti di morti, di moribondi, d'indemoniati, di carnefici, e in ogni parte sangue, e sangue, e sangue, che vi pare di vederlo spicciar fuori dei muri e di sguazzarci dentro come la Babette del Padre Bresciani nelle prigioni di Napoli. È un cumulo di dolori e d'orrori da riempirne gli spedali d'uno Stato. Sulle prime si prova un senso di tristezza, poi di ribrezzo, in fine, più che di ribrezzo, di sdegno contro gli artisti macellai che prostituirono l'arte di Raffaello e di Murillo in così sconcia maniera. Il quadro più guardabile ch'io vidi, fra i moltissimi cattivi, benchè anch'esso d'un realismo spietatamente spagnuolo, rappresentava la Circoncisione di Gesù, con tutti i particolari più minuti delle cose taglienti e delle cose tagliate, e una corona di spettatori chinati ed immobili, come studenti di clinica chirurgica intorno al maestro operatore: “Vámonos, vámonos” dissi alla cortese portinaia, “se sto qui un'altra mezz'ora, n'esco bruciato, o scorticato o squartato; non ha da farmi veder nulla di più allegro?” Mi condusse a veder l'Ascensione del Rubens, gran quadro di grande effetto, che starebbe bene sur un altar maggiore: una Vergine maestosa e sfolgorante che sale al cielo, e ai lati, e sopra, e sotto, un visibilio di volti d'angelo, di corone di fiori, di chiome d'oro, d'ali bianche, di svolazzetti, di raggi; e tutto tremola, fende l'aere e va su, come uno stormo di passere, onde pare che da un momento all'altro debba sollevarsi e sparire.
Ma era fissato ch'io non dovessi uscire dal Museo con una gradevole immagine davanti agli occhi. La portinaia aperse una porta e mi disse ridendo:—Entri.—Entrai e detti indietro intimorito: mi parve d'esser capitato in un manicomio di giganti. La vasta sala era piena di colossali statue di legno colorito, rappresentanti tutti gli attori e tutte le comparse del gran dramma della Passione, soldati, aguzzini, spettatori, ciascuno nell'atteggiamento richiesto dal suo ufficio, chi in atto di flagellare, chi di legare, chi di ferire, chi di schernire,—orrendi volti orrendamente contratti;—poi le donne inginocchiate, Gesù confitto sopra una croce enorme, i ladroni, la scala, gli strumenti del supplizio: tutte le cose occorrenti, in somma, per rappresentare la Passione, come si faceva una volta, sulle piazze, con un gruppo di quei colossi, che dovevano occupare lo spazio d'una casa. E anche qui piaghe, chiome inzuppate di sangue, lacerazioni da far raccapriccire. “Vede quel Giudeo là?” mi disse la donna accennandomi una delle statue, una faccia patibolare che sogno ancora adesso di tratto in tratto. “Quello là, quando si facevano i gruppi fuori, si fu costretti a levarlo, tanto è brutto e tristo; il popolo l'odiava a morte e lo voleva mettere in pezzi, e siccome gli era sempre un gran da fare per le guardie a impedire che dalle minaccie non si passasse ai fatti, fu deciso di fare il gruppo senza di lui.” Bellissima mi parve una madonna, non so se del Berrugnete, di Iuan di Iuni, o dell'Hernandez, chè c'è statue di tutti e tre; inginocchiata, colle mani giunte e gli occhi volti al cielo, con una espressione di così disperato dolore, che muove la pietà come una persona viva, e pare infatti, a pochi passi, viva; così che, vedendola tutt'a un tratto, non si può trattenere un'esclamazione di stupore “Los ingleses” mi disse la portinaia (poichè i ciceroni si servono dei giudizi degli inglesi come di suggello ai proprii, e qualche volta appioppan loro le più scipite stravaganze) “los ingleses dicen que no le falta mas que el habla” (che non le manca che la parola). Mi accomodai lietissimamente al parere degli Inglesi, diedi alla portinaia i soliti reales, ed uscendo colla testa piena d'immagini sanguinose, salutai il cielo allegro con un sentimento insolito di piacere, come uno studente novizio all'uscire dalla sala anatomica, dove abbia assistito alla prima autopsia.